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Horror

Dove gli incubi vanno a parlare

Di Luca Franzoni
Pubblicato il 27/10/2017

E se gli incubi avessero un posto dove incontrarsi?

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Apre gli occhi. Sul cuscino la faccia di lei, che sorride. Un sorriso un po’ triste, di chi sa.

Le pareti sono dipinte di blu, dalla finestra, attraverso la tenda bianca, entra la prima luce. Lui guarda in alto: sul soffitto blu stelle d’oro ritagliate da una mano attenta. Nell’angolo nuvolette bianche disegnate da un bambino.

Lui si alza di scatto e si mette seduto, toccandosi le gambe piegate, le strofina inconsapevole, le cosce, le ginocchia, i polpacci. Lei si solleva e con la bocca fa uno «Ssh» continuo, gli tocca la fronte e gli accarezza la testa, gli sistema i capelli spettinati, gli prende la faccia tra le mani e continua a fare «Ssh», lo guarda negli occhi e respira piano e rumorosamente, facendogli capire che deve farlo anche lui, insieme a lei.

Lui si concentra sui suoi occhi azzurro pallido, sulle lentiggini come costellazioni, sulle ciocche bionde in cui intravede la ricrescita scura, da cui spuntano le orecchie a sventola. Smette di strofinarsi le gambe e tocca quelle orecchie, gli oggetti più morbidi e delicati nell’universo, e respira con lei.

«Ricordo» dice.

Lei lo bacia, forse per farlo stare zitto, o perché già voleva baciarlo.

Sulla parete dietro di lei sono appese le fotografie.

Per prima cosa lui ricorda la nebbia. Non è fitta, ma è come se la notte uscisse dalla nebbia, e non il contrario. Non sa dov’è. Ma sente la voce, la voce che urla. Le parole lanciate nel buio, bucano la nebbia. Parole volgari.

«Ehi» fa lei. Lui le prende le mani e le stacca dalla sua faccia, con delicatezza. Lei lo lascia fare, senza smettere di guardarlo. «Ehi, ssh, va tutto bene.»

Nella nebbia che si alza dall’asfalto e dai campi non coltivati vede qualcosa brillare, sente un cigolio, no, è un ticchettio ritmato, un metronomo accelerato, impazzito, la cosa che brilla è rotonda, la nebbia si alza come un sipario e l’asfalto rimbomba delle parole urlate dalla voce.

«Testa di merda! Buco di culo! Ciccione!»

Lui fa piccoli passi verso la voce, verso la ruota che gira e che brilla alla luce dei fari dell’auto. Non è la sua auto. È vuota, la portiera spalancata, il motore acceso. I fari puntati sulla bicicletta schiacciata a terra, sottosopra. Non è l’unica cosa schiacciata a terra.

«Stronzo gigante! Figlio di troia! Mangiamerda!»

Non è la sua auto. Com’è arrivato lì? Lei gli stringe la mano, lì nella stanza blu che chiamano casa, sdraiati nel letto di un bambino, e gli stringe la mano là nel buio che esce dalla nebbia, mormorando «Ssh», e poi va decisa verso la bicicletta, la raccoglie e la spinge come per rimetterla a posto dopo un gioco.

Vorrebbe chiedere tante cose, ma la voce che urla non lo lascia pensare. La voce stridula del bambino. Che viene dall’asfalto.

«Ti ammazzo, ciccione! Giuro che ti ammazzo, merda!»

Indossa la maglietta a righe nere e blu, orizzontali, il ciuffo di capelli neri sudati gli cade sulla fronte, coprendogli un occhio, ma riesce a vedere la faccia deformata dall’odio, da una rabbia che sembra impossibile fermare, un bambino di undici anni, punta il dito contro di lui, con l’altra mano fa leva sull’asfalto per cercare di tirarsi su.

«Pez-zo di mer-da!»

Ma non può tirarsi su. Le gambe quasi non ci sono più, fuse, incollate all’asfalto, riesce a vedere le scarpe da ginnastica scivolate via, bianche, macchiate di sangue che sarà difficile pulire via.

Lui finalmente riesce a parlare: «Mi dispiace, non è colpa mia…».

Il bambino lo investe con una manciata di bestemmie.

Lei gli si avvicina spingendo la bicicletta. Il ticchettio impazzito. Si ferma accanto a lui. Guarda il bambino a terra, il sorriso triste di chi sa.

«Cosa facciamo?» chiede lui.

«Ssh…»

Nella stanza blu lui guarda le fotografie appese. Il bambino con la maglietta a righe sorride, il ciuffo che cade sull’occhio, sulla sua bicicletta. In altre un uomo e una donna salutano l’obiettivo, abbracciano il bambino, tutti e tre sorridono. Lui ha le gambe, le scarpe bianche candide.

Non ha la faccia deformata dall’odio, la faccia impossibile che buca la nebbia e gli urla addosso.

Si volta verso di lei.

«Era la mia auto?» chiede. Lei scuote la testa, i capelli, le orecchie.

«Certo che non era la tua» dice.

«E allora che è successo? Dove siamo?»

«A casa.»

Nelle fotografie lui riconosce le costellazioni di lentiggini, gli occhi azzurro pallido, il sorriso allegro di chi non sa.

«Dobbiamo andare» sussurra lei.

Lui la guarda e ricorda tutto.

«Ah, giusto.» La bacia e si alzano dal letto.

Il bambino si è addormentato.


Nella stanza blu il bambino mugola nel sonno e spalanca gli occhi. Prende fiato per urlare.

Dei passi si avvicinano e la porta si spalanca.

«Ssh…» La donna si avvicina al letto e lo prende tra le braccia. «Ssh… Tranquillo, è solo un incubo…» Il bambino singhiozza e affonda la faccia nei capelli di sua madre.

Sulla porta la sagoma scura del papà non dice niente.

«Scusa, papà» mormora il bambino tra le lacrime.

«Di cosa?»

«Ti ho detto ciccione.»

Il papà ride. Anche la mamma scoppia a ridere, senza smettere di stringere suo figlio. Il bambino non capisce perché ridono, ma si sente al sicuro, mentre l’incubo svanisce, tornando dentro la nebbia.

Là, nell’altro posto, lui e lei si allontanano spingendo la bicicletta, per riportarla dove vengono fabbricati gli incubi, fino alla prossima volta. 

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Phi ha votato il racconto

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Nunziato Damino ha votato il racconto

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