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Autobiografia

Il barbone del Pam

Di Zeta Reader
Pubblicato il 01/11/2017

Avvicinatevi senza timore, non vi chiederà l'euro per il carrello

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Piacere di conoscerti Lettore, molto piacere davvero. Sarei curioso di sapere chi sei, come sei venuto a contatto con me e cosa ti ha spinto fin qui, ma non si può.

Sarò sincero, preferirei che tu fossi una bella signora con gli occhi grandi e disegnati con lʼeye liner, di quelli che sanno accarezzare le frasi con indulgenza e delicatezza. Uno sguardo color acquamarina dalle ciglia lunghe e scure, che saprebbero lusingarmi ogni volta che vanno “a capo”. Se così non fosse pazienza, il patto è che io racconti e tu ascolti.

Vorrei presentarmi per buona educazione, tuttavia non lo ritengo affatto opportuno, non ora almeno. Eʼ la dose che fa il veleno diceva Paracelso, e io ritengo di dover misurare le informazioni per creare la giusta alchimia. Ti parlerò di me per raccontarti di altri fatti accaduti prima e dopo la mia morte. Ho sorvolato sul fatto che fossi trapassato, vero? Eʼ un mio vizio, lo ammetto. Dunque, è bene che smetta di girarci intorno e inizi a spiegare per benino come sono andate le cose sin da principio.


Al parcheggio del Pam cʼera sempre un sacco da fare. Ci sono nato e morto, in quello spiazzo polveroso. Senza chiedere nulla, né soldi né cibo. Certo, se me lo donavano lo accettavo e magari la volta dopo li aiutavo a caricare le buste della spesa in macchina.

Qualche vecchia conoscenza mi offriva un caffè al Dersut, di solito gli assistenti sociali o quella coppia di punkabbestia a cui guardavo i cani mentre compravano le birre. Giravano con due sanbernardo alti e muscolosi che mi davano musate contro le spalle e frustavano lʼasfalto del marciapiede con le loro code lunghe e spesse. Don Cristiano non ci veniva più da anni al Pam ma mandava la perpetua a fare spesa per la canonica. A seconda di quello che vedevo spuntare dalle sue sporte decidevo o no se andarmi a confessare, sempre allʼora di cena. Cʼerano poi i concittadini che mi prendevano in giro: chi mi guardava con disprezzo, chi faceva finta che non esistessi. Ad esempio, la fu contessa Masiero attraversava le porte di vetro del supermercato ignorandomi, altezzosa come stesse facendo il suo ingresso a Buckingham Palace. Io so invece che mi vedeva bene, eccome. Sfilava tutti i sabato mattina con la domestica - la chiamava così ma in realtà era una badante, lo si capiva subito - e proprio per questo non mi sono mai fatto trovare ubriaco o sporco di sabato. Bisogna mantenere il contegno davanti a una fu Contessa, mi dicevo. Sorridevo alla sua indifferenza dissimulata, con affetto e infinita pietà.

Adesso che ci penso, però, sorridevo a tutti.

Anche a Linda, la biondina. Puntuale come le tasse, ogni giovedì pomeriggio veniva a fare spesa con un fiocco rosso in mano e la tristezza sulla bocca. Il fiocco lo legava al carrello, ben in vista come un mazzolino di fiori sul cestello della bici; lʼaria triste la copriva con il rossetto color corallo. Cosʼè, vi sembra strano che un uomo riconosca il color corallo? Mettete da parte certi pregiudizi, poi vi spiegherò il perché. Adesso vi sto dicendo di Linda, la biondina. Ecco, lei sembrava una bambolina, magra e non tanto alta. Avrà avuto ventʼanni e non era di queste parti. Lʼho capito perché non si stupiva di vedere un barbone, cosa che a Treviso è un evento raro e sconvolgente quanto il Gay Pride. Ho avuto conferma che non fosse di queste parti una volta che è uscita in lacrime dallʼipermercato con una busta da cui penzolavano un ciuffo di lattuga e il suo fiocco rosso spiegazzato. Le ho domandato perché stesse piangendo e lei, con una goccia che scendeva verso il mento, ha avuto la sfrontatezza di mentire.

«Non piango miha, io»

Disse proprio miha, con la h al posto della c: lì capii che era toscana.

«Ah, scusa. Allora stai criando - scherzai, godendomi la sua faccia interrogativa davanti a un verbo sconosciuto. - Da te si piange, in Veneto si cria. Hai ragione, finché sei qui non puoi piangere, mi sono sbagliato»

La vidi allargare il suo sorriso - sì, quello color corallo - e solo allora seppi che non si era offesa. Mi lasciò un euro nella scatola e la lacrima che si era staccata dalla sua guancia mentre si era chinata.

Una che né ride né piange davvero mai invece è la Gina. La cara vecchia Ginetta, veniva a far scorte con il Bruno, suo marito. Brava gente, Gina e Bruno, tenevano la dispensa ben fornita tutta lʼanno. Lo so perché a volte andavo a fargli visita e non se ne sono mai accorti - o quasi. Forse per quello nemmeno loro mi salutavano come si deve. Lui mi guardava storto, più per un difetto di vecchiaia che per astio: il Bruno era un pezzo di pane era tanto benvoluto proprio perché sapeva mettere da parte le ruggini. Lei no, lei era tremenda, la Gina. Erano anni che quando mi passava di fianco mi apostrofava con tutti gli aggettivi più infimi della lingua italiana, tutti quelli che iniziavano per zeta: zotico, zozzone, zingaro... Sua figlia Maria Vittoria lo aveva notato per prima allʼetà di tredici anni e da allora mi chiamava Zeta.

Quindi piacere, Lettore, adesso posso presentarmi.

Io sono Zeta, il barbone del Pam.

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