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Young Adult

Esercizio di equilibrio

Di Fede_81
Pubblicato il 02/11/2017

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Il campanile della chiesa suona le sette di sera e Alice, la sua ragazza, vuole essere riaccompagnata a casa, prima che venga buio, prima che i suoi la sgridino perché torna sempre tardi, deve ancora finire i compiti e lui mi dice: “vieni con noi?”. Gli occhi di Alice, dietro la frangia, mi fulminano e lei fa no con la testa e io dico no, ma Simone dice “andiamo tutti dalla stessa parte” e allora dico sì. Alice sbuffa e non risponde, ma mi lancia delle occhiatacce ostili. L'indomani a scuola mi dirà che la prossima volta che reggo il moccolo mi taglia le gomme della bici. Si tengono per mano per tutta la strada, vorrei che tenesse per mano me. Davanti a casa di Alice, dico ciao e faccio per andare verso casa mia, devo solo attraversare il giardino pubblico, ma di corsa perché il giardino deserto mi mette paura. Ma lui dice: “Aspettami, facciamo la strada insieme”. Povera Alice, beate le labbra di Alice che ricevono le sue per un bacio casto e veloce, un bacio che io mi giro per non vedere, un bacio che chiudo gli occhi per non vedere, un bacio che respiro nell'aria.

Il contatto fortuito del suo braccio con il mio quando camminiamo uno accanto all'altro. L'accapponarsi della mia pelle. Il sorriso di lui mentre si siede sull'altalena dei bambini e io che lo guardo e lui dice: Che fai, lì come un lampione. Noi due sulle altalene, la gara a chi arriva più in alto, noi due davanti a casa mia, noi due che ciao, ci vediamo domani, noi due che niente baci per me.

Mia mamma dalla cucina: “Marco, sei tu? Lavati le mani che la cena è pronta”.

***

- Hai fatto il terzo incomodo anche ieri sera.

- Come lo sai?

- Alice ti cerca. Le ho detto che non ti ho visto.

- Mi ha trovato. Dice che mi taglia le gomme della bici.

- Puoi darle torto?

- Simone ha insistito.

Diana si leva una matita dai capelli, che le ricadono come uno tsunami sulle spalle, sulle braccia abbronzate, sul viso. Mordicchia la matita mentre pensa, scrive qualcosa sul quaderno e poi me lo allunga.

- È giusto?

Diana detesta la fisica. E la chimica. E la matematica. Finisce sempre per prendere voti alti, in modo assolutamente misterioso e, a sentire lei, casuale. Mentre controllo il suo problema, lei si riannoda la massa di capelli sopra la nuca. Quando le rendo il quaderno, scuotendo la testa perché è tutto da rifare, non ci sono più capelli tra lei e il mondo e tra lei e me. Sostengo il suo sguardo per alcuni secondi fino a che lei non dice: Ti sei preso una cotta.

La mia migliore amica è un bullo. Lo è perché integerrima e coraggiosa, alla Robin Hood, ma la nobiltà dei sentimenti fa coppia con una prontezza a menare le mani da fare invidia a Bud Spencer. Abbiamo fatto amicizia la prima volta che mi ha picchiato. Alla scuola materna, Diana aveva un amico, Carlo, un bambino frignone e attaccabrighe. Non ricordo perché litigai con Carlo, gli rubai un camioncino oppure gli ruppi la torre dei lego. Lui pianse. Davanti alle lacrime sconsolate di quel moccioso, Diana, quattro anni, mi raggiunse, mi prese per i capelli e poi mi diede uno spintone. Caddi e battei la testa contro un giocattolo o un calorifero o un'altra cosa. Mi ferii. Taglio, sangue, allarme. Mia madre fu chiamata per portarmi a casa, tra le scuse imbarazzate delle suore. Piangevo, ma nessuno badava a me. Non mia madre, non la madre superiore, troppo impegnata ad assicurare alla mia genitrice che le suore non mi avevano messo in pericolo, che sono cose di bambini, capitano, ma non ricapiterà, signora, non ricapiterà più. Mia madre sembrava molto arrabbiata, probabilmente con me. È stato allora che qualcuno ha infilato la mano nella mia. Aveva gli occhi lucidi, la candela al naso, i capelli arruffati. Non lo sapevo, ma le suore avevano chiamato anche la sua, di madre, e c'è una sola persona di cui Diana ha davvero timore. Anche oggi.

Ci siamo tenuti la mano fino a che mia madre non mi ha portato dal pediatra, per assicurarsi che non avessi riportato un trauma cranico.

Ho l'impressione che da quel giorno non abbia mai mollato la presa. O quasi.

- Detesto Alice, lo sai.

- Ok.

- Non mi credi?

- Io? Sempre.

- Alice è una cretina.

- Lo so.

- Non potrei essermi preso una cotta per quell'oca.

- Infatti non l'ho pensato.

Ci guardiamo per un secondo. Poi Diana mi allunga il suo quaderno di fisica.

- Per favore, me lo rispieghi? Non ho capito.

Avvicina la sedia alla mia e appoggia la testa sulla mia spalla. I suoi capelli profumano di gomma da masticare alla fragola, di incenso, di popcorn, di quella volta che ha corso a perdifiato per raggiungermi in stazione, i miei che mi spedivano con il treno dai cugini per l'estate e io che odiavo l'idea di andare via, di essere confinato in un posto che ho sempre detestato, costretto a trascorrere tutte le vacanze con i miei cugini snob e rintronati nella loro villa sul lago, a giocare a tennis ogni giorno, perché il tennis è l'unica cosa che quei due sanno fare, mentre tutti i miei amici avrebbero partecipato, tutti insieme, ai campi estivi organizzati dall'oratorio. Il treno stava per partire, mia madre insisteva perché salissi in carrozza, ma Diana aveva promesso che sarebbe venuta a salutarmi, lo ha promesso, ripetevo a mia madre.

Il controllore fischiò e io fui obbligato a salire. Mia madre mi faceva ciao dal finestrino e, mentre mi lasciavo indietro la banchina, sentivo rompersi dentro una diga di lacrime amare. Persino la mia migliore amica si era dimenticata di me. Ma poi lei è apparsa dal fondo del vagone, la maglietta bianca del grest, uno zainetto sulle spalle e un sorriso enorme.

- Permesso. Mi scusi. Permesso.

- Cosa ci fai qui?

- Ero in ritardo, il treno stava partendo e sono salita.

- Sei senza biglietto?

- Scendo alla prossima.

- Questo è un intercity!

- Faccio un pezzo di strada con te.

- Tu sei pazza.


Tornando a casa, mi sono fermato al parco. Dondolando sull'altalena, ho pensato: è solo una cotta, è solo una cotta, è solo una cotta. E poi: faccio tardi a cena, mia mamma chi la sente. E sono corso via.

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Miky Miky ha votato il racconto

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aurotami ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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