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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

Esistenzale, cosmico, nulla divino.

Di Nuts
Pubblicato il 05/09/2017

Scommesse tra dei e altre facezie

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La trave gli sfregava ruvida il viso.

Era di un legno grezzo, levigato frettolosamente in un lavoro piuttosto approssimativo.

Una sensazione familiare.

Lo trasportava con estrema lentezza, con entrambe le braccia spostate in avanti, in una posizione innaturale.

La trave gli segava la spalla e gli sgualciva la giacca bianca di lino, quella buona, quella delle grandi occasioni.

Prese un respirò, poi un altro, e andò avanti, nonostante la fronte imperlata di sudore.

Aveva nelle orecchie come un ronzio: la voce di suo figlio, un ragazzo dai capelli lunghi e dall’abbigliamento approssimativo.

Lo aveva sempre accusato d’incostanza, e l’incaponirsi in quella marcia non era più di una dimostrazione riservata soltanto per lui.

“Inizi un progetto e non lo finisci mai!” Gli ripeteva sempre.

“Non questa volta”, sussurrò a se stesso e il sorriso sghembo che gli balenò per un attimo in viso sapeva di tutti i vaffanculo di soddisfazione di questo mondo.

La città attorno era un’unica macchia color crema.

Personaggetti beoti, cremati e squadrati quanto la città, camminavano attorno a lui ricurvi e meccanici, uno accanto all’altro.

“Sarebbe questo il mondo?” si chiese.

“Sarebbe questa la meraviglia della creazione?” Non seppe rispondersi.

Un ecclesiastico gli passò accanto scoccandogli un’occhiata quasi sdegnata.

Lui rabbrividì, ed alzò gli occhi sperando di essere riconosciuto.

La papalina nero e cremisi ondeggiava, elevando l’andatura del suo proprietario prepotentemente, risaltandolo tra la marmaglia attorno.

Un sontuoso rubino in un mare di banalissima crema.

Voltò il viso stizzito e proseguì, senza riconoscerlo.

Il trasportatore tornò a camminare, deluso.

La trave continuava a pesare.

Era un fardello suo ed era costretto a sopportarlo nonostante tutto.

Una volta, molti anni prima, aveva provato a scaricarlo su qualcun altro, l’esito era stato a dir poco disastroso.

“Non provarci mai più!” Gli gracchiava la vocetta acuta di suo figlio, sempre all’orecchio.

“Tua la creazione, tuo il problema!”

Ma che colpa ne aveva lui, se gli uomini erano venuti fuori così idioti? Lui ci aveva messo tutta la buona volontà e Lui solo sapeva quanto impegno e quanta fatica gli era costato.

Certo, poi li aveva un po’ abbandonati a se stessi ma questi erano meri dettagli.

Anzi, quella svista, ennesima motivazione dei rimbecchi di suo figlio, aveva consentito a quest’ultimo di entrare nel pantheon divino.

La sua svista era valsa una religione, e nessuno lo aveva ancora ringraziato.

“Facciamo una scommessa” gli aveva detto il suo Cris,

”Visto che sei così soddisfatto della tua creazione, scommettiamo che se scendi in Terra e cammini tra la gente, nessuno sarà in grado di riconoscerti? Se dovessero farlo, io prometto di non lamentarmi più.”

L’occasione era stata troppo ghiotta per non accettare.

“L’unica condizione” aveva continuato, “è che tu non potrai parlare.”

Il giuramento era stato sancito, la scommessa era stata accettata.

Da allora aveva percorso valli e campi, città e ponti, in cerca di qualcuno che avesse gli occhi abbastanza limpidi da poterlo riconoscere.

Nessuno.

Nulla, neanche per sbaglio.

I sui ministri, una massa di boriosi e donnicciole.

Gli eruditi, troppo istruiti e disillusi per accorgersi di lui.

E poi contadini, uomini d’affari, mercanti non c’era stato nessuno! Nessuno in grado di vederlo.

Era giunto disperatamente all’ultima città, e come un pazzo vagava in cerca dell’ultima persona al mondo.

La sola rimasta.

Colui che lo avrebbe riconosciuto.

Accanto a lui un uomo si fermò.

Stava al centro della strada, lo scuro dei suoi occhi, sgranati e vacui, gli rincara l’espressione da beota.

Aveva come una maschera, una grossa maschera ebete sotto la quale si celava il nulla.

Esistenziale, cosmico, oscuro nulla, gocciolante dai suoi occhi scuri.

Due piccole lacrime di abnegazione.

Lo guardò e gli disse: ”Mi scusi, ma lei è Dio?”

Dio rimase impietrito a quell’affermazione, e quasi in lacrime fece segno di si con la testa.

“Allora” disse l’ometto, levandosi il cappello e facendo fuoriuscire la chioma fluenta, “temo che debba pagare una scommessa a suo figlio.”

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