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Narrativa

Dopo l'uragano

Di Hans Tuzzi
Pubblicato il 13/06/2017

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Così mi fu narrata, così la narro.

Dove? Milano, quando nei primi mesi del 1945 al fuoco della Storia i migliori si battevano per gli ideali e i malacarne consumavano nefande vendette private. Una fabbrica, un’irruzione armata, sette prigionieri: il proprietario, due dirigenti, quattro capireparto. Presi, portati via, scomparsi.

La sera il proprietario rincasa grazie a un gioco incrociato di promesse e minacce. Gli altri, no.

Per giorni e giorni i parenti, chi li ha, si prodigano in una ricerca senza esito. Giorni di angoscia. Le mogli, i figli, sorretti dal tormento, sprezzano ogni rischio, avvicinano repubblichini e partigiani, scoprono l’orrore senza nome dei tribunali segreti, di case e stanze dove si è torturato e si è ucciso.

Lei, che per il resto della sua vita non passerà più per due strade dove in quei giorni vide oltre anonime porte il sangue schizzato sulle pareti sino ai soffitti, il suo uomo lo ritrova per caso, per la pietà di un prete che le consegna i documenti, recuperati fra i tanti cadaveri in un cimitero. Fra cataste di corpi lo ritrova, sfigurato dai colpi, livido di putrefazione, quando solo s’insinua, lungo le vie, nel crepuscolo, il gelido residuo d’angoscia di chi, ridesto dall’incubo, ancora teme non l’ombre mostruose ma il disgusto del passato. Tacciono, ormai, gli alalà di scherani.

La figlia, cinque anni, di tutto questo saprà soltanto che papà è morto. E che loro, adesso, sono più poveri. E crescerà, come l’Italia: metterà il grembiule bianco col fiocco azzurro l’anno della prima Lambretta, andrà al ginnasio con la prima puntata di Lascia o raddoppia?, il diploma verrà nell’anno del Pasto nudo e di Missione Goldfinger, diventa maggiorenne pochi mesi dopo che i mercenari della CIA vengono respinti alla Baia dei Porci, si sposa mentre sugli schermi italiani viene proiettato Salvatore Giuliano e suo figlio nasce con il primo lp dei Beatles, l’anno che uccisero Kennedy.

Suo marito è un giovane industriale, poco meno giovane di lei. Unica ombra sul loro matrimonio, la precoce morte di mamma, di sua madre, la madre di lei, donna riservata e forte dai ferrei silenzi e dalle misteriose fobìe, donna dolce eppur reticente, chiusa in un suo privato dolore senza parole.

Vengono e passano Mary Quant, il Vietnam, la Mini, i figli dei fiori, il Maggio, la bomba di piazza Fontana, gli anni di piombo e le stragi di Stato, ma la loro unione coniuga, nel caldo ricordo della prima passione, intelligenza e rispetto, decoro e gioia di vivere. Questo gli amici lo avvertono: loro due sono, per tutti, quella che si chiama una bella coppia, il loro è un matrimonio riuscito.

Poi anche il suocero, che sempre le aveva manifestato affetto, morì. Lasciandole una lettera. E, leggendola, seppe. Seppe e capì. Seppe che suo suocero e suo padre erano stati fatti prigionieri lo stesso giorno, in quella stessa fabbrica dove suo marito si recava sereno ogni mattino. Seppe che suo suocero si era salvato e suo padre no. Seppe del gioco dell’amore e del caso, che li aveva fatti incontrare e innamorare, lei e suo marito, e capì, finalmente capì: capì i silenzi di sua madre, capì i cautelosi imbarazzi di suo suocero.

Aprì gli occhi. Suo marito era lì.

“Tu sapevi?”

Sì, lui sapeva.

“E non hai mai… mai…?”

No, mai.

Perché? Perché?

E nella notte in cui Tardelli regalava il mondiale all’Italia e archiviava gli anni di piombo in quell’urlo di gioia senza più freni, il loro matrimonio andò silenziosamente in frantumi.

E nessuno dei loro amici seppe mai dire perché.

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di Hans Tuzzi

Ospite Belleville