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Narrativa

Il collega

Di Silvia
Pubblicato il 22/09/2017

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Il collega è un po' più vecchio di te. Quindi sta sulla sua poltrona di pelle da più anni. L'ha consumata per bene la sua poltrona, così bene che è l'unico dell'ufficio a starci proprio comodo.

Il collega quindi è comodo, meno male, e dalla sua postazione può scrutarti senza fatica, giudicandoti.

Dalla tua sediolina scomoda da nuovo arrivato ogni tanto lo guardi, chiedendoti cosa riesca a vedere dietro quegli occhiali spessi e cosa stia pensando. Ti starà per mandare alla posta, in banca o in tipografia?

Hai capito, dopo qualche mese, che spesso il collega sembra assorto ma in realtà sta solo leggendo la Gazzetta dello Sport.
Il collega è un gran simulatore, con il capo e coi clienti, ed è anche bravissimo a far finta che non gli interessi la confezione di biscotti che hai sulla scrivania.

Piano piano dentro di te si insinua, velenoso come un serpente, un terribile dubbio: ma il collega cosa diamine fa tutto il giorno?

Basta però con questi pensieri! Non lo sai che giorno è oggi? Oggi è un gran giorno, è finalmente arrivato il suo compleanno.

Ѐ tradizione che per i compleanni l'ufficio si fermi e dedichi dieci minuti al festeggiato di turno.

Si mangia e si beve pensando in realtà alle mail da spedire, alle telefonate da fare e ai minuti che verranno recuperati dopo le 18.

Per l'occasione vuoi essere gentile e gli regali i biscotti che punta da tempo. Il collega ti ringrazia, ma il tono con cui lo fa nasconde un velato disprezzo. A lui piacciono quelli al cacao, non alle nocciole.

Come hai fatto a sbagliare?

Questo tuo pressapochismo in effetti ti deprime un po'.

Per un attimo pensi che il collega non ti sopporti proprio. 

Arriva la signora Anna, la segretaria amministrativa, che dai suoi tacchi traballanti ne ha viste tante negli ultimi trent'anni, arriva materna come una chioccia portando tra le braccia una bottiglia di Coca Cola da 2 litri, quasi fosse un neonato.

Posa trionfante la bottiglia sul tavolo. Osservi la scena ringraziando il cielo che qualcuno abbia portato qualcosa da bere perché le paste secche ti stanno allappando. Stai per sollevare il bicchiere mimando un brindisi al collega quando ti accorgi di un’impercettibile smorfia verso il basso, inconfondibile segnale di un disappunto crescente.

Quello che stai per sentire non lo dimenticherai facilmente, il collega ringrazia anche la signora Anna, ma è più forte di lui, deve essere sincero: lui non beve Coca Cola. Preferisce la Pepsi.

Un errore non gravissimo ammette lui stesso, ma evitabile.

Per un attimo speri che la signora Anna si tolga una scarpa e gli conficchi il tacco in mezzo la fronte. Ma poi giungi alla conclusione che lui probabilmente è severo con il prossimo perché non sbaglia mai.

Che bravo, il collega.

Lavorare nella stessa stanza con il collega è una fonte inesauribile, devi solo capire di cosa.

Certamente ci sono piccole regole di convivenza da seguire.

Il collega ad esempio non sopporta che mentre ascolti la musica nelle cuffie tu tenga il tempo con la testa o con il piede, ma dopo pranzo ti intrattiene con una serie di canzoncine di quando era giovane vantandosi della qualità delle casse. Sembra simpatico quando è di buon umore. E quindi persino tu a volte canticchi rendendoti complice di questo clima allegro (ma senza muoverti troppo per non irritarlo).

Il collega da qualche mese è diventato padre. Questo fatto naturale della vita hai scoperto che può essere un evento traumatico quasi quanto sopravvivere alla terza Guerra Mondiale.

Lo hai scoperto tu e tutti i tuoi colleghi del piano che evitano di incrociarlo davanti al bagno e alla macchinetta del caffè.

Il suo viso negli ultimi tempi è stropicciato dalla vita che si è accanita su di lui, unico essere vivente a cui con la paternità sono state sottratte ore preziose di sonno.

La creatura selvaggia con cui è costretto a lottare ogni notte gli porta via tutte le energie e tu non puoi capire, no proprio non puoi.

Persino il capo ti dice di avere pazienza. E tu allora cerchi di essere gentile e gli porgi un biscotto al cacao.

Ma allora sei scemo? Il tuo collega è troppo stanco per mangiare qualcosa.

Torni alla scrivania e lo osservi mentre dà del demente al povero Mario perché non ha capito cosa doveva fare, eppure lui è convinto di averglielo spiegato. Oppure no, lo aveva spiegato a Giancarlo.

Tanto in caso di lavoro in team puoi metterti l'anima in pace: il collega sarà pronto a prendere tutti meriti, ma di certo non le sconfitte (ultimamente ha già tanti problemi nella vita).

E se ti vede con un piede fuori dalla porta stai pur certo che ti chiederà di dare un'occhiata al suo documento perché potrebbe aver fatto qualche refuso.

Ti proponi di riscriverglielo, lui accetta sospettoso giusto per farti un favore, ma il responso è crudele: quello che hai scritto fa cagare.

I giorni intanto passano, le stagioni si susseguono, così come le tristi festicciole in ufficio, e il figlio demoniaco mette i primi dentini. Tu allora rispondi alle telefonate del collega che esce prima per andare dal pediatra, ti prendi una cazziata dal capo perché lui non ha finito la sua parte di presentazione, ti ritrovi a essere memoria storica dell'azienda perché lui sta perdendo colpi.

Finché un giorno succede anche questo: il capo che fino all’altro giorno non sapeva il tuo nome entra nella vostra stanza e se il collega è già uscito tira un sospiro di sollievo, può chiedere direttamente a te "quella cosa".

Poi, un giorno, eccola: la tua poltrona di pelle.

E un nuovo collega più giovane che ti fissa.

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