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INTERVISTA A NADIA TERRANOVA

Oggi è il turno di Nadia Terranova, nata a Messina nel 1978, ma che vive a Roma da anni. Autrice di numerosi libri per ragazzi, il suo romanzo di esordio Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero) è stato tradotto in molti paesi e ha vinto numerosi premi.

*L’intervista qui di seguito è frutto di una lunga telefonata, un viaggio che aveva una meta ma che ha seguito rotte impreviste. Buona lettura.

Il primo post sul tuo blog (https://nadiaterranova.com) datato 23/11/2010 recita: I siciliani, pur di non lavorare, scrivono. La scrittura non è un lavoro? Dicci di più.

Ovviamente è una frase ironica e ovviamente non è mia, ma ha una storia. Nasce nel 1992 quando, in seguito al primo grande importante successo a livello nazionale della Lega Nord, l’editore Valentino Bompiani mandò in libreria un poster dove c’erano Sciascia e Bufalino che brindavano con un bicchiere di vino e dicevano appunto “i siciliani pur di non lavorare scrivono”. Era una presa in giro alla Lega che dava degli scansafatiche ai Siciliani. La risposta di Bompiani fu una risposta ironica e questo manifesto comparve nella mia libreria di riferimento e divenne per me una guida: una chiara affermazione di scrittori che io già vedevo come grandissimi e che rappresentava una delle possibilità della scrittura: aggirare la violenza verbale con la grazia dell’ironia. Ed è per questo che l’ho scelta come titolo, ma per me la scrittura è un mestiere e lo era anche prima di diventare il mio. È un mestiere serissimo ma un po’ bastardo, nel senso di imbastardito, irrazionale e non regimentabile soprattutto nella sua componente creativa che ho difficoltà a descrivere come mestiere.

Uno di quelli che mettono ansia ai genitori ed entusiasmo nei figli.

Anche uno di quelli che poi ti chiedono sì bello, ma di lavoro che fai? È una prospettiva inquinata dal fatto che molti dicono sono uno scrittore, faccio lo scrittore, solo perché hanno scritto un libro.

Così come non è uno chef chi ogni tanto a casa si diverte ai fornelli.

Scrivere un libro è sicuramente una componente importante, ma uno scrittore dovrebbe essere chi riesce a vivere del suo lavoro di scrittore, magari anche attraverso altri espedienti. Non è neppure giusto dire che scrittore è solo chi vende tanti libri, perché ci sono grandi scrittori morti poverissimi e semisconosciuti e qualcuno che invece ha le torri in libreria non è uno scrittore: è una regola che si contraddice mille volte e qui si apre una discussione molto lunga e delicata perché rischiamo di cadere nella tentazione di definire non scrittori tutti quelli che non ci piacciono.

E allora come si fa? Bisognerebbe descrivere lo scrittore per quel che è: qualcuno che non solo scrive ma debba avere un certo stile di vita?

Non sono d’accordo, lo scrittore non dovrebbe avere obblighi perché se anche uno scrittore ha degli obblighi...non saprei cosa farmene della letteratura. Forse l’unica cosa che si può chiedere a uno scrittore è di essere interessante.

E onesto?

Anche su questo avrei da ridire. La parola onestà è vittima di interpretazioni molto soggettive: ho sentito descrivere alcuni libri come sinceri e invece erano estremamente costruiti e viceversa. Sciascia diceva che il problema della letteratura contemporanea era che nessuno costruiva più i libri, dove per costruire s’intende rendere le pagine un posto abitabile dal lettore.

I tuoi esordi in libreria sono legati al mondo della narrativa per ragazzi.

