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Fantastico

Cold sheets, but where's my love? [ prima parte ]

Di Anna J. Fiore
Pubblicato il 29/11/2017

L'immortalità di Magnus e la perdita di Alec. Le sensazioni di Magnus, il ritorno all'oblio e il susseguirsi di ricordi dopo la morte di Alec. / Ispirata al mondo Shadowhunters e ad un ipoteco avvenimento futuro, frutto della mia fantasia.

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L'appartamento era immerso in un'oscurità infernale, dove non c'erano ombre né suoni a risvegliare vista ed udito. Gli occhi dello stregone, ormai abituati al penetrante buio, diretti verso un punto indefinito, avevano perso la vivacità di un tempo, il seducente bagliore di vita che anni addietro aveva ritrovato. Magnus riscoprì la notte, ne tornò parte, e l'aspro sapore della solitudine gli invaghì bocca, gli attraversò le ossa come una stalattite che trafigge un vetro, gli fece tremare i polsi. Percepiva l'odore della sua Colonia, che al loro primo appuntamento gli era arrivata alle narici simile al vento d'autunno, fresco e brusco, arrestando vertiginosamente i sensi dello stregone. Ricordava di aver ceduto il respiro nel momento in cui gli occhi di Alec, perle dal profondo oceano, cercarono i propri, felini e privi di delicatezza. Magnus Bane poteva aver attraversato secoli di vittorie e disfatte, ma non aveva mai conosciuto la purezza innaturale ed indomabile di quello Shadowhunter. Alexander Lightwood, a suo pari, non avrebbe mai immaginato di perdere la testa per un Nascosto, per quel Nascosto. Entrambi, senza forse volerlo, iniziarono insieme la discesa verso l'irriducibile precipizio dell'amore, devastante quanto silenzioso ed infido. Divennero parte di una sola essenza nel momento in cui le loro labbra si cercarono per la prima volta, consapevoli dopo quell'incontro di non poter più tornare sui loro rispettivi passi. Magnus aveva barricato il proprio cuore così saldamente da non rendersi conto con facilità che quel protetto dall'Angelo stesse diventando irrimediabilmente esasperante ed irriducibile parte della propria esistenza. Cercò ristoro nella speranza quando i propri sentimenti divennero così indomabili da fargli comprendere che avrebbe preferito lasciarsi ferire purché Alec non provasse mai dolore. Adesso che la vita di Alexander Lightwood si era spenta nel batter delle sue ciglia, Magnus si affacciava di nuovo a quella voragine nera, quel baratro di profondità inidentificabile che per secoli aveva bussato ogni notte alla propria porta.
Bevve un sorso del liquido ambrato presente nel bicchiere che teneva rigidamente tra le dita; gli bruciò la gola, ma una sensazione di calore gli si disciolse nel sangue. Ricordò come la sera del loro primo appuntamento, impacciato più che mai, Alec si fosse rovesciato addosso il vino che aveva stappato per allentare la tensione. Le gote rosse dello Shadowhunter ed i suoi occhi colmi di dispiacere erano quadri affissi nella propria mente. Il suo imbarazzo e la sua improvvisa sbadataggine non avevano niente a che fare col guerriero che era, benché riflettessero a pieno il suo animo cauto e buono, gentile e mai egoista. Alec Lightwood - da quella notte in cui ad entrambi tremarono le ginocchia spaventati che tutto andasse a rotoli - divenne l'incarnazione di quello spirito che Magnus non aveva mai incontrato, puro e morbido, che si lascia ferire e resta nel suo tacito male, afflitto dal dovere e dallo sconforto di non poter rivelare al mondo cos'era, chi era, intinto fino a soffocare dalla volontà di salvare e mai essere salvato. L'argento puro, sfavillante, più raro e forte dell'oro. Nessun altro poteva scheggiarlo a parte se stesso. Lo stesso ragazzo che durante la loro prima notte d'amore, impavido di baci passionali, fremeva sotto il corpo dello stregone, scosso dall'insolito desiderio di non essere uno qualunque. Gli aveva chiesto di rilassarsi, di godersi semplicemente quel dolce e naturale approccio che solo l'amore ti fa sentire, che brucia sconsiderato, che diventa incendio devastatore. Poi gli permise di fare ciò che più desiderava. Rimase avvinghiati per ore l'uno contro l'altro, corpo contro corpo, epidermide sul punto di fondersi con quella altrui. Baciava il suo collo imperlato dal sudore, sfiorava con le punta delle dita le sue cicatrici appena visibili grazie ai raggi lunari, sentiva il suo respiro tiepido sfiorare il loro del proprio orecchio. Per molti anni non ne avrebbe mai avuto abbastanza di quella sensazione, di quel flemmatico movimento del suo torace mentre dormiva, con un braccio stretto sotto la propria schiena ed una mano messa sul fianco. Certe notti, Magnus rimaneva ad ascoltare l'andazzo del suo respiro, osservava i lineamenti del suo volto e sfiorava quasi impercettibilmente la linea della sua bocca. Lo vide così diventare uomo, padre, invecchiare senza mai perdere la sua bellezza. Alexander Lightwood e Magnus Bane non si erano mai separati davvero, neanche quando il timore di quell'amore si era fatto così viscido da diventare mano oscura, che li afferrava e spazzava lontano anni luce. Si cercavano, volevano, e bramavano; gli inverni della loro vita si erano così trasformati nelle primavere più calde, dove la neve si scioglie nella delicatezza di una abbraccio e di un bacio timido.

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Danilo ha votato il racconto

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Nunziato Damino ha votato il racconto

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di Anna J. Fiore

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