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Saggi Brevi

Abbiamo troppe cose. - [1a parte]

Pubblicato il 07/01/2018

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Abbiamo troppe cose, e troppe ancora ne vogliamo. Stiamo male, soffriamo, ci inganniamo, e di tutte le cose che abbiamo guardiamo solo quelle che non possediamo.

Nel mio armadio c’è ogni tipo di cappotto, un giubbotto da pilota, tante giacche e forse un panciotto. C’è qualche cravatta, e sulle camicie le mie iniziali ricamate. Pantaloni, calze, biancheria, e poi T-shirt con disegni di follia, ed alcune con stampato in grande solo il nome di chi le produce. Tante scarpe: da corsa, da passeggio, da trekking, stivali militari, calzature eleganti. Cappelli, sciarpe, pashmine, e se non indosso collanine o bracciali è solo perché odio avere l’oro addosso. Scelgo uno dei tanti orologi, cambio la cover del mio cellulare, ed a questo punto per uscire mi manca solo uno dei miei tanti coltelli: ogni giorno è un ottimo giorno per morire, ma non è detto che a morire debba essere io.

Abbiamo troppe cose, e troppe ancora ne vogliamo. Il mio cellulare nuovo non è bello quanto il cellulare nuovo che ho visto sul tavolo di un bar mentre sorseggiavo un caffè schifoso. Era un cellulare Samsung nelle mani di una ragazzina. La cover no, quella era brutta. La mia è migliore. Faccio una ricerca sul mio tablet penultimo modello, di cui mi vergogno, e lo nascondo dietro il borsello da 60 euro: quel che conta è il contenitore, è l’apparenza.

Di tutte le cose che vogliamo, che senso ha il contenuto? Se vuoi una famiglia, non serve trovare un amore, ma basta una puttana che si vesta da donna buona cristiana, smetta di prendere mandrie di cazzi e ne prenda solo uno, magari lasciandosi dosi industriali per qualche venerdì in un privè. Per fare una famiglia basta il contenitore: una lucidata alla fica di una troia da guerra, scegliere un ginecologo che non l’abbia già vista passare dopo tante battaglie, poi lasci che lei tiri fuori un paio di figli, finga di pulire la casa arredata stile Ikea, ed il sabato sera pizza o ristorante, Sky a casa, così che la TV faccia da badante, da baby-sitter, da pacificatrice. E poi via così, verso la tomba, verso il traguardo di un’esistenza apparente, con il cellulare sempre nuovo fiammante, ed il ricordo di quando fare l’amore era un’esperienza di scoperta del divino, era fondersi con il corpo stesso di un dio che in quel momento non chiedeva e non aveva nome.

Abbiamo troppe cose, e troppe ancora ne vogliamo… non per niente abbiamo un nome: senza nome, sarebbe semplice non possedere niente. Niente sarebbe di lui, niente sarebbe di lei, niente sarebbe di nessuno, ed ogni cosa sarebbe lasciata alla cura di ognuno, ed ognuno la curerebbe, perché ne farebbe uso. Ma noi no: noi vogliamo avere, possedere, fino ad essere le cose che possediamo.

Abbiamo troppe cose, e troppe ancora ne vogliamo. Ci piace tenere stretti nel portafogli i soldi rubati alle persone ignoranti, i soldi guadagnati facendo assenze al lavoro, e con quei soldi non possiamo comprare il decoro, ma di certo una borsa firmata per la nostra amata, che ci farà trovare sul tavolo della cucina la nostra torta preferita. Ebbene si, sarà così: noi pagheremo soldi mai lavorati per una borsa d’autore alla nostra donna, per colmare il senso di colpa che ci portiamo dentro, e lei ci farà trovare una torta. Forse avrà anche lei un senso di colpa da farsi perdonare, e l’equilibrio distorto di questo strano amore di coppia funzionerà così per tanto tempo, fino a quando non si saprà più cosa regalare, più cosa poter acquistare.

Guardo la gente spulciare i volantini delle catene di supermercati di elettronica: PC ribassati, frigoriferi regalati, navigatori da polso e orologi che fanno il caffè, e domani ci sarà un orologio che piscerà per me. Immagini? Mentre guido, per far pipì, non mi fermerò: tirerò giù il finestrino e fuori la manina e la farò sul parabrezza di quello dietro di me.

Abbiamo troppe cose. E mi piacerebbe ne avessimo di meno. Non ho mai pensato ad un numero preciso, però sarebbe bello. Averne solo un tot, un numero… queste qui son mie, e il resto no, e se ne voglio una, devo necessariamente rinunciare a qualcosa. Se fosse così per tutti, ognuno potrebbe disegnare la propria personalità, e far vedere quella a se stesso, e ad ogni altro individuo. Si sceglie di essere motociclisti, e non si possiede una bici o un’auto. Si sceglie di andare a piedi, ma in compenso si ha una casa in montagna. Si sceglie di non avere auto o case, ma si potrebbe avere un orologio tutto d’oro. O una macchina per fare la granita.

Io non ho una macchina per fare la granita. Se lo desiderassi, la comprerei, senza magari provare a chiedere ai miei amici. Magari scoprirei che un mio amico ne ha una.

“Ehy, Frà: vieni a prendere una granita e vedi come funziona. Secondo me non è un buon acquisto questo modello che ho io!”

“Ok, Nic... vengo dopo il lavoro. Visto che passo da te, porto la bici da corsa, così mi dai un’occhiata ai freni e dopo la granita, se ti va, ti offro una birra da Mario.”

“Si, porta la bici, ma visto che la porti, chiamo Carlo: deve offrirmi una birra da mesi, e colgo occasione e facciamo quattro chiacchiere.”

“Di che parliamo?”

“Poi vediamo... o troviamo la spiegazione al senso della vita o parliamo di fica e puttane e moto nuove!”, e così, per assaggiare una granita, si vivrebbe una bella esperienza, concludendo con birra e la spiegazione che il senso della vita lo si può capire solo tra le gambe di una donna amata. O di una moto.

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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di FrancescoGianniniCom

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