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Recensioni

1Q84

Di Montese Crandall
Pubblicato il 13/08/2017

Recensione di 1Q84 di Haruki Murakami

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6 Voti

1Q84

Murakami Haruki

Traduzione di Giorgio Amitrano

Editore: Einaudi

Collana: SuperET

pp. 1170


Ogni volta che un amico ha provato a spiegarmi la musica, ho detto: no, grazie.

Non volevo che svelasse il trucco, che smontasse la magia.

Non volevo inseguire la linea di basso, l'assolo di chitarra come fossero slegati.

"Mi piace il sapore della torta, il gusto che viene dalla somma e dall'equilibrio degli ingredienti; non farmi leccare la farina."

Poi però succedono cose. Tipo che inizio a leggere montagne di libri di scrittura creativa, quelli dei grandi: King, Vargas Llosa, Carver, Queneau, Murakami, Pontiggia, Highsmith.

Otto regole di Hemingway.

Dieci di Leonard.

Tredici di Palahniuk.

Il tridecalogo di Kerouac.

Ora, quando leggo, lecco la farina: mi soffermo sui personaggi, sulla coerenza del plot, sulle digressioni, sulle descrizioni, sui verbi dei dialoghi, sull'(ab)uso degli avverbi, sull'equilibrio della punteggiatura.

Non so se imparo a scrivere meglio.

Di certo, mi fotto la magia, mentre mi illudo di rubare il fuoco agli dei.

Finché un gioro non precipito dentro 1Q84.

La storia di Tengo, lo scrittore. Di Komatzu, l'editor. Di Fukaeri, la dislessica. Di Aomame, l'assassina il cui nome significa piselli verdi. Di Ogata, la vecchia che salva le donne. Di Tamaru, la guardia del corpo. Di Ushikawa, l'investigatore capoccione.

La storia di una truffa letteraria, di un mondo parallelo (ma forse due), di persone piccole che costruiscono crisalidi d'aria.

Descrivendo il lavoro di Tengo, Murakami infila regole e consigli di scrittura. 

Diede una scorsa al brano, aggiunse delle spiegazioni ai punti difficili da capire, e rese più visibile il flusso della narrazione. Eliminò le parti superflue e le ripetizioni, e integrò quelle insufficienti. Qui e là modificò l'ordine di alcuni passaggi o frasi.

E io bevo tutto, sottolineo, annoto, e mi rendo conto che 1Q84, che spalma le vicende dei personaggi in tre libri e mille pagine, è un romanzo pieno di parti superflue e ripetizioni: quante volte Ushikawa fa pipì? Quanti sono i pomeriggi che Aomame passa sul balcone, con la coperta sulle gambe, ad aspettare che Tengo si piazzi sullo scivolo del parco illuminato con le lampade ai vapori di mercurio?

Raccontando le avventure di Aomame, Murakami fa dire a Tamaru:

- Čechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».

- Che significa?

Tamaru si mise in piedi di fronte a Aomame. Era più alto di lei solo pochi centimetri.

- Vuol dire che in un racconto non si devono introdurre oggetti se non sono necessari. Se in un racconto spunta una pistola, è necessario che a un certo punto della narrazione venga fatta sparare.

Ma la pistola, la pistola descritta cento volte, la pistola che Aomame impara a smontare e rimontare al buio, la pistola descritta con tanta minuzia che tu che leggi ne senti l'odore, il freddo, il peso, quella pistola, alla fine, non spara.

È sempre Tamaru che dice:

- Cechov è un grande scrittore, ma il suo modo di pensare non vale per tutti. Non è vero che tutte le pistole che appaiono in una storia debbano fare fuoco.

Il terzo libro finisce; 1Q84, dopo mille pagine, si chiude e tu resti lì, spiazzato: sì, vabbé, ma chi sono i Little People? Che fine fa Fukaeri? E la donna che se la spassava con Tengo? E Tamaru e la vecchia? E tutta la faccenda del padre di Tengo che massacra chi non paga le tasse della televisione pure quando è in coma? E metti un tigre nel motore alla rovescia?

Murakami usa Komatsu e spiega:

Quello che apprezzo di più, soprattutto per quanto riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli completamente. Non nutro alcun interesse per le opere di cui mi sembra di capire tutto.

Io, 1Q84, me lo sono bevuto tutto, ed era fresco e buono.

Mi sono annoiata, lì sul balcone con Aomame?

Mi sono annoiata, lì al capezzale del padre di Tengo?

Mi sono annoiata, lì nell'appartamento gelido con Ushikawa?

Mai.

Mi sono incazzata quando è finito senza dire dei Little People, della vecchia, dell'amante, di Fukaeri, del tigre girato alla rovescia?

Neanche un po'.

Ho lasciato andare Tengo e Aomame.

E per quattro notti ho guardato il cielo sperando di veder spuntare la seconda luna, piccola, verde e rugosa come un pisello.

E quindi?

Quindi niente.

Stamattina un mio amico, uno di quelli che mi raccontano la musica, mi scrive così:

Oggi parleremo di Verdi e Mozart; Verdi è un contasorie, uno col plot.

Mozart invece non ne ha bisogno.

Ascoltali nell'incipit sullo stesso lavoro, la Messa da Requiem: Mozart è anni luce avanti, niente plot, è trascendenza pura, è l'anima degli dei, altro che commedie e colpi di scena.

Sì, sì. Certo che sì. Come no: ‘fanculo alle regole, 'fanculo al plot.

A patto però di essere Mozar. O Murakami. 

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