C’è da fare una precisazione: il primo romanzo che abbia mai scritto è proprio Gli anni al contrario, uscito molto dopo. Le nostre esperienze di scrittura non sempre coincidono con la pubblicazione. Il mio secondo racconto pubblicato era proprio una parte de Gli anni al contrario, finita su Linus grazie a Matteo Bianchi che all’epoca teneva un laboratorio esordienti. Lui aveva letto il mio primo racconto pubblicato da Fernandel – un racconto molto ironico – e mi contattò per riceverne un altro: glielo mandai, con la paura di vedermelo rifiutato – era un racconto questa volta tragico e completamente diverso – invece andò bene. E menomale perché era la storia che volevo raccontare, la storia fondativa della mia vita. Così decisi di mettermi a scrivere Gli anni al contrario e lo mandai a tutti gli editori possibili, perché anche se lavoravo nel mondo editoriale come editor freelance questo non mi aiutava minimamente – ed è il consiglio che dò, mandare a tutti gli editori possibili, il che vuol dire perdere giornate: bisogna andare sito per sito, editore per editore, presentarli nella forma giusta evitando il copia e incolla, cercando sempre il modo migliore per presentare il vostro lavoro perché mi dicono gli editori che ricevono spesso lavori fuori catalogo, fuori target...

Un po’ come inviare un romanzo rosa a Sellerio...

Cara Minimum Fax seguo molto la sua narrativa francese....sono errori che ti rendono antipatico in casa editrice, bisogna fare attenzione. Nel mio caso su trenta editori l’unico a rispondermi fu Einaudi che però mi tenne in attesa per quasi due anni: investire su un esordiente è sempre una scommessa e così, nonostante l’interesse, non si concretizzava nulla. Allora mi misi a scrivere altro e iniziai con Bruno – il libro su Bruno Shultz pubblicato da Orecchio Acerbo, altro editore che amo. Fu un coincidenza importante per me: quando Fausta Orecchio, un editor folle e visionaria, mi ricevette e decise di pubblicarmi ero una completa sconosciuta e la fortunata vicenda di Bruno, con immediate traduzioni e ristampe, riaccese l’interesse di Einaudi. Bruno non era soltanto un libro per ragazzi...

La definizione stessa di libro per ragazzi forse trae in inganno.

È molto italiano questo snobismo, si tende a credere che a scrivere libri per ragazzi siano vecchie zie, nonne o mamme.

Quando in realtà scrivere per ragazzi richiede un lavoro sulla lingua notevole.

Sì, bisogna avere quella voce: io diffido molto dagli scrittori, magari anche grandi, che una volta raggiunti i sessant’anni e aver iniziato a raccontare le favole ai propri nipotini decidano di scrivere libri per ragazzi. Spesso sono pessimi libri. Spesso hanno un tono paternalistico, mentre per scrivere ai ragazzi bisogna avere completamente lo sguardo bambino, essere ad altezza di bambino. La mia voce è molto bambina, quindi per me è molto semplice restare a quell’altezza e molto spesso viene fuori anche nei romanzi per adulti, in un’altra lingua e con altri toni. Non vedo una grossa differenza, come non la vedo in molti scrittori che amo, credo siano distinzioni un po’ fasulle.

Mi è venuta in mente una frase di Brunori “la mia età non è questa, è almeno la metà”.

Condivido, assolutamente, mi piace molto lui.

Prima hai citato Linus, forse lo stesso snobismo dei libri per ragazzi lo vivono i fumetti.

A me sono sempre piaciuti i fumetti: da ragazzina ero una lettrice di topolino, ogni settimana il mercoledì ero dal mio edicolante tanto che oggi, quando torno a Messina, mi chiama ancora Topolino. Poi sono passata a Dylan Dog e mi ricordo che mi vergognavo perché era come ammettere di essere diventata grande: entrare e comprare Dylan Dog era come comprare un pacco di preservativi, dichiarare al mondo di non essere più una bambina. Come tutti, crescendo, sono passata ai romanzi a fumetti e ce ne sono alcuni che reputo fondamentali per me: Il gatto del rabbino di Sfar oppure Storia color terra di Hwa, un romanzo di formazione che trovo bellissimo. Un libro che non si trova, ho speso un rene per regalarmelo.

