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Fantastico

(Double) Helix in Van Der Waals

Di Binskij
Pubblicato il 14/05/2017

La forma a doppia elica del DNA è ormai iconica. Ma è l'unica architettura che può assumere? L'assonanza del titolo con "Alice in Wonderland" anticipa che questo è il resoconto di un viaggio onirico, in un mondo microscopico. Tuttavia, un fondo di verità scientifica c'è eccome.

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Helix non amava granché le sue forme sinuose, la sua collezione millenaria di colline inanellate tra loro. Ondulata e spiraleggiante, ovunque nuotasse veniva bombardata da una pioggia meteoritica di... Amici.

Persino le molecole neonate, agglomeratini quasi ridicoli di atomi ancora in via di assemblaggio, trovavano irresistibili le sue valli in cui scivolare gettando urletti euforici. I solchi di Helix avevano diverse profondità, per accomodare ospiti delle più disparate dimensioni, e si ripetevano con un’alternanza impeccabile: maggiore-minore-maggiore... Vi erano quelli che si potrebbero definire visitatori abituali, i quali possedevano siti di attracco ben definiti. Avevano il loro antro prediletto in cui stabilirsi e stabilizzarsi, erano aiutanti efficienti ed affidabili. Ma aiutavano in cosa? Helix stessa non l’aveva mai capito.

Li osservava talvolta incuriosita fin nelle viscere, altre distratta: gli aiutanti collidevano con la superficie dei suoi rilievi e delle sue grotte a velocità fotonica, fiondandosi in urti perfettamente anelastici, rimodellando la loro fisionomia superficiale a causa dell’impatto, fragoroso quanto dolce. Tanto rapidamente si appiccicavano, dando l’impressione di un’inquietante e irreversibile vischiosità, quanto in realtà rapidamente erano in grado di allontanarsi, con un rimbalzo leggiadro. Frequenti visite a ritmo regolare e coordinate spaziali immutate nel tempo. E se loro fine ultimo era ignoto, rimaneva ancora più incognita per lei la ragion d’essere di... Se stessa. 

Si rimirava febbrilmente. Era fuorviante dire che gettava imperterrita sguardi verso la sua coda. Poteva definirsi una coda unica, nella sua interezza. Non aveva nemmeno una testa e senza una testa era futile possedere una regione da etichettare come coda. Non era mai riuscita a vedere la propria fine. “Non ho una fine, come potrei avere un fine?” si ripeteva, in bilico tra l’angosciato e il rassegnato. Una finissima fune che si snodava all’infinito, poteva essere il suo biglietto da visita.

La sua più grande consolazione era che, nonostante la monotonia della sua struttura globale, le sue curve erano ripetitive soltanto in superficie. Un occhio vigile avrebbe riconosciuto che i fili di quella fune erano sequenze di lettere in cui non si riusciva a riscontrare nessun ordine di alcun tipo. Eccezion fatta per le porzioni verso cui erano attratti gli aiutanti: all’interno di ognuna il susseguirsi di letterine diveniva stranamente più sistematico, ma comunque rintracciare uno schema rigoroso era arduo. “Il disordine è complessità!”, aveva concluso fieramente Helix. Era forse l’unica cosa di se stessa che poteva afferrare, ma costituiva la sua fiammella vitale: si sentiva - ne aveva le prove lampanti - un oggetto altamente complesso. Questa dorata consapevolezza la permeava e placava la sua sete di conoscenza.

Fino a che venne il giorno in cui Helix iniziò a desiderare di più.

