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Narrativa

Il club

Di Vindab
Pubblicato il 05/12/2017

Chi è che beve più l'orzata al giorno d'oggi?

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Ne avevo letto qualcosa sullo speciale dedicato al tempo libero del quotidiano locale. Insieme ad una serie di altri club tra i più improbabili, a cui evidentemente alcune persone della città dedicavano il loro tempo libero (ce n'erano di molto strani), c'era anche un non meglio identificato Club degli uomini soli. In realtà il giornale non diceva molto e si limitava a indicare l'indirizzo e il numero di telefono nella lista. Sul momento mi aveva incuriosito, forse perché mi riconoscevo perfettamente nella categoria. Avevo pensato che fosse strano però che un uomo che ha imparato, per scelta o per necessità a starsene da solo, sentisse il bisogno di iscriversi a un club. Per fare cosa? Comunque non ci avevo più pensato. Poi un giorno, nel ritornare a casa, mi accorsi di aver dimenticato le chiavi in ufficio e scesi dal tram a metà strada per tornare indietro a riprenderle.

Ero in una via in cui non mi ero mai fermato, di fronte a un vecchio palazzo di mattoni. Pensavo di attraversare la strada e prendere il tram nella direzione opposta, ma appena fui sul marciapiedi attirò la mia attenzione, accanto a un portone di legno massiccio più volte riverniciato, una targa con scritte dorate su sfondo nero che diceva: Club degli uomini soli. Rimasi stupito. Non dico che mi fossi immaginato qualcosa tipo bar o circolo ricreativo, ma di certo non pensavo a un portone così austero sotto una balconata sostenuta da una serie animali fantastici di pietra. Sotto la targa c'era un bottone che sporgeva da una piastrina di metallo. Rimasi per un attimo a chiedermi se davvero pensavo di suonare a quel campanello. Poi mi guardai intorno: la strada era quasi deserta, faceva buio, dall'altra parte della strada c'era un piccolo bar che si chiamava semplicemente Latteria. Attraversai e entrai.

Chiesi al vecchio con i baffetti che era dietro il banco e che mi guardava interrogativo di prepararmi un'orzata. Non so come mi fosse venuta in mente, erano anni che non bevevo un'orzata , forse non la facevano neanche più. Invece il vecchio si girò a cercare qualcosa sullo scaffale delle bottiglie mentre io mi sedetti sullo sgabello del ripiano che dava sulla strada. Pensavo che stavo facendo tardi, che sarei arrivato a casa almeno un'ora dopo, avrei dovuto saltare qualcuna delle mie attività serali e ritardare la cena. Non avevo intenzione di suonare a quel campanello, ma non potevo negare che la cosa mi incuriosiva.

Il vecchio mi portò l'orzata su un piattino e con un lungo cucchiaino. Pensavo di non averne più, disse, invece ne ho ancora una bottiglia, nessuno beve più l'orzata. Forse si aspettava che gli rispondessi qualcosa ma mi limitai a dirgli grazie e presi piattino con il bicchiere. Pensavo che se nessuno la beveva magari quella bottiglia era lì da anni, magari era scaduta. Ma il sapore era buono e fresco.

Guardavo il portone chiuso. Chissà chi sono quelli che lo frequentano, mi chiesi. Saranno giovani o vecchi? Saranno tutti uomini naturalmente. Cosa si diranno quando si incontrano? Cercavo di immaginarmi una delle loro conversazioni. Saranno seduti in cerchio parlando a turno, come gli alcolisti anonimi o altri gruppi del genere? O magari è una sala tipo palestra, col pavimento in legno o una elegante stanza con divani e tappeti e scaffali pieni di libri alle pareti. Chi è solo ama i libri, lo so bene. I libri sono più fedeli del computer o della televisione. Quelli ti vomitano addosso di tutto a una velocità pazzesca che non ti lascia il tempo per pensare. Leggere invece ti permette di fermarti a ragionare quando ne hai voglia.

Finii la mia orzata. Volevo aspettare, stare lì un po' per vedere se usciva o entrava qualcuno. Ordinai un'altra orzata. Il barista mi rispose con un cenno della testa mentre guardava una televendita alla televisione.

Mi chiesi se magari parlavano di quando non erano ancora soli, delle mogli, delle fidanzate, dei figli oppure magari avevano qualche regola che gli permettesse di parlare solo delle cose che facevano o che avevano fatto da soli. In fondo era quello il motivo del loro essere lì, dentro quel portone. Quella situazione mi stupiva. Soprattutto mi sorprendeva quella curiosità verso qualcosa d'altro che non fosse la mia piacevole, pacifica routine quotidiana. Come può un individuo sano, mettere a rischio il suo equilibrio, bussando al campanello di un portone sconosciuto in una strada di cui non sa neppure il nome, mentre un signore coi baffi lo guarda diffidente come se temesse di vederlo uscire senza pagare?

Andai alla cassa e pagai, poi uscii proprio mentre arrivava il tram che andava verso il mio ufficio. Per fortuna era vuoto.

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Ti Maddog ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Molto bella l'idea e la scorrevolezza del testo ma a fine lettura prevale in me (lettore) la sensazione d'incompiuto :)Segnala come inappropriato

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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