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Horror

C'è un mostro nell'armadio

Di Luca Gramoni
Pubblicato il 11/10/2017

Un bambino di otto anni sente dei strani rumori provenire dall'armadio di camera sua. Pura suggestione o minaccia reale?

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I coniugi Malvento si stavano godendo in completo relax quello che restava della serata.

Era quel momento di quiete che si verificava più o meno tutte le sere verso le 22 quando il piccolo Roberto, loro unico figlioletto di otto anni, era ormai a letto e l’unico bagliore in tutta la casa proveniva dal televisore, un Full led 40 pollici che i due coniugi si erano regalati nove mesi prima per il loro decimo anniversario di nozze.

Roberto dalla sua camera poteva scorgere il fascio di luce e spesso riusciva anche a origliare, sebbene i suoi genitori tenessero il volume costantemente basso.

Luigi Malvento era seduto sul divano a guardare, neanche troppo attentamente, un reality show nel quale dieci cantanti caduti nel dimenticatoio erano alle prese coi fornelli in una improbabile gara culinaria. Sara, la moglie, stava dedicandosi alla cura delle unghie seduta al tavolo; ogni tanto sollevava lo sguardo verso il televisore e accennava un sorriso.

Mentre la sua mente vagava in decine di direzioni diverse, pensando e ripensando agli impegni della settimana, sentì un rumore delicato e continuo che andava aumentando lievemente.

Volse lo sguardo verso l’apertura ad arco che conduceva all’anticamera, e dall’oscurità comparve Roberto con gli occhi spalancati e le dita della mano destra appoggiate alle labbra nel tentativo di mordicchiare l’indice e il medio.

Anche Luigi fu distratto dal suo momentaneo ebetismo televisivo e si accorse di Roberto.

“Che ci fai in piedi, tesoro?” chiese la madre.

Il piccolo tenne lo sguardo fisso verso la mamma, mantenendo le dita in bocca, poi guardò il padre e timidamente disse: “C’è un mostro nell’armadio”.

Luigi cercò lo sguardo di Sara soffocando una risata, in attesa di capire cosa fare, come se gli sguardi bastassero da soli a risolvere una situazione.

Sara si alzò dalla sedia e andò verso il piccolo, si inginocchiò alla sua altezza e passandogli una mano tra i capelli gli disse: “Amore non c’è nessun mostro nell’armadio. Sicuramente avrai sentito un rumore provenire da fuori e ti sarai spaventato. Vero papà?”

Ora stavano guardando tutti e due Luigi, sempre seduto sul divano con la pancetta bene in vista e l’aria di che non vorrebbe scollarsi da quel divano nemmeno se cadesse dal cielo un astronave carica di alieni armati di bazooka.

“Ma certo” rispose, “Ha ragione la mamma. Probabilmente hai sentito una vibrazione nel legno dell’armadio e ti sei spaventato. Sai, è normale che i mobili facciano rumore, sono sottoposti a una tensione costante, quindi i rumori che senti sono dei microcedimenti della struttura…”

“Va bene papà” lo interruppe la moglie “Abbiamo capito. Vero tesoro?”

Luigi aveva l’abitudine di dilungarsi a dismisura quando si trattava di spiegare qualcosa al figlioletto, che puntualmente si rivolgeva alla mamma chiedendo un riassunto di quanto avesse detto il padre.

Roberto non parve per niente tranquillizzato, nonostante la presenza dei genitori.

“Non sto scherzando. C’è davvero un mostro nell’armadio.”

Questa volta i due coniugi si guardarono e per diversi secondi nessuno seppe cosa dire, fino a quando Luigi prese finalmente l’iniziativa.

“E va bene…” disse alzandosi dal divano, “Andiamo insieme a controllare, e vedrai che non c’è nessun mostro.” Porse la mano al bambino ma egli fece no con la testa.

“No, non ci voglio venire.”

Luigi trasse dalla bocca un sospiro, sforzandosi di apparire il meno spazientito possibile.

“D’accordo, andrò da solo. Ma al mio ritorno niente storie, intesi?”

