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Narrativa

Il demolitore

Di Vindab
Pubblicato il 07/11/2017

A volte questo lavoro mi fa sentire in colpa

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Per fare questo lavoro ho dovuto tacere sul fatto che ero diplomato. In certi lavori le aziende non si fidano di quelli che hanno studiato troppo. Creano sempre problemi. Faccio questo lavoro da tre anni e devo dire che sono soddisfatto. Ristrutturiamo vecchi appartamenti e a volte interi palazzi nel centro della città. Sono palazzi storici che hanno centinaia di anni e a me piace lavorarci. Mi piace di più lavorare negli appartamenti, perché si e in pochi e il lavoro è più tranquillo. Il mio lavoro è demolire e ho sempre un martello elettrico che mi vibra tra le mani. La sera mi tremano ancora le dita e faccio fatica a schiacciare i tasti del telecomando.

Stacco dai muri le vecchie piastrelle in ceramica, alcune sono di quelle fatte a mano. Chissà quanto tempo hanno impiegato per farle, una dopo l'altra. In pochi minuti io le faccio a pezzettini. È sempre una sorpresa quando si tirano giù i rivestimenti delle pareti e dei soffitti. Una volta è venuto fuori un pezzo di affresco che doveva essere del settecento a giudicare dai vestiti dei personaggi. Il capo me lo ha fatto tirar giù lo stesso perché avevamo solo tre giorni per finire e dopo sarebbe arrivata l'altra squadra. Il mio capo è un rumeno, e con questo non voglio dire che i rumeni sono ignoranti e non capiscono l'arte. Conosco rumeni che sono persone in gamba, intelligenti, che fanno bene il loro lavoro, ma il mio capo non è di quelli. Nella mia squadra siamo in otto, di cinque nazionalità diverse e solo in due siamo italiani, io e un tossico che credo che non durerà molto perché combina un sacco di guai, sia quando è fatto, sia il giorno dopo. A me sta simpatico un nero che è così nero che quando è nell'ombra si vedono solo gli occhi. Non parla mai, pensavo che fosse muto, ma un giorno mi ha parlato, anche se non ho capito quello che ha detto. Però almeno sorride. Gli altri non sorridono mai, al massimo sghignazzano, nelle loro lingue sconosciute. Nelle case del centro ci sono centinaia di anni di storia attaccati ai muri, nelle cornici delle porte, nelle maniglie di ottone, nei controsoffitti di legno o di tela dipinta. Scrostando i muri scopro i segni di antichi incendi, il tariffario di un bordello, immagini religiose e nicchie murate con dentro oggetti strani o pacchi di lettere scritte a mano che per qualcuno dovevano essere importanti ma che per noi sono solo qualcosa da portare negli appositi contenitori, quelli dei legni, dei calcinacci, dei metalli, dei fili elettrici, eccetera. Quando viene fuori qualcosa di interessante la porta via il capo. Per interessante, intendo qualcosa che si può vendere. È per questo che si è comprato il pick-up. Spesso il capo scende al bar a bere qualcosa e a volte sta via tutto il giorno. Quando non c'è, tutti si rilassano. Una volta mi sono addormentato su un letto col baldacchino, mi sono svegliato giusto in tempo. In realtà quando non c'è il capo bisogna fare attenzione anche al marocchino, che è amico del capo e a volte se ne vanno via insieme. E con questo non voglio dire che i marocchini, ecc., ecc.

Io vado d'accordo con tutti, per principio. Però mi piace lavorare da solo. Quando uso il martello elettrico, gli altri preferiscono andare nelle altre stanze. Sono quello che fa più rumore. Spesso mi fermo a far riposare le orecchie e anche agli altri non dispiace. Allora mi accendo una sigaretta e guardo dalla finestra. Le case di quelli che abitano in centro hanno finestre che danno su strade eleganti, su piazze con i giardini, su cortili lastricati di mosaici di porfido. Mi piace stare a guardare dalle finestre la gente che passa. Le donne in centro sono sempre eleganti. In genere sono vecchie e fanno fatica a camminare, ma ce ne sono alcune così giovani e belle che sembrano modelle. Probabilmente sono modelle. Le case del centro, viste da fuori sono antiche, ma all'interno sono nuove come appena costruite. Il nostro lavoro è rendere le case vecchie adatte alla vita moderna come la si vede nei film o in televisione. L'importante è che fuori sembrino ancora com'erano centinaia di anni fa. Il mio compito specifico è quello di scrostare gli anni dalle pareti dei vecchi appartamenti fino alle pietre e ai mattoni. Poi arrivano gli altri a ricoprire tutto con impianti e nuovi strati di intonaci speciali. Un po' mi sento in colpa. Sono io che faccio il lavoro sporco di cancellare i ricordi dai muri. Però poi mi passa. Tutto cambia, continuamente, e quello che passa viene dimenticato. È così che funziona.

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Isabella Nenci ha votato il racconto

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Francesco Spiedo ha votato il racconto

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