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Saggi Brevi

6 agosto, anno millenovecento45.

Pubblicato il 18/12/2017

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Ufficio, fuori piove. Tarda sera in compagnia della mia radio, del tic tic delle mie dita sulla tastiera, dei rumori delle sedie maleducate della signora del piano sopra. Una sera come molte altre, tra fatture e preventivi, decidendo se mangiare pizza in ufficio o un panino a casa. All’improvviso black out: radio ammutolita, schermo del portatile di colpo meno luminoso, luci spente. Qualche allarme ulula, ma il ronzio dei neon e il sottofondo delle TV degli appartamenti vicini, si è annullato. La tiepida luce del PC mi permette di accendere le candele profumate made in IKEA, poi le vecchie batterie del PC cedono e decretano il buio.

Eccomi: io e la mia stanza al buio in una sera di gennaio, e nessun suono, se non uno, che batte lento e costante. Seduto lì, a guardare le tremule candele, mentre gli allarmi affievoliscono il loro lamento, con il battito del cuore che torna a farsi sentire, dopo anni di silenzio. Ho spento il cellulare, così che nulla si metta tra me e questo momento così irreale: mi ritrovo immobile, impossibilitato a lavorare. Tutto quel che di solito sono è venuto meno, lasciando posto ad una persona su una poltrona bianca in un ufficio buio, in tarda sera, senza affetti, senza pizza, con il cellulare spento, con le candele che si consumano, con il cuore che batte regolare.

Non ci si pensa mai, ma il tempo passa, e come consuma la cera delle candele, così consuma anche noi che ci crediamo immortali, che non comprendiamo l’importanza di un giorno perfetto, e forse non lo sappiamo nemmeno riconoscere. Noi che non comprendiamo quanto possano pesare le cose non dette, o la bellezza di un attimo che lasciamo correre via. Così, mi chiedo cosa farei in questo istante se fossero le 8:16 del 6 agosto 1945, mentre la prima bomba atomica era ormai stata sganciata e cadeva su una Hiroshima ormai segnata nel destino. Chissà quante coppie in quell’istante si stavano baciando, quante lasciando, quante tradendo, e quante amando in segreto. Chissà quante furono le parole lasciate in sospeso, e quanti furono gli uomini che per il troppo voler combattere il tempo, finirono con il non aver vissuto i gesti più semplici, quelli che poi danno un senso alla vita. Chissà cosa pensarono tutti coloro che “Little boy”, ovvero la bomba, la videro arrivare. Chissà quanti furono quelli che in quell’istante erano stretti a qualcuno, e quanti quelli soli.

Forse non è difficile pensare che ogni istante è sempre il 6 agosto, 1945. Ogni istante è definitivamente importante, e basterebbe poco a dargli tutto il valore dell’esistenza. Basterebbe un abbraccio, un bacio, un sussurro. Che senso avrebbero guerra e odio, denaro e rabbia, mentre il calendario dice 6 agosto 1945?

Mi accorgo che sono calmo e silente, mentre ad un tratto il black out finisce, la radio torna a cantare, e qualche TV riprende a ciarlare. Mi accorgo che qualcosa mi dice di non muovermi: spengo la radio, non accendo il cellulare, e m’accorgo che quel che si ode provenire dalla strada, ad un tratto non è importante, e lascia spazio all’unico suono superstite dopo il black out.

È solo il cuore, il mio cuore, che batte. In grazia piena, e di luce.

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