Van Der Waals era sulla bocca di tutti, dall’alba del mondo. Si narravano le storie più folli a riguardo, i cui incipit erano diversi ma che terminavano tutte con "e molecole dilaniate da forze inimmaginabili, ATOMO PER ATOMO". Helix sogghignava, aveva sempre creduto che per spezzettare lei atomo-per-atomo ci sarebbe voluto un tempo surreale, data la lunghezza poderosa dei suoi fili. Aveva deciso che galleggiare svogliata e senza meta, schiava del moto browniano, non faceva più per lei. Avrebbe convinto qualche aiutante abitudinario a direzionarla verso il regno dai connotati leggendari. Scoprì che era un’operazione più sciocca del previsto: scuotendo lievemente le sue vallate, poteva senza sforzo far capovolgere gli aiutanti, farli scontrare gli uni contro gli altri, generando così dei conglomerati nuovi e compatti e imprevedibili, che riuscivano a rimanere saldamente appesi alla sua superficie e a determinarne il movimento. Nuovi scontri, nuove associazioni, nuove direzioni del moto elicoidale di Helix nello spazio.

Van der Waals era dipinto come l’anfiteatro del Caos. Non conoscendone l’esatta ubicazione, Helix pensò che per raggiungere spontaneamente la patria del Caos non si poteva far altro che procedere per tentativi caotici. E procedendo inarrestabile nella sua danza schizoide, vide d’un tratto flashare in lontananza le iniziali VdW. Parevano marchiate a fuoco, i contorni evanescenti pulsavano di un tremolio platinato quasi accecante e, nonostante Helix si fosse paralizzata a debita distanza, quelle lettere incise nel vuoto si stavano chiaramente espandendo, come se fosse lei ad essersi avvicinata. Iniziali che soffocavano ogni altra visuale, i loro bordi sgranocchiavano ingordi tutta la realtà intorno. Helix era fossilizzata dallo spettacolo titanico, con la sua costellazione di molecole passeggere, appese e terrorizzate, come palline su un albero di Natale in balia di un gatto.

Si lasciò possedere. Fu come una carezza impercettibile, ma di quelle che smuovono placche tettoniche. Si guardò intorno. VdW non era affatto come le cronache lo descrivevano. Non era un paesaggio straziato da energie dannate, non bisognava nuotare facendosi largo tra carcasse di atomi lacerati. Niente grida agonizzanti, niente guardiani oltre l’abnorme varco con le iniziali, niente prove spietate da superare per addentrarvisi. La sensazione ineffabile non era conferita da ciò che Helix vedeva, bensì da ciò che non poteva vedere. Le Forze. Si sentiva maneggiata, pizzicata come un’arpa dai fili intricati, come un sottile strato farinaceo impastato da una scarica elettrica di mani che affondavano in lei da ogni dove. Il germe del cambiamento stava fiorendo. Le Forze erano ingovernabili, gioconde e mai stanche. Helix si sentì pongo, si sentì creta, vulnerabile nella sua malleabilità estrema. Quel comizio di interazioni, invisibili eppur dagli effetti così tangibili, la stava percorrendo lungo tutta la sua infinita coda. Gli aiutanti faticavano a rimanere avvinghiati, imperversava un turbinio di dipoli: quelli indotti sgomitavano per diventare permanenti e viceversa.

Molto probabilmente quella partita a scacchi tra moti attrattivi e repulsivi, che serpeggiavano per tutta Helix, durò una manciata di femtosecondi, tuttavia a lei sembrarono anni. Ma quegli anni di crucci e aspettative si risolsero nella migliore delle configurazioni: il superavvolgimento. Sapientemente raggomitolata, per la prima volta riuscì a vedere porzioni di se stessa che non sapeva nemmeno di possedere. Comprese non solo di avere una fine - e di riflesso anche un inizio - ma anche che quell’alfabeto allineato apparentemente alla rinfusa, che costituiva la struttura primaria dei suoi due fili, in realtà aveva un fine preciso: il presunto disordine di quelle lettere era essenziale per creare l’ordine del superavvolgimento.

Senza l’azione delle Forze, così tanto temute eppure così miracolose, Helix non sarebbe mai diventata Cromosoma.

Non avrebbe mai conosciuto se stessa. 

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Francesco Spiedo ha votato il racconto

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Luca Franzoni ha votato il racconto

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Bee ha votato il racconto

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