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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

FUORI SCENA

Di Sabrina Cinzia Soria
Pubblicato il 05/09/2017

La scoperta che niente è come sembra.

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Mi passi vicino e fai finta di non conoscermi, lo sguardo perso davanti a te. Le nostre braccia si sfiorano appena. Se non avessi il piede appoggiato al marciapiede, forse ci toccheremmo.

La mano sul cuore è il modo per dirmi il tuo amore, lo sento. Ma questo non mi basta più. Vorrei potermi girare, guardarti dritto negli occhi e… baciarti, sì baciarti, incurante di tutto e di tutti, con passione e spudoratezza. Sono anni che ci sto pensando e prima o poi troverò il coraggio, te lo giuro.

Nessuno se lo aspetterebbe da me. Immagino la faccia che farebbero tutti, tu per primo, con quell’aria da ragazzino ingenuo, schiena eretta e mani bene in vista.

Quando eri solo uno schizzo ho seguito le tue mani formarsi e ho sperato che almeno una si appoggiasse al mio corpo. Ma tu sei stato concepito come persona perbene. Il lato perverso è stato riservato ad altri.

Giorno dopo giorno ho fantasticato su come sarebbe guardarti negli occhi, strapparti un sorriso e farmi stringere dalle tue braccia. Ho voglia di muovermi, di correre. Tu invece sembri tranquillo, senza ombre e tormenti, nessun pensiero sembra turbarti.

All’inizio amavo questa strada: i colori pastelli mi hanno fatto pensare a uno splendido pomeriggio di primavera, forse aprile, col sole tiepido e l’aria fresca che creano quel piacevole contrasto di temperature. Anche le vetrate dei locali, la tenda a righe, la lanterna e quel santo blasfemo mi sono subito piaciuti. Mi sembrava di vivere un sogno. Poi però sono arrivate le persone e hanno rovinato tutto: facce oblique, serie, arrabbiate.

Per fortuna ci sei tu.

Adesso questa strada la odio. Odio questa gente che fa finta di niente: a volte è come se gli sguardi fossero puntati solo su noi, nessuno guarda eppure tutti sanno quel che succede, sbirciano i nostri segnali: tu con la mano sul cuore e io che ti mostro il palmo della mano, una parte interna di me, l’unica che mi è concessa, imprigionata come sono in questa tunica nera che mortifica le mie forme, rendendomi così severa.

Per me avevo sognato un viso meraviglioso che ti avrebbe fatto innamorare all’istante, e un vestito corto e colorato che mettesse allegria e mi scoprisse le gambe per farmi desiderare da te. Ma io sento che sai andare oltre l’apparenza e intuire quella che veramente sono, sensuale e piena di passione.

A volte vorrei che tu non fossi così perbene, che fossi tu a prendere l’iniziativa – come dovrebbe essere – e che mi sorprendessi per una volta, per un momento: mi afferrassi, cambiassi la scena e mi facessi voltare.

Per molto tempo ho invidiato quella stupida ragazzetta, destinata a essere abbracciata da un uomo. Ma che faccia! Non sembra neanche contenta. Anch’io ti voglio abbracciare!

Oggi è il giorno giusto. Ho deciso. Ti prenderò a braccetto ed entreremo insieme nel locale di fronte. Seduti a un tavolino ci potremo finalmente parlare, mentre sorseggiamo un caffè. Oh! Ho così tante cose da chiederti! Poi, quando avremo preso un po’ di confidenza, usciremo e cammineremo fino alla fine della strada, sparendo dietro l’angolo. Per sempre.


Sei caduto giù come un pezzo di cartone, senza emettere un suono, i tuoi occhi sono rimasti fissi, adesso guardano in alto; la tua mano è rimasta fissa sul cuore, l’altra col pollice in tasca. Non hai perso neanche il berretto. Ho pensato che stessi male, forse l’emozione del mio gesto, ma poi hai ondeggiato come se fossi leggero leggero, fatto di carta di riso. Più avanti la vetrata del locale mi ha restituito un’immagine: era uno spazio vuoto bordato di nero che faceva i miei stessi gesti, non c’erano occhi, né bocca, né seno, solo un vuoto piatto e incolore.

Ho capito che quel vuoto ero io. 

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