Salviamo i fumetti.

Ogni tanto sento proprio il bisogno di leggere un grandissimo romanzo a fumetti e quando trovo una drammaturgia all’altezza dei disegni sono contenta. Però i fumetti sono stati riabilitati...

Underground, Indie.

La cultura pop li ha salvati, mentre la scrittura per ragazzi insomma, spesso mi chiedono Quando esce il tuo prossimo libro? Ma mica è per ragazzi? Io non la faccio questa differenza e se ci pensi...il Giovane Holden ha una voce infantile, ma non possiamo dire che Il Giovane Holden è un romanzo per ragazzi? Quando si riesce a parlare una voce che arriva a tutti, che rintraccia il bambino che in noi, quel libro è per l’umanità.

Torniamo un attimo alla narrativa. Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Credo di essere controcorrente rispetto alla mia generazione che ama la letteratura nord americana, mentre io amo, leggo e rileggo, buona parte della letteratura italiana del ‘900. Lì è il mio immaginario, in Pavese e nella Ginsburg, Morante e Ramondino, Di Lascia e Alba de Cespedes, Malerba... veramente posso citarne quanti ne vuoi.

Ho notato una percentuale femminile elevatissima, anche questo è controtendenza. C’è una certa misoginia nella scrittura...

Sai cosa accade? Non è misoginia dire che un libro di una donna non ti piace, invece è misoginia che alla domanda Quale scrittore ti piace? uno pensi di dover rispondere un maschio. Nell’italiano abbiamo questo maschile plurale che pensa di racchiudere tutto, ma non è così. Allo stesso tempo è vero che essere donna, così come essere siciliano o napoletano, ventenne o quarantenne, ti influenza, ma dobbiamo intenderci perché se scrittura al femminile significa parlare di maternità chissenefrega. Anche l’idea che una donna parlerà di sentimenti in un certo modo, si pensi al Cardellino con cui Donna Tartt vinse il Pulitzer, un romanzo titanico mentre in Italia gli scrittori si interrogavano su corna e tradimenti. Chi è il maschio e chi la femmina? Lo stesso accade nella narrativa erotica...

Gli Harmony li possono scrivere solo le donne.

(risate) E nessuno metterebbe La separazione del maschio nella letteratura erotica, ma se lo stesso libro invece di Piccolo l’avesse scritto una donna sarebbe finito in quello scaffale. Per me i libri sono libri e gli scrittori sono scrittori e mi sembra assurdo che si tiri fuori spesso la questione della scrittura al femminile. Se allo Strega, ad un certo punto, in una cinquina ci fossero quattro donne si direbbe cinquina al femminile e invece, come spesso accade, ci sono quattro uomini e non si parla mai di cinquina al maschile.

Siamo insicuri e ci sentiamo minacciati...

...fatevi curare allora. (risate)

E i sui libri da bagno? Salviamo anche loro?

Purtroppo in bagno ci sto pochissimo (risate) e posso parlare soprattutto di libri da divano e poltrona, dove ci passo molto più tempo.

Tornando alle traduzioni, il tuo romanzo "Gli anni al contrario" edito da Einaudi, è stato tradotto successivamente in Francia, ma già con i fumetti avevi avuto alcune esperienze anche come traduttrice. Come sono andate le cose?

Gli anni al contrario è tradotto in Francia ed è in corso di traduzione negli Stati Uniti con delle opzioni sul Serbo-Croato, mentre Bruno è stato tradotto in Lituania, Polonia, Messico, Spagna.

Non so se invidiarti più il Lituano o il Serbo Croato...

