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Soggetti per il cinema/teatro

Grazie di niente

Di Isabella Nenci
Pubblicato il 25/10/2017

Il viso è in ombra come è giusto che sia. È la voce che importa.

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La luce scende da un punto in alto a destra.

Disegna un circolo pieno e acceso davanti a una tenda di tessuto scuro pesante.

Ci aspettiamo che qualcuno riempia quella luce al più presto.

Entra da sinistra senza bisogno di spostare la tenda.

Viene avanti a piedi nudi.

Le vene che li avvolgono in una rete azzurra.

Lo smalto carminio che maschera le unghie anziane.

L’abito nero lungo alle caviglie che le costruisce intorno una sagoma senza sbavature.

Il viso è in ombra come è giusto che sia.

È la voce che importa.


Sono qui in questo giorno per dire grazie. Grazie a tutti e per tutto.

E come segno della mia riconoscenza voglio offrire a voi – proprio a voi – le mie buone abitudini e soprattutto quelle cattive. Come magnifiche gemme da desiderare. Inestimabili. Che soddisfano ogni vostro bisogno.

Possa tutto il cioccolato che ho mangiato nella mia lunga vita scorrere veloce nel vostro sangue e darvi allegria.

Possa ogni bicchiere di vino che ho bevuto farvi sentire bene. Distendervi i nervi. Sciogliere i muscoli involontari e lasciare che la naturale chiarezza dei vostri pensieri corra libera.

Possano le canzoni che ho cantato a voce piena risuonare per voi. Non importa se non capite le parole. Purché vi accompagnino nel momento in cui il sonno vi salva.


Cammina lenta ma non zoppica. Segue la linea curva della parete. Il fascio di luce arriva su di lei con un po’ di ritardo. Quando riprende sentiamo le prime parole pronunciate nel buio.


Grazie per aver carezzato il mio amor proprio e avermi reso una celebrità a vostro esclusivo vantaggio. Voglio ringraziarvi per avermi illusa con gli applausi sonori.

Grazie per aver preso tutto e dato niente in cambio. Vi siete serviti da soli come sempre. Grazie.

Grazie di non avermi pagato. Grazie per essere stati malvagi e scortesi e di avermi riso in faccia. Grazie per lo squallore. Sono felice che mi abbiate derubato. Che mi abbiate mentito. Che mi abbiate aiutato.

Grazie. Thanks. Merci beaucoup.


Percorre un altro quarto di giro. Ormai ci è chiaro che la stanza è circolare. Ci immaginiamo che si fermerà almeno altre due volte.


Un grazie a tutti i miei amanti. Uomini belli dalla mente bella. Grandi artisti a modo loro. Possano tornare da voi in sogno e fare l’amore con voi nel modo che più vi piace.

Grazie a quelli che sono morti prima di me. Non sento la mancanza di nessuno di voi. Non provo nostalgia. È stato meraviglioso. Ci siamo voluti bene ma non vi rivoglio indietro. Non siete altro che il riflesso della mia mente.

Un abbraccio a tutti gli amici che mi hanno tradito. È una consolazione che ogni amico diventi un nemico presto o tardi.


Ancora non vediamo il viso. Non può essere un errore. Mentre si sposta a ore nove si tiene arretrata rispetto al fascio di luce. Che la raggiunge con il solito ritardo.


Qualcosa senza sostanza è diventato qualcosa che di sostanza ne aveva. È da qui che è cominciato il travaglio. Ha dato vita a me e alla mia stupida mente che si è aggrappata a qualcosa da possedere quando non c’era niente a cui aggrapparsi. Mi ha lasciato appesa a una intuizione di realtà.

Perché è accaduto io non lo so.

Grazie anche per la depressione. E per aver desiderato di farla finita ogni giorno su questa terra. Oggi che compio ottanta anni ce l’ho quasi fatta.

Grazie per aver lasciato che fossi me stessa. L’unica scelta possibile.


Torna al punto di partenza come avevamo previsto. Un passo dopo l’altro. Si ferma davanti alla tenda scura e pesante che – adesso lo possiamo dire – non è servita a niente. Non si è mai alzata né abbassata né tantomeno spostata di lato.


Un ultimo grazie ai miei figli per avermi dimenticata. Per avermi dato il permesso di dimenticarvi. Ho fatto senza di voi ed è stato un bene.

Vi ringrazio per avermi portato al cospetto della mia mente denudata di tutto.

Grazie. Grazie. Grazie.

Grazie di niente.

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