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Romance

Fine di una storia

Di Leonardo Milesi
Pubblicato il 11/11/2017

Quando si diventa ridicoli per amore

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- Cosa ci fai qui?

- In senso ampio e metafisico, vuoi dire? Cosa faccio qui su questo pianeta? Su questo tizzone che vort…

- Smettila, non sei spiritoso, - disse stizzita, lanciando sguardi in giro per la stanza.

- Luca mi ha invitato alla festa, - disse guardandosi attorno a sua volta, con un sorrisetto stampato sulle labbra.

- E non potevi proprio rifiutare?

- Perché avrei dovuto?

- Luca è amico mio. Te l’ho presentato io, sapevi che ci sarei stata.

- Me l’avrai anche presentato tu, ma siamo diventati amici…

- O ma per favore! - lo interruppe infastidita. - Amici? E da quando consideri Luca un amico? Non ti è mai piaciuto. Hai sempre avuto da ridire e criticare. “Guarda come se la tira, coi soldi del papi”. Hai sempre avuto da ridire, sempre. Per non parlare delle scenate di gelosia che mi sono dovuta sorbire, - pronunciò le ultime parole abbassando la voce e guardandosi nuovamente attorno.

- Be’, il signorino ti scriveva a qualsiasi ora del giorno e della notte perché lo consolassi per l’abbandono da parte della sciacquetta di turno, raccattata chissà dove, - bevve nervosamente dal bicchiere che teneva in mano. Uno di quei sofisticati e coloratissimi drink, da ricchi, che si era fatto preparare all’open bar allestito in uno dei due saloni. Decisamente troppo dolce.

- E ricomincia. Non ho voglio di rifare tutto daccapo, Alberto. Ma non fai che confermare quello che ho detto.

- Sarebbe?

- Perché sei qui? - chiese ormai esasperata.

- Sapevo che ti avrei trovata, - disse quasi sottovoce, dopo una piccola pausa.

- Ti prego, Alberto, non farlo.

- Fare cosa? Lottare per la donna che amo?, - aveva abbandonato il sarcasmo e iniziava a infervorarsi.

- Smettila, ti stai mettendo in imbarazzo, - disse controllando se qualcuno stesse ascoltando. Lo prese per un braccio e lo portò in una zona della casa più appartata.

- Ti faccio fare brutta figura con i tuoi amici ricchi?

- Smettila, ti prego, - una nota di sofferenza le incrinò la voce.

- Perché, non è vero, forse? Questo ragazzo dei quartieri popolari che deve lavorare per pagare l’affitto e che non ha dei genitori che gli comprano un appartamento in centro da centinaia di metri quadri…

- Ho detto di smetterla.

- Perché dovrei smetterla? Ti mette a disagio vedere finalmente quanto sei ipocrita? Tutte quelle chiacchiere sul fatto che non importasse che non fossi ricco come te, che fossi anzi una ventata di aria fresca, fra i figli di papà che avevi sempre frequentato fino ad allora.

- Ma non mi importava che non fossi ricco, Alberto! Per me i soldi non sono mai stati un problema, ma è evidente che per te lo erano eccome.

- E certo che non lo erano, non hai idea di cosa significhi non averne tu! - E poi disse: - Era tutto falso, non è vero? Volevi solo infastidire i tuoi, tuo padre e tua madre che mi hanno sempre disprezzato. O non hai mai notato come mi parlavano quando mi invitavi a casa tua? Alle vostre cene e i vostri pranzi, i brunch della domenica e le serate a teatro, sul palco di famiglia? Le occhiate che mi lanciavano, fra pellicce di visone e perle. Io che indossavo sempre il solito paio di Clark. “Alberto, caro, devono essere proprio comode quelle scarpe per non cambiarle mai”. E come tua madre mi presentava agli amici: “Questo è un amico di Gaia, dall’università”. Facendo molta attenzione a scandire amico. Mai una volta che mi abbia presentato come il tuo ragazzo. E vogliamo parlare dei ridicoli tentativi di accoppiarti con Luca qui, chissà perché sempre presente a tutti gli eventi che organizzava a casa vostra e che mi presentava. Ogni sacrosanta volta.

