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Narrativa

Il barbiere

Di Vindab
Pubblicato il 06/12/2017

Il motivo per cui porto i capelli lunghi

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Il negozio da barbiere che c'è su per la salita che porta a casa mia, appartiene a un tipo grande e grosso che una volta faceva il calciatore. Giocava per la squadra del paese. Ci ha giocato per 15 anni, a parte i due anni che aveva passato a Firenze, nella squadra primavera della Fiorentina, poi si era fatto male al ginocchio, l'anno dopo anche all'altro e così era tornato al paese. Era una buona mezz'ala. Teneva bene il centrocampo e da li smistava i palloni in avanti agli attaccanti.

Ha giocato fino a 36 anni e intanto faceva l'aiuto barbiere nel negozio di quello che poi è diventato il suo aiutante. Quando ha smesso di giocare infatti, con quello che aveva messo via tra stipendi e premi partita, s'era comprato il negozio, che tanto il titolare non era sposato e aveva ormai settant'anni. Così ora lui è il padrone e il vecchio l'aiutante, che tra l'altro dicono che non si faccia neppure pagare, tanto non saprebbe cos'altro fare.

Il sabato e la domenica mattina il negozio è sempre pieno. Tre pareti sono occupate da sedie contro il muro dove aspettano i clienti e in quella di fronte all'entrata ci sono gli specchi, i lavandini e i mobiletti. Davanti ai due specchi con le cornici cromate, ci sono due sedie da barbiere intorno alle quali i due si esibiscono, più con le chiacchiere che con le forbici. In realtà è il titolare che intrattiene tutti con dei lunghi monologhi in cui l'assistente fa il ruolo della spalla che chiama la battuta.

Gli argomenti sono i più vari, i pettegolezzi di paese, la partita della nazionale, la situazione politica, anche se cerca sempre di essere al di sopra delle parti, per non contrariare nessuno. Critica benevolmente tutti per rispettare il suo personaggio, ma i clienti sono clienti e non vuole offendere nessuno. I suoi argomenti preferiti sono i fatti del paese che coinvolgono le donne, possibilmente non parenti di nessuno dei presenti, così da essere libero di fare apprezzamenti. È molto bravo a raccontare, storie anche piccanti, e tutti pendono dalle sue labbra. A volte interrompe il taglio e con un ampio gesto del pettine nell'aria descrive una certa situazione complicata. È come quando faceva la mezz'ala, è lui il padrone del campo e smista la palla verso questo o quello e tutti ridono divertiti. Il mestiere l'ha imparato dal suo assistente, era lui una volta al centro dell'attenzione, ma non aveva la battuta così pronta, era più sobrio, ma erano altri tempi.

Era stato il vecchio il primo a tagliarmi i capelli, sentivo la macchinetta che mi rasava la nuca fino in cima alla testa, fino a quando mio padre diceva che poteva bastare. Poi, anni dopo, andavo da solo, ma non mi è mai piaciuto andare dal barbiere. Sedermi su quella sedia per me è una specie di tortura, soprattutto con il nuovo titolare. Cerca di stanarmi, di farmi uscire allo scoperto per capire chi sono, che cosa faccio e cosa ho intenzione di fare, per trovare spunti da inserire nel suo racconto. Di solito non gli do soddisfazione. Rispondo con il minor numero di parole possibile, spesso con un sì o un no. Così torna a parlare d'altro al suo pubblico del momento. Appena ha finito con me, pago in fretta e scappo via. Forse un giorno ricorderò il mio barbiere con simpatia, per il momento entrare nella sua bottega è una cosa che rimando più a lungo possibile, come andare dal dentista.

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