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INTERVISTA A VANNI SANTONI

«I raver, i giocatori di ruolo, i lettori, i sognatori, i visionari, i rivoluzionari, i ribelli, gli anarchici, i disadattati, tutti coloro insomma che non si rassegnano ad accettare il mondo che gli è dato ma si ostinano a immaginarne altri, sono i veri giusti. Lo erano prima, lo sono oggi, lo saranno domani.»


Tenco scriveva canzoni quando era triste, troppo triste per uscire di casa. Bukowski di ritorno dalle corse dei cavalli o da una notte al bar si richiudeva in camera ad ascoltare Wagner e sputare poesie. Ciampi raccontava i suoi più piccoli drammi mentre Calvino cercava la realtà nell’immaginario, così come Cortazar cercava l’immaginario nella realtà. L’elenco potrebbe continuare all’infinito senza rispondere a nessuna delle due domande che ruotano sempre attorno al processo creativo: come si crea e cosa si racconta. Ci si deve rinchiudere nei quattro metri di una stanza o nei meandri di se stessi? Oppure affacciarsi alla finestra e correre in mezzo agli altri, con i gomiti alti a difendersi e la testa sollevata quel tanto che basta per guardare appena più in là? Senza la pretesa di arrivare ad un assunto universale, facciamoci quattro chiacchiere con Vanni Santoni.


Vanni Santoni dirige la Narrativa per Tunué, scrive sul “Corriere della Sera”, ha tradotto molti libri ed è membro del direttivo di “The FLR – The Florentine Literary Review”. Tutte queste attività comportano viaggi, eventi, incontri, un’agenda fitta.
Ah, dimenticavo, Santoni scrive: quanto questo frenetico dinamismo è stimolante per lo scrittore?

A volte, quando sono in deficit estremo di sonno, mi capita di vagheggiare una vita in cui potermi dedicare esclusivamente alla scrittura dei miei romanzi. Ma in realtà credo che tutte queste attività – la direzione di una collana di narrativa, lo scrivere di libri sul “Corriere” e su altri giornali e riviste – alimentino direttamente anche la mia scrittura, permettendomi di confrontarmi ancora più profondamente coi libri altrui (che del resto mi interessano più dei miei). Quindi va bene così. Se ultimamente ho ridotto un po’ le presentazioni – con Muro di casse ne feci 106, con La stanza profonda siamo a 65, mentre per L’Impero del sogno programmo di farne “solo” una trentina – è soltanto perché sono in mezzo alla lavorazione del mio romanzo più lungo e ambizioso – il titolo di lavorazione, come è emerso dall’intervista a Zandomeneghi uscita su Crapula, è I fratelli Michelangelo – ed è qualcosa che richiede tutte le mie energie.


I tuoi ultimi lavori (La stanza profonda per Laterza e L’Impero del Sogno per Mondadori) creano una specie di “universo Santoni”, abitato da demoni e fantasmi, che sono citazioni e ricordi che tornano alla mente e affollano un mondo che sembra avere delle regole proprie. Difficile definire i tuoi lavori romanzi nel senso stretto: metaromanzi, bifrost che collegano gli dei del tuo mondo con il mondo reale?

Per quanto La stanza profonda e L’Impero del sogno siano romanzi assolutamente autonomi, è vero che hanno un legame forte – L’Impero parla di sogni, ma anche di videogiochi, così come La Stanza parlava di provincia, ma anche di giochi di ruolo – ed è vero anche che esiste una sorta di macroromanzo composto da vari miei libri e attraversato da una sola continuity: esso parte da Gli interessi in comune, da cui si estendono tre raggi, rappresentati dai personaggi di Iacopo Gori, Filippo “Paride” Paridelli e Federico “Mella” Melani, che vanno a essere i protagonisti, rispettivamente, di Muro di casse, La stanza profonda e L’Impero del sogno. A loro volta quei libri hanno dei piccoli spin-off, come il racconto Emma & Cleo contenuto nell’antologia L’Età della febbre, che approfondisce un altro personaggio di Muro di casse. Con L’impero del sogno ho per certi versi chiuso un cerchio, collegando tale produzione più realistica ai due fantasy di Terra ignota. In effetti, nei miei programmi, spero che I fratelli Michelangelo possa essere il nuovo grande cespite narrativo da cui partirà ciò che scriverò nei prossimi anni. Detto questo, non c’è dubbio che sia La stanza profonda che L’Impero del sogno siano due libri che giocano molto con gli immaginari, pieni di intertestualità (anche transmediale, dato che i riferimenti, oltre che letterari, sono anche ludici, video ludici, cinematografici, televisivi e fumettistici), ma credo che oggi, se si è pienamente digerito il postmodernismo, questo sia normale. Io personalmente li considero romanzi e nient’altro, così come consideravo romanzi a ogni effetto la stessa Stanza e Muro di casse rispetto alla loro vena anche saggistica. 


La creazione di queste risorse narrative è chiaramente un processo lento che sottolinea come la scrittura sia un lavoro di sedimentazione. Affiorano evidenti gli impulsi del tuo immaginario, della tua adolescenza, i ricordi delle letture; molti registi dichiarano che durante le riprese dei propri film evitano completamente la visione di altre pellicole così come molti scrittori interrompono letture che potrebbero influenzarli. Tu come ti comporti?