Il lituano che è una lingua bellissima (risate). In ogni caso dipende: se hai un agente se ne occupa lui altrimenti è direttamente l’editore a contrattare i diritti di traduzione oppure ci sono editori stranieri che fanno scouting indipendente o ancora alcuni traduttori che propongono i testi in casa editrice, come è successo per la versione ungherese de Gli anni al contrario. Al momento c’è una traduttrice che si sta occupando di tutto questo in seguito alla mia partecipazione a un evento sull’esordio dell’anno al quale viene invitato un esordiente per ogni paese europeo. La traduzione americana, invece, è quella più difficile: io ho avuto la fortuna di vincere un premio, il Bridge Book Award, che ha come scopo proprio quello di creare un ponte tra il mercato italiano e quello americano. La fortuna è una componente imprevedibile e fondamentale: non avrei mai pensato che una vicenda ambientata nel sud Italia, in anni difficili come i ’70, potesse interessare in America e invece...

E tu hai un agente?

Sì, poco dopo l’uscita del romanzo, mi ha scritto Monica Malatesta alla quale era piaciuto il testo: ci siamo incontrate, ci siamo piaciute e adesso non interagisco più con gli editori e ho lei che è un riscontro e una spalla. È un’agenzia non troppo grande, così Monica spesso legge gli articoli, parliamo anche di cose non direttamente legate ai libri, ci confrontiamo. Odio parlare degli aspetti economici, l’ho fatto sempre malvolentieri, e mi rasserena parlare con una persona sola che abbia una misura del tuo valore come scrittore o più banalmente del tuo mercato.

Abbiamo già citato alcune riviste sulle quali hai pubblicato dei racconti: una sorta di stimolo per continuare a scrivere e una palestra.

Neppure i grandissimi hanno pubblicato immediatamente il loro romanzo: difficilmente un editore pubblicherà la prima cosa che hai scritto, quindi conviene continuare a scrivere, avere un confronto con i lettori che ti dia un riscontro e che ti esponga. Ti serve per prendere la misura di come ti vedono i lettori: non devi dipendere dal giudizio degli altri, ma devi ascoltare quello che dicono. Hai il diritto di fregartene, ma il dovere di misurarti.

Proprio nei tuoi primi racconti – e poi nel resto della tua produzione - ho notato un grande legame con le città, la storia e la musica, in un viaggio fatto di grande esplorazioni, orizzontali e verticali. Sembra quasi che la tua scrittura non possa vivere senza.

Le città senz’altro, sono ossessionata da Messina che è la città dove sono nata, mentre adesso che vivo a Roma è lei che ha preso a ossessionarmi. Grazie a Gli anni al contrario poi ho viaggiato molto e ogni posto mi ha ispirato, guardare il mondo è sempre uno stimolo per chi scrive anche se porto con me Messina e lo stretto. Sempre, ovunque vada.

È quasi un’abitudine oramai, per finire, chiedere una cosa che un aspirante scrittore dovrebbe assolutamente fare e una che non dovrebbe assolutamente fare.

Non dovrebbe mai paragonarsi ad un altro scrittore. Nessuno scrittore può dire io somiglio a, scrivo come...

Anche se è una domanda che spesso ti fanno, dai lettori agli editor.

Dirlo spontaneamente fa un effetto grottesco, al contrario uno dovrebbe mettere le mani avanti o comunque rispondere io scrivo come me stesso. Mentre una cosa che dovrebbe assolutamente fare è scrivere subito il primo libro come se fosse il libro della vita perché il primo romanzo è il romanzo della vita. Prendersi sul serio, cominciando subito a mirare alto, e quel paragone che non deve fare ad alta voce lo deve fare dentro di sé: come faceva notare Albinati, mentre ti siedi a scrivere stai compiendo lo stesso atto di Dante, Pavese, Faulkner, Shakespeare. Non devi dirlo a nessuno, ma devi saperlo.

E quando la registrazione è finita mi è venuto spontaneo pensare: chissà se Dante l’ha mai sbobinata una telefonata. Sicuramente no, peccato.


Francesco Spiedo