Il bambino fece sì con la testa. Il padre si diresse verso la camera sparendo nel buio.

Sara era ancora inginocchiata vicino a Roberto: “Si può sapere che ti prende? Farai arrabbiare papà in questo modo.”

Roberto non disse niente e corse verso il divano, tuffandosi sopra.

Sara si alzò e si diresse verso la cucina: “Vuoi un po’ di latte?”

“No grazie mamma.”

Tornò in sala con una tazza di latte freddo, ne bevve un sorso.

“Dove diavolo è finito tuo padre?”

“Ve l’ho detto che c’è un mostro in camera.”

“Oh, ma piantala.”

Chiamò suo marito: “Luigi, ci sei?”

Silenzio.

“Luigi.” Continuò Sara,“Ora mi state facendo arrabbiare tutti e due.”

Posò il bicchiere sul tavolo a andò verso la camera continuando a chiamare il marito.

Anche lei sparì nell’oscurità dell’anticamera oltre l’arco.

Passarono due minuti, e due minuti senza sentire la voce dei propri genitori per Roberto equivalevano a un’eternità.

Spense il televisore, cercò di escludere qualsiasi suono superfluo per concentrarsi su un eventuale (e auspicato) segnale dalla cameretta.

Nessun rumore.

Quel silenzio sapeva di incognito. Sapeva di paura.

Roberto prese coraggio, scese dal divano e camminò lentamente verso camera sua, inoltrandosi verso il buio dell’anticamera. Aveva paura perfino di accendere la luce.

Quella sera, a differenza delle altre, non abbassò completamente la tapparella della finestra in camera sua, quindi la stanza risultava illuminata dal bagliore lunare.

Roberto entrò in camera. Non c’era nessuno.

Il letto si trovava subito a sinistra, mentre in fondo c’era l’armadio.

Un armadio in legno massello a doppia apertura battente.

Fece un passo avanti finchè…

Gloc

Rimase pietrificato. Quel rumore sembrava provenire dall’armadio.

Gloc

Erano gocce di qualcosa. Sollevò lo sguardo pensando di trovare un foro dal quale sarebbero fuoriuscite delle gocce d’acqua, ma le pareti erano in ottime condizioni.

Gloc

Gocce. Ma di che cosa? Acqua? Fango? Oppure…sangue?

Roberto spinto da una sensazione a lui sconosciuta, si buttò nel letto e si portò le lenzuola fino alle tempie, come se quelle lenzuola lo distogliessero dal mondo esterno, come se lì sotto qualsiasi rumore sarebbe sparito. Come se chiudendo gli occhi e addormentandosi, l’indomani mattina avrebbe sentito il bacio di sua mamma a svegliarlo, come tutte le mattine.

Ma niente di tutto questo sarebbe mai accaduto.

Un cigolio ruppe il silenzio.

Lo stesso cigolio che sentiva quando giocava ad aprire e chiudere le porte dell’armadio lentamente per fare un dispetto a sua madre. “Finirai col rovinare le cerniere.”

Il silenzio si protraeva, ma era come se qualcosa stesse cambiando. L’aria era diversa e Roberto era sicuro di sentire qualcosa nonostante fosse silenzio assoluto.

Gli occhi gli si inumidirono. Voleva sua mamma. Voleva anche suo papà.

Dalle lenzuola filtrava dell’aria gelida. Un brivido si insinuò su tutta la schiena, ma non era un brivido. Era un respiro.

Roberto sentì su di sé un alito gelido crescere e farsi a mano a mano sempre più freddo e compatto, e in quel momento gli sembrò di sentire anche il rumore del respiro dal quale proveniva quell’alito.

Un sospiro crescente e tenebroso che non tendeva a diminuire, come il respiro di un comune mortale.

Poi ogni parvenza di speranza svanì.

Una voce al di sopra delle lenzuola ebbe l’effetto di un coltello in pieno petto.

“Non temere Robertino. D’ora in poi ci sarò io a vegliare su di te.”

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