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Narrativa

Come gomma

Di Binskij
Pubblicato il 14/05/2017

L'aria estiva è liquida, liquide sono le suole di Dew, protagonista evanescente, il cui nome che rimanda alla rugiada. Capita a tutti, quando si è preda di un clima torrido che rende apatici, di percepire un rallentamento del tempo così alienante che è arduo descriverlo. Io ci ho voluto provare.

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L’odore di gomma bruciata le saturò le narici come esalazione stordente. Era uno stordimento piacevole, recava quasi assuefazione. D’istinto, elevò la visuale e regalò un’occhiata persistente ai responsabili di quella fragranza di combustione: conglomerati d’industrie pennellati frettolosamente sull’orizzonte.

L’odore alimentava la convinzione, tanto irrazionale quanto marchiata a fuoco nei recessi della sua mente, che quelle fabbriche, quelle fabbriche che si erano assunte il ruolo di recinzione del suo campo visivo, erano un organismo pulsante senza leader. Abbandonate, eppur autonome avevano proseguito i loro brontolii vitali e le loro effusioni dall’aroma di plastica caramellata.

Dew riprese a monitorare il susseguirsi dei suoi passi sull’erba dorata e stepposa.

Sotto i piedi nudi, gli steli secchi scricchiolavano impercettibilmente. Li sentiva con le piante e i polpastrelli, non con i timpani. Li sentiva inaridirsi sempre più ad ogni sua falciata. Lo scorrere ritmico dei piedi che si alternavano, guerrieri placidi in quei campi arsi, era un lenitivo alla tachicardia.

Era mattino presto, ma il sole già arrostiva la sua pelle in un solletico giocoso di luci e ombre, quando si accovacciò sotto un pioppo dei tanti. Il tepore deciso le faceva credere che fossero le 7 di sera e non di mattina. Quella fascia oraria in cui il paesaggio è pregno del calore di un’intera giornata, lo regge a stento sulle spalle e sente rivoli di sudore tuffarsi copiosi giù dalla sua fronte. Le casupole sparse disordinatamente, i filari di pioppi, il lago, le insaziabili industrie sullo sfondo, la prateria rosolata: l’intero paesaggio non sapeva dire di no alla calura, non aveva il coraggio di sbatterle la porta in faccia, anzi. L’accoglieva senza riserbo per interminabili ore e, giunto al tramonto, si sentiva tremolare sfinito e sfocato.

Eppure no, nessun tramonto in vista, aveva albeggiato da poco.

Dew gettò le pupille sulla vastità del lago e scostò la spalla destra, l’unico punto su cui i raggi solari si stavano avventando impavidi, rifugiandola all’ombra, dove stava acciambellato il resto del corpo.

Ogni volta le pareva come se il lago ce l’avesse rovesciato lì per sbaglio un titano distratto, urtando la sua tazza di latte e cereali contro uno spigolo e facendola strabordare. Una densa pozza di latte che, accarezzando il suolo, si era macchiato di cromie verdastre. C’era stato un walzer d’increspature turbolente, dopodiché le acque si erano ripromesse di rimanere tese, come appena inamidate e appiattite da un ferro da stiro, e mantenevano da decenni quel giuramento.

Il molo s’intrufolava senza pudore in quella pozza dallo scintillio scuro. Dew si era sdraiata laggiù, su quelle assi gonfie d’umidità che ora rimirava in lontananza, almeno un migliaio di volte. Senza tuttavia riuscire a convincersi della loro oggettiva scomodità.

Un gruppetto di ragazzini a torso nudo, sull’altra sponda, stavano intingendo i polpacci ancora quasi glabri in quell’acqua color muschio. Il più basso brandiva imperativo quello che aveva le sembianze di un ramo bitorzoluto, per dirigere gli altri ed esercitare il potere della caccia. Cacciavano ciottoli forse, Dew stessa ricordava di aver passato l’infanzia così. Era un lavoro di squadra per ammucchiarne il più possibile e costruirsi un fortino, dalla dubbia stabilità architettonica. Soprattutto perché la metà di quei sassi finiva poi vittima di un lancio sul pelo dell’acqua, per decretare il mago dei rimbalzi.

Immaginava il loro vociare squillante ma non lo avvertiva da quella distanza: le piaceva pensare che fossero un team organizzato al massimo dell’efficienza, per cui un religioso silenzio era sufficiente a far progredire la ricerca.

Sentì il guinzaglio del silenzio stringere la presa sulle sue carotidi.

Dew salutò quella sensazione come una conoscenza di vecchia data a cui si rivolge un sorriso beffardo, barcollante tra l’entusiasmo e l’amarezza.

Le sorgeva dal profondo, da un luogo così remoto da essere stato debellato dalla memoria. O forse di cui mai avrebbe potuto avere memoria perché oltrepassava a grandi balzi la sua esistenza, era cesellato nelle vite degli antenati, persino nelle vite dei mai venuti al mondo, era retaggio ancestrale che non accennava ad estinguersi.

Era la sensazione che, in quel preciso istante, in cui avvertiva i tetti delle case alle sue spalle sfrigolare sotto il sole, l’aroma del pane tostato per la colazione, i mestoli tintinnanti impugnati da polsi di donne muscolose, vorticare nella passata acidula di pomodori pronta a diventare un rinfrescante gazpacho, i raggi delle biciclette impolverarsi mangiando chilometri di vicoli, un geranio appassire, la coda di un gatto ciondolare indolente da un oblò di mattoni erosi... In quel preciso istante, qualcosa era morto.

Il tempo.

Dew si lasciò investire da quella deprivazione del senso del tempo con estrema violenza.

Si alzò e riprese a passeggiare, stavolta traslando lo sguardo dagli alluci al cielo di un celeste glaciale.

Si ritrovava spesso ad odiare quella quarta dimensione, tre assi per lei erano più che sfamanti. Masticava l’annullamento temporale come il più succoso dei frutti proibiti.

Erano così rare le volte in cui le veniva fatto quel dono.

Allontanandosi dal pioppo che fino a qualche minuto prima le aveva fatto da ombrellone, diede senza sforzo alcuno una fisionomia a ciò che stava vivendo: non era la sua concezione del tempo ad essere stata eradicata, era il tempo stesso.

Era come se il paesaggio fosse stato creato in quel momento. Non per i suoi occhi, ma da i suoi occhi. E insieme ad esso il tempo, aveva iniziato a flussare come un rigagnolo pigro solamente quando Dew si era accorta della sua esistenza.

Prima, non vi era stato alcun tempo.

Non sapeva dove stesse andando. I piedi bollivano e una folata di gomma fusa diretta al suo olfatto le ricordò di avere le scarpe da ginnastica nello zaino. Quell’estate, si rese conto Dew, non era nient’altro che tutto il paesaggio dimenticato dal mondo che l’avvolgeva. Era un’estate gassosa quella, che le galleggiava intorno senza volume né forma definita.

Mai le lancette del suo esile orologio da polso si dimostrarono più inutili: Dew non tornò a casa per pranzo, il tempo era cristallizzato in una stalattite che le pendeva sulla testa.

Dew non tornò più.

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Francesco Spiedo ha votato il racconto

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Danilo ha votato il racconto

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@alessiatrost ha votato il racconto

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di Binskij

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