Era autunno e cominciava a fare freddo. Erano nell'interrato del palazzo, una vecchia cantina piena di mobili malandati e oggetti di ogni tipo, polverosi e accatastati alla rinfusa. Sedevano sui gradini di legno che portavano di sopra, alla luce di una candela. Entrambi tenevano le mani chiuse una nell'altra, come se ci tenessero appallottolato qualcosa, lui facendole dondolare tra le ginocchia, lei con i gomiti appoggiati alle gambe piegate leggermente di lato, come si conviene a una signora. Erano molto vicini e si appoggiavano l'uno al fianco dell'altra, tanto che potevano sentire il calore del contatto. Tacevano e ascoltavano, fissando la luce della candela. L'allarme antiaereo aveva suonato pochi minuti prima, appena finito di cenare. Avevano spento le luci ed erano scesi in cantina. Potevano sentire ogni piccolo rumore. Lo scricchiolio di un tarlo in un mobile li aveva fatti sobbalzare. Da quando i figli erano andati via si parlavano poco. Erano i tempi che erano cupi e sembravano non meritare più molte parole. Cosa si poteva dire di ragionevole? Con la guerra, le persone ragionevoli restano senza parole. Aspettavano il rumore sordo degli aerei e si preparavano agli scoppi delle bombe. In realtà fino ad allora gli aerei erano sempre passati oltre, verso altri obiettivi, alcuni non troppo lontani, tanto che avevano potuto sentire il rombo delle esplosioni che veniva giù dalla montagna come i tuoni dei temporali estivi. In paese c'erano ancora i soldati che caricavano tutto quello che potevano sui loro camion, dai magazzini del cotonificio ma anche dai negozi e dalle dispense dei contadini. Il fronte era a 50 km. Se ne andavano verso nord e forse avevano già capito che la guerra era perduta, per questo erano più cattivi, come gli animali feriti che incornano chiunque si trovino davanti. La situazione era difficile, ma lui non voleva far vedere a sua moglie che aveva paura. Un uomo di casa deve rassicurare la sua famiglia. Questo era il suo compito, e portare a casa i soldi era solo uno dei modi di rassicurare. Questo pensava. Guardava la fiamma della candela che saliva dritta, quasi immobile. Poi da fuori arrivò il rumore di stivali che correvano sulla pavimentazione di porfido. Poi altri passi, dovevano essere decine. Sentivano ordini urlati in quella lingua così spigolosa, che sembrava adatta solo per esprimere la rabbia. Ma non era così, lei lo sapeva. Aveva letto Goethe e le poesie di Rilke, anche se tradotte, e le erano sembrate parole bellissime. Faceva fatica a immaginarle in quella lingua fatta di grida e di latrati che ascoltava negli ultimi mesi. La scuola dove insegnava era chiusa e i ragazzi erano tutti in montagna. Da due mesi non usciva di casa e il poco che riuscivano a trovare per mangiare lo andava a cercare suo marito. Era sempre in ansia quando usciva e quando tornava lo abbracciava, come faceva quando erano giovani. Per fortuna le ragazze erano al sicuro al sud, con i loro mariti. Il figlio più giovane era stato fatto prigioniero dagli inglesi. Questa era secondo loro la cosa migliore che gli potesse capitare, per lui la guerra era finita. Così si era un po' tranquillizzata. All'improvviso alcuni colpi battuti forte contro il portone d'ingresso li fecero sobbalzare. Sentirono grida incomprensibili, poi altri colpi, forse con il calcio di un fucile. Lui passò un braccio sopra le spalle di sua moglie, che lo abbracciò. Il cuore le batteva forte. Il portone non era grande ma era molto robusto, come si usava una volta. Spensero la candela. Per alcuni interminabili minuti il rumore del ferro contro il legno che scricchiolava li immobilizzò, con gli occhi spalancati nel buio, l'una contro l'altro, in attesa di qualsiasi cosa. Poi i colpi cessarono e i passi si allontanarono. Restarono in silenzio per un tempo che non seppero valutare, poi suonò la sirena del cessato allarme. Non tornarono di sopra subito. Se ne stettero ancora per un po' seduti là, sulle scale, al buio, abbracciati.