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AA.VV. (a cura di Marco Rossari), Racconti da ridere (Einaudi)

È uscita per Einaudi l’antologia “Racconti da ridere”, panoramica sulla letteratura umoristica a cura di Marco Rossari, scrittore, traduttore e docente della scuola Belleville.

Nell’introduzione Rossari tenta di tracciare un perimetro a quel concetto così sfuggente e selvaggio che è l’umorismo, affidandosi alla filosofia patristica («Se nessuno mi chiede cos’è, lo so; se devo spiegarlo a chi lo chiede, non lo so più» così Sant’Agostino rispondeva alla domanda “Cos’è il tempo?”), alla psicologia, alla biologia («e ho scoperto che l’umorismo ossigena il sangue, riduce gli ormoni legati allo stress e rafforza il sistema immunitario») e – ovviamente – alle raccolte letterarie della tradizione: dal Philogelos (“amante della risata”), la più antica raccolta di battute scritta 1500 anni fa, al Liber facetiarum dell’umanista Poggio Bracciolini. Le barzellette disseminate lungo il crinale della storia, dalla Grecia antica fino a noi, hanno quasi gli stessi meccanismi, le stesse modalità; a variare sono solo i bersagli prediletti: allora lo skolastikos, il filosofo lunatico e distratto, lo sciocco per antonomasia, oggi – su tutti – i carabinieri. 

I 23 racconti sono disposti tematicamente, in cinque sezioni: ridere con stile, ridere con rabbia, ridere di sé, ridere di te, ridere dell’imperscrutabile.  Ogni sezione è introdotta da un breve testo di Rossari che motiva le sue scelte e offre nuove angolature da cui vedere la letteratura umoristica. Si va da P.G. Wodehouse, che in “La lotteria dei grassoni” racconta una gara per stabilire chi abbia lo zio più grasso, ad Achille Campanile, uno dei grandi umoristi del ‘900, che in “Quelli che vanno a letto” descrive il magnetismo che il letto esercita sugli esseri umani («occupa circa una metà della nostra vita, superando, perciò, in importanza, tutti gli altri mobili della casa»); e ancora Michele Mari, Irvine Welsh Stefano Benni, Margaret Atwood (con l’inedito “C’era una volta” che decostruisce il modo canonico di raccontar fiabe), Nikolaj Gogol’ fino a “L’uomo che ride” di Heinrich Böll, la storia ilaro-tragica di un clown che ride di professione, ma che non riesce a sfoderare una risata sincera e intimamente sua: «rido come un imperatore romano o come un sensibile giovinetto candidato agli esami di maturità, il riso del xvii secolo mi è così familiare come quello del xix e – se il caso lo richiedesse – rido tutti i secoli, tutte le classi sociali, tutte le età. […] Così rido in tante maniere, ma il riso mio, non lo conosco.». 

“Racconti da ridere” è una selezione che offre una testimonianza illuminante delle potenzialità di un genere spesso sottovalutato. Come scrive Rossari nell'introduzione: «È importante ridare dignità all’umorismo. Personalmente sono uno strenuo difensore della serietà e profondità dell’humour. Ingiustamente l’umorismo equivale nell’immaginario comune a poca serietà, come se il riso valesse meno del pianto o che in generale ci fosse una gerarchia delle emozioni. Non posso dimenticare le parole di Kundera, che definisce l’humor un “lampo divino che rivela tutta l’ambiguità morale del mondo e la profonda incompetenza dell’uomo a giudicare gli altri.”. Secondo lui, il romanzo europeo ha dimenticato di avere come padri Rabelais, Cervantes e Boccaccio. Chi fa ridere non è profondo, si tende a pensare, scordandoci di grandi da Euripide a Pirandello che al dramma coniugavano la commedia.».