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Italo Calvino - Ultimo viene il corvo (Mondadori)

Elio Vittorini, in un vecchio risvolto di copertina, parlava dei racconti di Ultimo viene il corvo come di un mazzo di fiori, alcuni di campo (dunque selvatici, spontanei), altri di serra (coltivati con gli artifici del mestiere). La varietà di questi racconti, tutti scritti nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso, in pieno tumulto postbellico (sociale e letterario), è riconducibile a tre filoni: quello della narrazione di Resistenza, che rende l’opera pienamente figlia del suo tempo, il racconto picaresco, d’iniziazione alla vita, e quello rivierasco, ligure, più marcatamente autobiografico e favolistico. Tre linee congiunte e che trovano spesso punti di tangenza. I racconti, come detto, appartengono tutti alla stagione più fervida del dibattito culturale e politico, al momento di massima espansione della narrazione neorealista. Giorni importanti per l’autore, nei quali la penna era leggera, che a distanza di anni ricorderà così: “Avrei dovuto scrivere molto di più subito dopo la Liberazione, dopo la Resistenza; a quell’epoca io ero uno scrittore di racconti; avrei dovuto scrivere più racconti, perché coi racconti avrei salvato molte cose, che poi non sono più stato capace di scrivere”. Dunque il racconto si presenta come genere intimamente affine a Calvino, che ne coglie la forza di problematizzazione. Ma ragioni editoriali ritarderanno il suo proposito: “Io speravo di fare un librettino di racconti, tutto bello pulito stringato, ma Pavese ha detto no, i racconti non si vengono, bisogna che fai il romanzo. Ora io la necessità di fare un romanzo non la sento: io scriverei racconti per tutta la vita. Racconti belli stringati, che come li cominci così li porti in fondo, li scrivi e li leggi senza tirare il fiato, pieni e perfetti come tante uova, che se gli togli o gli aggiungi una parola tutto va in pezzi. Il romanzo invece ha sempre dei punti morti, dei punti per attaccare un pezzo all’altro, dei personaggi che non senti. Ci vuole un altro respiro per il romanzo, più riposato, non trattenuto e a denti stretti come il mio.”.
Insomma, è tutta una questione respiratoria.


LI
Belleville

Commenti degli utenti

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18 ottobre 2017
Sbaglierò, ma mi sembra che Calvino rimanga nell'intimo uno scrittore di racconti. Con ciò non intendo affermare che riesca meglio nella narrativa breve (qualunque cosa significhi "meglio"), ma che la forma racconto sia l'architrave di alcuni dei suoi lavori più belli. "Marcovaldo", "Le città invisibili", "Palomar", "Se una notte d'inverno un viaggiatore" , "Il castello dei destini incrociati" sono libri molto diversi tra di loro, ma condividono in fondo la struttura della serie di racconti inanellati lungo una cornice narrativa. Insomma, sono romanzi nel senso comune del termine solo in parte.