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Le novelle di Rodari: "un modo di entrare nella realtà dalla porta, dal tetto, dal camino, dalla finestra"

Le novelle appaiono per la prima volta tra il 1972 e il 1973, con cadenza settimanale, sulla terza pagina di “Paese Sera”, la testata romana fondata dal PCI, come alternativa agli altri due quotidiani conservatori della capitale, “il Tempo” e “Il Messaggero”.

Vengono poi raccolte e pubblicate da Einaudi nel 1973. Sono storie che si distaccano sensibilmente dalla produzione precedente per una venatura più malinconica, pur nella giocosità che caratterizza tutti gli scritti di Rodari, che in una lettera del 12 settembre del ’72 così scriveva al caporedattore della casa editrice Daniele Ponchiroli: «Ho imbroccato una nuova serie di favole, nuovo stile, tutto al tempo presente, tutta una beffa. Vengono proprio bene. Ne esce una ogni domenica sul Paese Sera. A parte te ne spedirò un saggio. Vedi l’eterogenesi dei fini: uno pensa a far maturare delle nespole e si trova in mano un bel canestro di funghi».

Nelle “Novelle fatte a macchina” troviamo una folla di personaggi bislacchi: il commendator Mambretti che possiede trenta automobili e trenta capelli («– Quante automobili, – dice la gente. – Che pochi capelli, – sospira il commendator Mambretti. Non si sa perché: in fin dei conti, trenta è uguale a trenta, no?»), Angeloni Gian Gottardo detto Grillo, il più piccolo di tutti i postini di Civitavecchia, con una fidanzata di nome Angela che fa il tifo per lui («Tu sei il miglior postino di Civitavecchia e del medio e basso Tirreno») e che arriverà a sollevare una motocicletta, una cinquecento, una centoventicinque, un autotreno col rimorchio…, il professor Terribilis che nei giorni d’interrogazione cresce di statura di almeno venticinque centimetri, talmente tanto «che gli si vedono i calzini viola in fondo ai pantaloni marrone, sopra i calzini una fettina di ciccia bianca» e che vuol sapere dove e perché è stato ucciso Giulio Cesare, com’era vestito Bruto, quanto era lunga la barba di Cassio, che numero di scarpe portava la moglie del dittatore e “quanto aveva speso quella mattina al mercato in mozzarella di bufala”. E ancora: battaglie fra poeti, marziani, Pianoforte Bill e il mistero degli spaventapasseri, il pescatore di ponte Garibaldi.

Con una delle più fervide cariche immaginative del secolo scorso Gianni Rodari avvolge il lettore, quali che siano i suoi dati anagrafici, e ci regala delle novelle perfette.

Mai banale, né dal punto di vista contenutistico, né dal punto di vista del linguaggio che rifugge ogni infantilismo e riesce a essere ricercato senza diventare lezioso. Non sono testi immediati, dal punto di vista lessicale, per un bambino. Ma questo rientra nella filosofia rodariana, che crede nell’importanza di un vocabolo ricco per incentivare lo sviluppo linguistico e cognitivo, e la curiosità verso la lingua. Spetterà all’adulto chiarire i termini sconosciuti favorendo così un virtuoso dialogo intergenerazionale. Tutto il contrario di quanto sostiene oggi Paola Mastrocola, che ha attaccato Rodari proprio sul piano pedagogico, schierandosi per la restaurazione dei metodi tradizionali. In linea con la posizione progressista di Rodari anche la scelta di non inserire nessuna nota all’interno delle novelle proprio per stimolare ricerche sul dizionario e dibattiti.