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Narrativa

Il bar BAR

Di Silvia
Pubblicato il 20/10/2017

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Il bar aveva un’insegna frontale di colore verde con la scritta BAR e un’insegna laterale rossa con la stessa scritta, dunque per tutti era semplicemente il bar BAR.

Dentro c’era lo stretto indispensabile: un bancone metallizzato, una vetrinetta con panini e croissant, due frigoriferi, uno per i gelati e i piatti pronti, uno per le bibite.

Stava sotto i portici, vicino alla stazione e non lontano dall’università. Per questo era una tappa fondamentale per i viaggiatori e per gli studenti come noi che dopo un esame ci rilassavamo su quei tavoli di plastica con tovaglie di flanella scozzese confortanti quanto il plaid di una nonna.

C’andavamo in gruppo, ma anche soli perché al bar BAR dal 1978, a qualunque ora del giorno e della notte, trovavi sempre il Giorgio, un metro e sessanta centimetri di gentilezza ed eleganza.

E se non c'era il Giorgio c'erano i due figli, Alex e Andrea, nostri coetanei e grandi amici, sempre pronti ad arrotondare in grande difetto i nostri conti e a offrire panini e te caldi a vari forestieri in difficoltà.

C'andavamo prima delle lezioni e poi la sera per decidere cosa fare, come se quel posto fosse solo una terra di mezzo, un punto da cui salpare per grandi avventure notturne.

C'andavamo per organizzare le vacanze, per trovare qualcuno a caso con cui parlare, nelle notti afose e per una fetta di Panettone a Natale.

C'andavamo per le nostre feste di compleanno e quelle di laurea.
In attesa di possedere una casa, quella era la nostra casa.
C'andavamo per presentare la nuova fidanzata e vedere se reggeva il Negroni sbagliato di Alex. Indispensabile prova per essere accettata dagli amici.


A volte c'andavamo con la speranza che ci fosse un amore che ci aspettava.


E quando l'università diventò un ricordo lontano, noi continuavamo ad andarci, perché un Negroni sbagliato bevuto con la compagnia giusta ti poteva raddrizzare tutta la giornata.


A volte c'andavamo solo per farci coraggio.

Come quando ci siamo sbronzati dopo il funerale della sorellina del vecchio Gianca, che in realtà non era vecchio per niente, era solo che gli era venuta la barba prima di tutti.
Oppure per l'addio al celibato di Schweppo che stava per sposare una che aveva messo incinta, ma non amava per niente.

E poi ci siamo andati prima della mia partenza per la Germania. Dai Gianni, non è mica così lontana. Non è mica l'America. Beviti sto Gin Tonic adesso e non pensarci. E intanto ad alcuni una lacrima sfuggiva nella barba e nella birra, perchè quello sembrava più un addio che un arrivederci.


A volte era bello arrivare al bar BAR da soli, per stare lì seduti al bancone a guardare.

Turisti, stranieri, escort, travestiti, uomini d'affari, studenti e vecchiette.

Chiunque passasse dal bar BAR, anche solo per un caffè, sembrava l'affascinante comparsa di una bizzarra commedia.

O forse era l'effetto del Negroni sbagliato di Alex che ci faceva percepire la vita come un film, e il bar un palcoscenico dove ognuno aveva un ruolo fondamentale. 


---

Vegghie- Gelateria vegana dice la nuova insegna blu.

Trascino via il mio trolley e a passi pesanti mi incammino sotto i portici di una città che non sento più mia.
Penso al Giorgio, ad Alex e Andrea, penso che il bar Bar non aveva un nome, eppure è presente nei miei ricordi come una persona che vorrei chiamare, che vorrei vedere.
E invece mi accendo una sigaretta nella nebbia e me ne vado alla ricerca di un Negroni sbagliato e di una qualche storia da immaginare.

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