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Narrativa

Dieci minuti

Di Elena Nappi
Pubblicato il 06/09/2017

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7 Voti

Il casco di un'astronauta. Già, sembrava indossasse il casco di un'astronauta. Era buffa. Per i primi 30 secondi è stato buffo vederla con questo casco di plastica con le manopole gialle.

Quel giallo spiccava, tutto il resto attorno era bianco. Bianche le pareti, bianchi i pavimenti, le lenzuola, bianchi i camici. E bianca anche lei. Bianca e piccola. Minuscola.

Da bambina, mi sembrava un gigante. Le mani così grandi da potermi avvolgere, le gambe lunghe. Provavo a saltare con le braccia distese, espugnare la fortezza che era il suo corpo, ma no, non ci arrivavo al busto per farmi prendere in braccio. Qualche volta lo chiedevo, qualche altra lasciavo perdere.

Quel giorno avrei voluto chiederlo, ma era così piccola ormai.

Mi chiese un gelato. Ma la sua testa era incastrata in questa cosa di plastica trasparente e gialla e non poteva mangiare.

Comunicava scrivendo, non poteva neanche parlare, e chissà da lì come le vedeva le cose.

L' ho immaginata nel cielo. Fluttuare. L'ho immaginata fluttuare nello spazio con il suo casco trasparente e giallo. Il bianco di quella stanza asettica diventava il bianco delle nuvole che le ho visto superare e guardare dall'oblò della sua navicella, asettica e bianca anche lei. Qualche volta lo faccio ancora. Immaginarla sospesa nello spazio. Poi penso che aveva il terrore dell'aereo, figuriamoci dello spazio.

1O minuti. Una sola persona, per 10 minuti. Non so perché pretesi di entrarci io. Forse la sentivo una mia responsabilità, il mio peso. E in piedi in quella stanza lo sentivo tutto il mio peso. Il peso del mio corpo, mentre lei, lei sembrava così leggera.

Scarabocchiò delle parole su un foglio, bianco anche lui. Mi guardava, senza parlare, cercavo un modo per riempire quel silenzio, quel silenzio di 10 minuti. Era distesa e immobile, ma io la vedevo saltare con le braccia distese, implorare con gli occhi alle mie mani di tirarla su. Lei era così piccola, ma io, io a stento sopportavo il mio peso per poter reggere il suo. Mi vergogno un po' a dirlo, ma quando mi hanno detto che era scaduto il tempo e dovevo uscire, mi sono sentita sollevata. Volevo darle un bacio sulla fronte uscendo, ma non potevo perché la sua fronte era in quel casco. Le ho accarezzato la mano, l'ho salutata e sono andata via. Il foglio con i suoi pensieri scarabocchiati l'ho portato con me.

Non so perché, ma quel foglio l'ho conservato. L'ho ritrovato un giorno, per caso, quando lei se n'era già andata da un po'. Ho riguardato tra quegli scarabocchi e le richieste insistenti e mute, a cui ripensai sorridendo per quella sua caparbietà che io non avevo ereditato, e che ancora oggi non ho capito se ho odiato o amato di più. C'era una frase per me. Non so se l'ha scritta quando non guardavo o se semplicemente all'epoca non ci feci caso.

Forse era solo un modo per “comprarmi” e convincermi ad andarle a prendere quel gelato che non potevo darle, ma preferisco pensare che abbia lasciato in eredità al foglio una carezza solo per me. Che quello fosse il suo modo per provare ad essere ancora una volta il mio gigante.

Da allora però molte cose hanno smesso di avere lo stesso significato che avevano prima. O forse io ho smesso di guardare alle cose come facevo prima.

Il giallo mi faceva pensare ai girasoli, prima, e il bianco... il bianco alla purezza, all'innocenza, ad un abito da sposa, ad una nuvola.

Ora il giallo è solo il colore del suo silenzio e il bianco una stanza di ospedale e un foglio senza i colori delle sue parole. 

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