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Narrativa

Cappuccetto rosso

Pubblicato il 07/03/2018

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Per tutto il tempo mi chiamò Cappuccetto rosso. Perché mi ero presentata all'appuntamento con un cappotto rosso. Sembrava in effetti una mantella, ma il cappuccio non l'aveva: «Dettagli», disse lui rispondendo al fatto del cappuccio, ma a me non sembrava affatto irrilevante.

Mi guidò, col braccio sotto il mio, al Caffè d'Oro, che non so come potesse conoscere, visto che abitava a cento chilometri da lì. Forse ero stata proprio io a parlargliene. Gli avevo raccontato molte cose, le più stupide e le più serie, e scommetterei che è da quelle più stupide che ha imparato a conoscermi. Non so, però, se due persone che non si sono mai incontrate di persona, possano dire di conoscersi. Oh che dubbi, sì, certo che sì.

Il Caffè d'Oro era elegante come sempre. Il cameriere ci salutò e quasi si inchinò. Non l'avevo mai visto, aveva movimenti allegri anche se non sorrideva.

«Due caffè, grazie», disse lui.

«E due dolci, di quelli che fate voi, col cuore di cioccolato», dissi io.

«Perfetto», disse il cameriere.

Pensai di amare i camerieri che dicono «perfetto» proprio così, col tono che aveva usato lui, scandendo le sillabe in modo lento e morbido.

«Normale, il caffè, vero?», mi chiese lui quando il cameriere si era già allontanato.

«Veramente lo volevo d'orzo, in tazza grande e tiepida, e macchiato col latte di soia, macchiato freddo, col miele, anzi amaro va bene.»

Sorrise e si buttò all'indietro contro lo schienale.

«Normale, sì, espresso», dissi.

«Espresso», ripetè, dubbioso.

«Come dicono all'estero.»

«Come il treno, espresso? perché è veloce?»

«Veloce da bere o veloce da servire?»

«Ah... Da bere, sicuro.»

«Oppure espresso perché è un caffè che esprime al meglio il suo gusto, le sue qualità.»

«...»

«E senza nascondersi, niente latte, niente zucchero. Mettere lo zucchero nel caffè è un reato, tu lo metti?»

«Due cucchiaini», disse.

I suoi occhi mi si erano appiccicati addosso, non ridevano, mi seguivano.

Al tavolo a fianco c'erano un uomo con la figlia, avrà avuto cinque anni, la bambina, e aveva le labbra disegnate di latte. A un altro tavolo una coppia di amiche conversava, senza prendere fiato, di una storia finita.

«Non mi hai mai raccontato delle tue storie d'amore.»

«Perché non sono quelle che mi definiscono. O perchè sono fidanzata ancora con un mio compagno delle scuole elementari.»

«Davvero?»

Lo stupore sulla sua faccia, non l'avevo mai visto. Il suo modo di grattarsi la fronte, solo per tenersi occupato.

«No. Ma non ce lo siamo mai detto, che volevamo lasciarci.»

«Ah... E vi amavate?»

«Certo. Come si ama alle scuole elementari. E nelle canzoni d'amore.»

Il cameriere portò i caffè e i dolci.

«Vi consigliamo di fare un buchino al centro e poi intingere il gelato nel cioccolato caldo», spiegò.

Noi muti, davanti ai nostri cestini di frolla colmi di cioccolato, e a fianco una palla di gelato alla crema – la delizia.

«Avrei voluto portarti a teatro oggi. Ma essendo, tecnicamente, il primo appuntamento...»

«No, non portarmici mai! Non so stare a teatro, non reggo la tensione. Non riesco a concentrarmi sullo spettacolo, sulla storia, ho sempre paura che uno degli attori dimentichi la parte e tutto vada a monte. A teatro no, ti prego.»

Si mangiava il suo cuore di cioccolato, a grandi cucchiaiate ma lentamente, voluttà mi venne in mente, la parola, il suono, il significato profondo mi sfuggiva perché ero confusa. Lui era l'immagine della voluttà, ecco.

«Questa mezzaluna? da dove viene?» e indicava con lo sguardo una piccola mezzaluna bianca forgiata sul dorso della mia mano sinistra, tra l'indice e il pollice. Sentii un calore improvviso alle guance, fino alle orecchie, imbarazzo si chiama. E non tanto perché avrei dovuto rispondere – «Mi sono scottata ieri con la padella con cui cuocevo le carote» –, non tanto per la domanda in sè, quanto perché quella domanda presupponeva che mi stesse osservando le mani, da tempo, con attenzione.

«Le mani delle donne parlano», disse.

«Quanto quelle degli uomini», dissi, gli presi la mano e provai a leggerne le linee secondo quel che ricordavo di un manuale di chiromanzia che avevo consultato qualche mese prima. Mi riuscì di dire solamente: «Una vita intricata, la tua.»

«Lo è.»

«...»

«Tu, invece, sei Cappuccetto rosso, vero?»

«Eddai, basta.»

«Davvero. Anche solo per il fatto di essere qui, non che io sia il lupo, ma avrai disatteso delle raccomandazioni, immagino.»

«A casa non ho una mamma che prepara focacce. Il salame, poi! mia mamma è vegetariana!»

«Chi hai lasciato a casa?»

«Mio marito.»

«Tuo marito?»

I suoi capelli formavano dei piccoli ricci dietro le orecchie. In tutte le foto che avevo visto li portava più corti, così lo facevano più spontaneo, più giovane anche.

«Veramente non è mio marito, non siamo sposati. E neanche mi piace chiamarlo marito. Ma compagno mi ricorda i partiti marxisti, nonostante l'etimologia.»

«Chiamalo col suo nome proprio allora.»

«Hai ragione.»

Il cameriere tornò a riprendersi le tazze e i piattini. Restammo in silenzio e lo seguimmo con lo sguardo finchè non scomparve in cucina.

«Oh, mi chiedo se anche tutti gli altri vivono – portano caffè, compilano documenti, costruiscono palazzi, accudiscono bambini – e intanto hanno messaggi che li aspettano nel cellulare, e poi sorridono mentre li leggono.»

«Quando alla sera non trovo tuoi messaggi divento davvero triste e irritabile.»

«Non vorrei essere tuo marito allora.»

«Il tuo ruolo è il migliore, il più facile.»

«Confortante. Il tuo, di ruolo?»

«...»

«Cappuccetto rosso, non mi ero mai accorto di questa somiglianza.»

«Perché non le somiglio.»

«Hai anche la frangetta, come la sua. Dovresti cambiarlo il tuo nickname.»

«Cappuccetto rosso non ha la frangetta. E poi io i capelli li vorrei come quelli di Raperonzolo.»

«Te li potrei pettinare poi?»

«Certo, fino ad addormentarmi.»

«Tutte le sere.»

«Ma vorrei anche il coraggio di Fantaghirò, e la sapienza di Caterina.»

«E niente di Cappuccetto?»

«La sua sfacciata fortuna. E, via, la sua mantellina rossa.»

Lui si mise a ridere e anche io. Mentre ridevamo mi accarezzò la guancia, sentivo il suo calore e il suo desiderio, volevo tenerli lì a lungo, chiusi gli occhi.

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Danilo ha votato il racconto

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