Premesso che leggo sempre una dozzina di libri contemporaneamente, più quelli che mi passano per le mani per lavoro, le letture che faccio allo scopo di scrivere un certo libro dipendono molto dal tipo di libro che sto scrivendo. Se il libro ha anche degli obiettivi, appunto, di tipo saggistico – Muro di casse e La stanza profonda dovevano sì raccontare delle storie, ma anche raccontare la storia della cultura rave e di quella ruolistica – quando ho sviluppato il primo embrione di idea faccio un ampio lavoro di documentazione. In sostanza, prima di scrivere quei due libri mi sono letto tutta la bibliografia esistente in italiano, inglese e francese, sul tema della free tekno e su quello dei giochi di ruolo. Quando poi mi sono messo a scrivere, ho fatto quello che faccio sempre: mi sono riletto un bel po’ di Proust, nella speranza che almeno un po’ della sua prosa potesse passare in me osmoticamente. Nel caso de L’Impero del sogno, la documentazione è stata soprattutto psicanalitica: essendo un libro ambientato in un universo onirico, mi sono studiato le varie teorie sui sogni e la loro interpretazione, da Freud e Jung a quelle più moderne; sui videogiochi, invece, nonostante siano l’altro grande tema sottostante al romanzo, ho preferito affidarmi alla mia memoria, proprio perché volevo che vi fosse una mediazione, una rielaborazione, specchio di quella che fa il Mella quando a partire dagli immaginari che ha frequentato da giocatore “genera” un mondo fantastico attraverso il sogno. Ora che sto scrivendo un grosso romanzo al centro del quale ci sono quattro fratelli, è stato inevitabile riavvicinarmi, a vent’anni dalla prima lettura, a I Fratelli Karamazov, proprio per cercare una sorta di “sintonizzazione” col maggior testo che ha come protagonisti dei fratelli. Quando entrerò nel vivo della scrittura riprenderò in mano Proust, e poi, viste le ambientazioni anche esotiche, ci sarà da fare un po’ di ricerca, sia attraverso libri che viaggiando nei luoghi narrati.


I tuoi ultimi lavori sembrano parlare ad un target piuttosto chiaro: disconnessi, disillusi, rifugiati in mondi paralleli, sfigati, annoiati, provinciali, poveri diavoli che abitano una realtà la quale pare aver relegato il sogno in un angolo. Un manifesto all’invenzione che non è in contrapposizione con il reale, ma piuttosto convive. In giro c’è una difficoltà nell’afferrare la realtà? Cosa ne pensi?  

Premesso che un concetto come “target” è bene lasciarlo agli uffici marketing, quando scrivo non penso a una tipologia di lettore, cerco di dar voce a un’esigenza profonda che sento e di farlo nel modo più aderente possibile. Detto questo, è chiaro che la pretesa del materialismo di cacciare il sogno, il delirio, la visione ai margini della società, si è già ampiamente dimostrata come una bestialità, e chi persegue gli immaginari – prima di tutti il lettore – è un virtuoso del nostro tempo, anche se non a tutti questo è ancora chiaro; pensa al mio primo romanzo, Gli interessi in comune: lì alcuni, non ultimo forse anche l’editore, visto il testo in bandella, credettero di aver di fronte un libro sul disagio giovanile, del resto a prima vista i suoi protagonisti si strafacevano con qualunque cosa trovassero in giro. Ma la verità è che, di fronte a una provincia che non offriva loro niente, esploravano stati più elevati di coscienza attraverso gli psichedelici, solo che mancava loro, vista l’epoca e il contesto, la legittimazione della loro iniziazione. È fin ovvio ribadire che i raver, i giocatori di ruolo, i lettori, i sognatori, i visionari, i rivoluzionari, i ribelli, gli anarchici, i disadattati, tutti coloro insomma che non si rassegnano ad accettare il mondo che gli è dato, ma si ostinano a immaginarne altri, sono i veri giusti. Lo erano prima, lo sono oggi, lo saranno domani.


Giocatori, videogiochi, giochi di ruolo: ogni gioco che si rispetti ha dalla sua delle regole e spesso sono proprio queste a renderlo così divertente. Se anche la scrittura può essere considerata un gioco quali sono le sue regole? 

La scrittura non è un gioco, perché per essere portata avanti in modo soddisfacente richiede disciplina, e la disciplina non ha niente di divertente. E non può esserlo anche perché nemmeno la letteratura è un gioco, mai, neanche quando è volutamente giocosa. La letteratura, come aveva a scrivere Bolaño, è qualcosa di pericoloso. Ti riporto la citazione integrale, perché dice quello che intendo nel modo migliore: “…Possono essere molte le patrie, mi viene in mente ora, ma uno solo il passaporto, e quel passaporto evidentemente è la qualità della scrittura. Che non vuol dire scrivere bene, perché questo può farlo chiunque; né significa scrivere meravigliosamente bene, perché anche scrivere meravigliosamente bene può farlo chiunque. Allora, che cos’è una scrittura di qualità? Ebbene, è quello che è sempre stata: saper ficcare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso. Correre sull’orlo del precipizio: da una parte l’abisso senza fondo e dall’altro i volti amati, i volti amati che sorridono, e i libri, e gli amici, e la tavola. E accettare quest’evidenza anche se certe volte ti pesa più della pietra tombale che copre i resti di tutti gli scrittori morti. La letteratura, come direbbe una cantante andalusa, è un pericolo.