- Ora basta, ti stai rendendo ridicolo. Ci guardano tutti.

- Che guardino pure, che sentano. Cosa ti importa se mi rendo ridicolo? Hai perso il diritto di commentare o criticare come mi comporto quando mi hai lasciato.

- E va bene, allora. Metti in imbarazzo me! Ecco, sei felice ora che l’ho detto?

- No, - rispose lui dopo un po’. - Non sono felice. Sono triste, lo sono da parecchio. Anzi, credo di esserlo sempre stato. Con te non lo ero, però. Non all’inizio, almeno. Ero felice, eravamo felici. Perché lo eravamo, vero? - disse con una sfumatura di incertezza nella voce.

- Sì, lo eravamo. Certo che lo eravamo. - rispose lei. - Come stai, Alberto? - aggiunse dopo un’altra pausa, dolcemente.

- Odio questa domanda. Ma che domanda è? Lo sai che la detesto. Dio, è così impersonale, così vuota…

- Va bene, va bene, non ti scaldare.

- Non mi sto scaldando, è solo che è una domanda che odio. Perché devi farla? Tutti sentono il bisogno di chiedere come va, ma non hanno nessuna intenzione di sentire davvero la risposta. Si aspettano che tu dica “bene, grazie, e tu?”. Per riempire qualche silenzio.

- Perché devi sempre fare così?

- Così come?

- Così. Controllare quello che le persone dicono.

- Non voglio affatto controllare quello che le persone dicono, vorrei solo che prestassero più attenzione al cosa e al come. Ecco tutto. Se proprio devi dire qualcosa, che sia qualcosa che ti importi davvero. Altrimenti perché devi parlare? Di certo al mondo non si sente il bisogno di parole inutili.

- A me importa.

- Ti importa sapere come sto?

- Sì, mi importa. È davvero così strano?

- Sì, lo è eccome. Insomma, hai ascoltato una parola di quello che ti ho detto? Non è evidente come sto? Dal fatto che sono qui a questa stupida festa con questo stupido cocktail in mano che sa di caramella sciolta, a fare una scenata di fronte ai tuoi stupidi amici, non è chiaro come sto?, - iniziava ad alzare la voce e alcuni degli invitati si erano davvero voltati a guardarli. - Sto male, Gaia. Mi manchi…

- Basta, - lo disse poggiandogli delicatamente una mano sullo sterno - ti prego, ora basta. - Lui guardò la mano di lei sul suo petto e quel gesto di inattesa intimità sembrò calmarlo. - Scusa, - disse lei ritirando la mano dopo un tempo che parve molto lungo a entrambi ma che durò solo qualche secondo.

- No, no, hai ragione. - rispose lui. - Hai ragione.

- Ragione su cosa?

- Devo smetterla. Sono ridicolo.

- Alberto…

Posò il bicchiere ancora pieno su un tavolino lì vicino e guardò sopra la testa di lei. Luca stava venendo verso di loro con un bicchiere di un qualche drink rosa fucsia in entrambe le mani, l’andatura disinvolta come se scivolasse, nei mocassini che gli fasciavano i piedi senza calze. Posò nuovamente lo sguardo sul suo viso e tenne gli occhi fissi in quelli di lei per un po’, poi le sorrise. Un sorriso triste. Il sorriso che si fa quando sai che qualcosa di bello deve finire. - Devo andare, Gaia. Hai ragione, ti ho amata e una parte di me ti amerà per sempre. Ma adesso mi sto solo rendendo ridicolo. L’ho capito, ora. - Sorrise di nuovo poi la baciò. Un bacio leggero sulla guancia, come un battito d’ali di una farfalla. La guardò nuovamente per qualche secondo. - Ringrazia Luca da parte mia, ha una casa splendida. -

Quando le voltò le spalle per andarsene, sentì Luca chiederle qualcosa, ma non sentì cosa e non udì nemmeno la risposta di lei. Era già troppo lontano e il chiacchiericcio e la musica coprivano le loro parole.

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Ellida Wangel ha votato il racconto

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