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Noir

Barbara

Di Hollyy
Pubblicato il 26/11/2017

Di giorno infermiera. E di notte?

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Arriva sempre tardi al turno del mattino.

Entra in sala trafelata, truccatissima, in divisa con le sue due sporte sulle braccia. Due borse zeppe di riviste e volantini che distribuirà a noi colleghe, durante la giornata, per farci avere degli sconti.

"Sai mi occupo di commercio, nel tempo libero" mi strizza l'occhio, mentre guarda se il rossetto le si è sbavato, osservandosi dentro uno specchietto rotondo che tiene sempre in tasca. "È per questo che faccio sempre tardi al mattino. Scusate. Scusate, eh?", dice con un sorriso largo. A volte le si vede il rossetto sui denti.

Io sono l'unica da cui si fa prelevare il sangue,sempre in una provetta gialla non etichettata. Poi firma la sua impegnativa e vedo che bisbiglia qualcosa al fattorino. Lui le fa l'occhiolino, mentre le tasta una natica di nascosto, dentro il magazzino. Si vede che se la intendono.

Però io mi giro perché non voglio guai, lei mi sembra consenziente. È il premio per lui, perché porti via il prelievo senza che nessuno di noi possa leggere gli esami che ha fatto.

Quando sono arrivata ho sentito dire che si portava gli autisti di sotto, ad uno ad uno oppure anche due alla volta, se glielo chiedevano. Ma si sa che la gente è cattiva, e Barbara è bella da far paura.

Qualche collega ha mormorato che dà appuntamenti ai vecchi quando fa il pomeriggio ed è sola in servizio, ma lei mi ha detto che vive con un certo Paolo, uno a cui piacciono le armi e che al sabato pomeriggio la porta a sparare. Perciò a loro non ho mai creduto.

Una mattina mi ha chiesto se l'assistevo per un piccolo intervento, lei sarebbe stata la paziente. Ed essendo io l'ultima arrivata, l'ho presa come una forma di fiducia nei miei confronti.

Così si è stesa sul lettino ed ha scoperto il piede e la gamba. Una fasciatura copriva quasi per intero la caviglia. Così l'ho tagliata per creare il campo sterile mentre lei non faceva in tempo a urlarmi :" Noooo", mentre oramai la caviglia giaceva scoperta sul telino ed i segni violacei intorno erano quelli inequivocabili di lacci stretti.

Ho detto:" Scusa, non volevo" e ho riposizionato la fascia alla belle meglio, prima che il chirurgo si avvicinasse.

Barbara ha stretto i denti, mentre mi stritolava la mano, ma non ha detto una parola, mentre il chirurgo le strappava l'unghia, fratturata di fresco.

"Come ti sei fatta male ?" le ha chiesto sovrappensiero.

"Ballando" ha risposto lei, ridendo. "Lo sapete che faccio le ore piccole", ma lui stava già suturando, mentre pensava ad altro.

Sono uscita dal lavoro pensierosa quel giorno ed invece di andare a casa ho girellato verso il centro, altalenando tra la scelta di rientrare a casa o di tornare al lavoro.

All'improvviso ho girato la macchina. Pioveva a dirotto. I vetri all'interno erano quasi completamente appannati, mentre ho parcheggiato nell'androne.

Mentre ho imbucato il portone ho intravisto due figuri dall'altra parte della strada. Entrambi incappucciati, parlottavano animatamente e uno ha assestato un pugno dritto in faccia al'altro, che ha barcollato.

E barcollava ancora mentre veniva verso di me, zoppicante. Guardavo tutto dal lunotto posteriore dell'auto, con il cuore che mi percuoteva la gola.

Solo quando mi è stata più vicina, ho riconosciuto Barbara.

Aveva il sangue che colava da una narice, che si mescolava al rossetto, come se fossero dello stesso colore.

Non sapevo che dire. Poi ho parlato.

"Che ci fai qui fuori? Non dovresti...." . Lei mi ha interrotto:" Hai ragione, è che non l'ho mai detto a nessuno, ma sono una gattara. Preferisco gli animali agli uomini. Gli uomini sono cattivi, sai?

Sono andata a portare il cibo ai randagi, con questo freddo rischiano di morire di fame".

Avrei dovuto dirle che avevo visto l'altro uomo, che avevo visto il pugno affondare sulla sua faccia, il sangue che le scendeva dal naso.

Invece lì sotto quell'androne, mentre scrosciava la pioggia ho solo detto:" Tu zoppichi, non avresti dovuto lavorare oggi".

Lei mi ha detto:" Va tutto bene" ma il suo alito puzzava di acido. "Fammi vedere il piede" ho quasi urlato, perché la pioggia copriva le nostre voci.

Allora ha tirato fuori il piede insanguinato dallo zoccolo antinfortunistico.

"Vieni su" le ho detto, guardando basso.

"Tanto sono nei guai, se mi beccano qui a quest'ora" e l'ho presa sotto braccio, come fa lei quando entra alla mattina in sala. E io sono di cattivo umore perché arriva tardi e fa le ore piccole, e chissà che combina.

Una mattina di queste glielo dico che si sta mettendo nei guai, che è pericoloso farsi legare, perché un giorno o l'altro la ritroveranno morta soffocata e che dico io poi ai giornalisti? Che ce l'avevo la sensazione che ti eri cacciata in guai seri, che non dovevi andare coi vecchi, che non ha senso capisci, svendersi così per quattro soldi, perché lo stipendio fisso tu ce l'hai, perche rischi di infettarti, proprio tu che fai una professione di cura, ma che fai , ti sei bevuta il cervello, e poi bevi, si sente dall'alito.

Ma stasera no, non dico niente.

Vado a casa, che si è fatto tardi.

E io di qui non sarei neanche dovuta passare.

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rebecca raineri ha votato il racconto

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