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Soggetti per il cinema/teatro

Giovani omicidi

Di S.C.
Pubblicato il 28/06/2017

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Non riuscii a guardare quel cadavere. Certo, essendo un detective ne ho visti parecchi, però questa volta era diverso. Si trattava di una ragazza di diciotto anni, appena compiuti. Mi sentii male nel vederla, così male che i miei colleghi mi dovettero allontanare. Mi salì una rabbia che non riuscii a controllare, non solo perché questo era il terzo cadavere in tre giorni, ma perché non trovavo il serial killer che stava facendo tutto questo. Per cosa poi? Non lo so neanche io onestamente. Questo era il primo caso di omicidi seriali a cui io e i miei colleghi lavoravamo. Non sapevamo niente di lui, neanche di che colore avesse i capelli, niente di niente, tranne che gli piaceva far addormentare le vittime per poi torturarle molto lentamente. Capimmo subito che si trattava di un serial killer, d'altronde un assassino normale non metterebbe mai in posa le vittime, no? Sì, avete letto bene, l'assassino aveva questo modus operandi di mettere le vittime in posa, quasi come se dovessero scattare una foto ricordo. Ricordo ancora la prima vittima che trovammo in un appartamento abbandonato; era seduta su una sedia, nuda e senza organi. Il pazzo l'aveva squarciata e lasciata così, in modo che la trovassimo in quel modo. Passò qualche giorno dall'ultimo cadavere scoperto, finché non trovai una lettera davanti la porta di casa mia. Era una lettera strana, non capii subito cosa volesse dire, quindi lasciai perdere. Se potessi ritornare indietro non avrei fatto lo stesso errore. Il giorno dopo arrivò una chiamata dalla centrale di polizia dicendomi che ci fu' un quarto cadavere in un giardino pubblico. Andai subito al luogo del delitto e vidi un'altra ragazza morta. Questa volta il serial killer si era superato; aveva legato la ragazza ad un palo della luce e le aveva tagliato le gambe e le braccia. Non ce la feci più, così, dopo aver cercato delle prove senza aver successo, mi recai in un bar e presi qualche bicchiere di whisky. Non ricordo bene cosa sia successo, ma dopo aver bevuto, svenni e mi ritrovai in un magazzino vicino ad un porto. Ero legato e perdevo sangue dal naso, ma forse dopo tanto tempo riuscii e vedere in faccia l'omicida. Lo vidi e rimasi sorpreso: non era come me lo aspettavo, era diverso. Si trattava di un ragazzo giovane, alto e con i capelli lunghi. Gli chiesi cosa volesse da me, cosa gli avessi fatto di male, lui rispose: "Niente, voglio solo vederti soffrire."
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Michele Pagliara ha votato il racconto

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