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Avventura

Il Piccolo Dio

Di jquaresima
Pubblicato il 01/12/2017

Un bambino costruisce un diverso ordine naturale

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Era stato il dono di Natale.

Ognuno di noi tre aveva avuto un egual appezzamento. Rettangolare, un lato quasi esattamente doppio rispetto all’altro. Mio fratello aveva il bordo sinistro, esterno, con lui confinava - lungo il fronte maggiore - il lotto di Armandito, nostro cugino, poi veniva il mio. Le prime cautele furono rivolte a delimitare i bordi delle proprietà, con misurazioni estenuanti e sospetti continui. Venne tracciata una specie di palizzata in miniatura su ogni confine, lasciando liberi i lati brevi.

Ciascuno di noi cercò di caratterizzare la proprietà con iniziative diverse; io guardavo ammirato gli scavi intrapresi da Armandito che manifestava così una vocazione mineraria, ogni tanto rinveniva qualcosa che metteva da parte: un tappo a ghiera un po’ arrugginito, dei frammenti di vetro verde - smeraldi - convenimmo tutti, una maniglia... mio fratello decise di piantare dei semi di frutta: avrebbe atteso, certo, ma era il modo migliore per utilizzare il terreno.

Io ero interdetto, intanto il sole calava ed il mate era pronto, il cane assisteva preoccupato, la radio trasmetteva un lungo discorso di Evita che chiamava a raccolta i suoi descamisados: ... no va a quedar ni un ladrillo che no sea peronista! Era un’estate pigra degli anni cinquanta in un’Argentina che stava allontanandosi dalla storia.

Cosa avrei potuto fare, io che non sapevo scavare, del mio lotto? Gli altri due proprietari, quella sera, mi guardavano sgomitando solidali, io non avevo perso tempo, lo avevo preso, sostenni.

Mañana a la mañana... avevo imparato a dire anch’io. Differire non è rinunciare, serve a guadagnare un distacco dal coinvolgimento dell’immediato, consente di riflettere, di guadagnar tempo.

La soluzione, speriamo sempre, che si faccia avanti da sola, continuo a credere, dopo tanti anni che il caso agisce comunque, con una potenza inarrestabile che i nostri sforzi non scalfiscono di certo, ma questo è già un altro discorso.

Le vacanze erano l’unica occasione in cui ci mostrassimo mattinieri, l’aria era già calda quella mañana del giorno dopo, io uscii per primo in giardino, ma mi tenevano d’occhio, finsi indifferenza, mi guardavo le scarpe, me le avevano allacciate strette e non potevo farci niente, avrei imparato anche io a fare le nocche un giorno e allora... ma, proprio ai miei piedi si muovevano in fretta, nonostante la stagione, in fila, tantissime formiche. Rosse, quelle grandi e cattive, decise e rapide. Mi chinai ad osservarle, il mio sguardo risalì in senso opposto al loro procedere: la lunga teoria: dal muro dietro la cucina. Ma tante. Mi spostai di lato per verificare come se la cavavano nei passaggi tra un materiale e l’altro: intonaco, piastrelle, marmo e poi la terra e ancora un po’ d’erba. Avevano una velocità costante, dettata dall’andatura imposta dalla superficie più sfavorevole, di certo... e c’erano anche quelle nere, più piccole: mi giravano intorno, c’ero finito sopra, avevo interrotto un’altra processione.

Mi rialzai e mi diressi verso la proprietà, scalciai, per allentare un po’ la stretta alla scarpa, un mattone che era di lato (ni un ladrillo... chi sa se era peronista questo, to’, intanto, prendi!). C’era una macchia più scura sul terreno dove posava il mattone, piccole palline grigie, erano, li riconobbi subito, quelli che chiamavamo armadilli, degli insetti con una piccola armatura tondeggiante, si muovevano lenti ma poderosi, in caso di pericolo si richiudevano a palla. Mi stavo per chinare di nuovo quando mi ricordai dei grossi lombrichi rossi che Armandito aveva scomodato nei suoi scavi la sera prima.

Il caso mi stava aiutando, cominciavo ad intuire una soluzione che mi avrebbe riscattato: il mio ranchito sarebbe diventato un’attrazione... ma cosa avevano le galline oggi?

Il gallo avanzava impettito, dietro la rete, le sei galline erano tutte raggruppate e chiocciavano preoccupate, il gallo era lento e guardava di lato mentre - quasi costretto da un destino biologico che gli imponeva uno scomodo dovere - procedeva incerto verso... era magnifico un bruco enorme, magico, giallo e azzurro. Sembrava finto, ho creduto davvero che fosse un giocattolo all’inizio, ma si muoveva lanciando in avanti gli anelli che costituivano la sua struttura formale, si muoveva incurante verso il gallo che, perplesso, rallentava guardandosi intorno, riluttante, come se stesse trascurando qualcosa. Intervenni subito ancora un indugio e la natura avrebbe seguito il suo corso: un secchiello, via tu gallo codardo, la preda si agitava coi gialli peli irti, più lunghi di quelli azzurri.

All’opera.

Iniziai a tracciare con sicurezza il mio piccolo universo, qui un monte, lì una valle, poi un lago, ecco qui una pianura, del cartone ai bordi, uno straccio sul fronte, un pezzo di lamiera di fianco, dov’è quella tavoletta di legno...

I miei confinanti mi guardavano da lontano, ma non potevo accorgermi di loro.

Venne benissimo, fu un parco naturale che attirò visitatori per una intensa, brevissima stagione, mi accorsi che non dovevo provvedere al cibo: l’innaturale accostamento di specie antagoniste produsse violenti squilibri ecologici che io sfruttai a mio vantaggio producendo con cinismo che ancora mi allarma nel ricordo, dei veri e propri ludi circensi, determinando, con crudeli dosaggi, l’esito di questi microconflitti che non mancavano di raccogliere folle morbose e silenti.

Il grande bruco giallazzurro mi sfuggì il secondo giorno, nonostante il fossato d’acqua che avevo faticosamente scavato: il gallo visse la sua svogliata gloria egualmente, da qualche parte era scritto.

Pensai di aver perso una grande occasione per inscenare uno spettacolo ancora più emozionante.

Dopo trenta anni ho cercato il mio parco, mi hanno seguito lucidi gli occhi di allora, le scarpe erano slacciate perchè comunque fare le nocche non è così facile, non lo trovo, dov’è il ranchito?

Mi indicano un grosso nespolo, quasi intrecciato ad un alto ciliegio, alla base c’è un tronco rinsecchito di un pesco, credo: è lì, ma - in trenta anni - il frutteto di mio fratello aveva sconfinato.

Guardai con avidità la miniera di Armandito, mi voltai in cerca del bruco devoto.

Troppo tardi!

Da qualche parte era scritto.

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