Allontaniamoci dal tuo lavoro come scrittore per concentrarci sul tuo lavoro per Tunué e per The FLR. La direzione data alla Narrativa di Tunué, quella dello sconfinamento, sta dando ottimi risultati, basti pensare a Dalle rovine (Luciano Funetta è stato già intervistato su queste pagine). Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi-anni?

Abbiamo appena pubblicato Suttaterra, il secondo romanzo di Orazio Labbate dopo l’esordio esplosivo, premiato e ristampato, de Lo Scuru. Labbate, nonostante fosse cercato da grandi case editrici, ha preferito rimanere con noi per continuare in modo coerente il percorso di crescita avviato con Lo Scuru, una scelta inusuale (di solito gli esordienti di successo hanno fretta di passare a una major) ma anche saggia - altrettanto spesso capita che le major li brucino – di certo in controtendenza, che sta venendo premiata dalla partenza bruciante che ha avuto questo romanzo, dove, oltre ad aver trovato una prima maturità per il suo “gotico siciliano”, ha virato verso atmosfere terrifiche, sulla scia di autori come Ligotti o Lynch. Nei prossimi anni cercheremo di continuare sulla linea del la-voro portato avanti fino ad adesso: massima attenzione agli esordi e a tutta quella narrativa che si impone con la forza della prosa e non con temi alla moda, autori-personaggio o altri specchietti per le allodole.


The FLR invece è una rivista bilingue, italiano - inglese, che ospita scrittori e illustratori. Quanto è importante per uno scrittore un’esperienza come quella di confrontarsi con delle riviste?

The FLR è un progetto importante perché mira a portare al pubblico anglofono alcuni dei migliori autori italiani, che spesso non sono tradotti dato che, anche a causa della mancanza di quelle strutture presenti in altri paesi europei che finanziano le traduzioni di libri di qualità all’estero, esportiamo per lo più bestseller. Detto questo, ritengo che le riviste letterarie siano fondamentali, sia per l’autore affermato, che vi trova sempre un importante spazio di confronto, sia per quello alle prime armi che anzi dovrebbe mettere la collaborazione con riviste letterarie (o, ancora meglio, la loro fondazione) al primo posto fra le sue priorità. Io stesso mi sono formato su riviste autoprodotte e ho continuato a scriverci anche dopo aver pubblicato con grandi editori. Inoltre, le riviste sono il primo luogo dello scouting: come non mi stanco mai di ripetere, è molto più probabile (e vale anche per la mia esperienza come direttore della narrativa di Tunué) che un editore scopra un autore su una rivista e gli chieda se ha un romanzo nel cassetto (quando non di scriverne appositamente uno per lui) rispetto al pescarlo dalla “slush pile” dei manoscritti che ogni giorno arrivano in casa editrice. Mi sorprende sempre vedere come sia pieno di aspiranti autori che mandano manoscritti, non di rado insufficienti, in giro, invece di collaborare con le molte riviste cartacee e online esistenti in Italia, sulle quali si confronterebbero con un primo filtro editoriale, si formerebbero come autori, e troverebbero poi una prima visibilità presso i lettori, spianando così la strada a una futura pubblicazione.


Immaginiamo un mondo senza letteratura, senza giornali, senza romanzi né riviste. Dove sarebbe Vanni Santoni adesso?

Prima di pubblicare Gli interessi in comune per Feltrinelli e capire che la scrittura avrebbe potuto essere un vero mestiere avevo da poco fondato un’azienda in India, quindi è probabile che sarei lì a fare telefonate mentre un risciò mi porta da Delhi a Gurgaon.
Parlando invece di sogni, mi sarebbe piaciuto essere un artista visuale, lavorare con la pittura, la scultura e le installazioni.


Una richiesta che oramai è un must di questa rubrica: qualcosa che un aspirante scrittore dovrebbe assolutamente fare e una che non dovrebbe assolutamente fare.

La risposta numero uno l’ho già data: dovrebbe fondare una rivista letteraria (o unirsi a una preesistente) e non dovrebbe mandare manoscritti in giro a casaccio, ma lavorare nell’ampio e vitale underground del campo letterario, così da farsi notare da editori e addetti ai lavori. E se non gli bastasse, dovrebbe leggere questa sorta di “guida” che ho scritto proprio perché questa domanda mi veniva fatta così spesso che ho deciso di raccogliere tutte le dritte che posso dare in un solo luogo. Volendo, poi, si potrebbe fare un passo indietro, e dire che dovrebbe leggere molto, tutti i giorni, e scrivere molto, tutti i giorni. Ma se non lo fa già non è un vero aspirante scrittore.

Francesco Spiedo