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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

Il postino dei fiori

Di Marco Spanti
Pubblicato il 05/09/2017

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L’uomo guardò a lungo l’acqua del lavandino rifluire verso il condotto portando con sé i rimpianti del giorno sprecato. Le lancette dell’orologio a muro avevano corso un altro po’ da quando era in piedi, ma i suoi occhi lo ricordavano ancora rannicchiato sul letto. Dopo qualche minuto passato a fissare il vuoto con uno spazzolino nella mano destra e il rasoio nell’altra, ne impiegò qualche altro fissando lo specchio. <<La prima volta che vivrò un’emozione spontanea mi getterò sotto ad un treno>> mormorò. L’uomo allo specchio gli chiese chi fosse, mentre i guanti in pelle nera aspettavano in fila indiana. Si tastò le guance con le dita bianche ed affusolate, ispezionando il colore degli occhi finché non ebbe la certezza d’essere vivo. Fuori, la strada faceva il rumore festoso di un giorno feriale. L’uomo girò la maniglia smaltata e spalancò la finestra. Le ali stropicciate del giorno si ripiegarono prepotenti sulle pareti della stanza da letto. La luce tempestò di bianco ogni angolo polveroso della sua mente. Indietreggiò di qualche passo, fino a decidere tra l’andare incontro alla speranza del giorno o relegarla tra gli scantinati delle vite degli altri e poi, decise di credere.

I bambini si rincorrevano per la strada noncuranti di urtare gli abitanti del quartiere in fila al panificio. Il sole puntellava l’insegna ocra della bottega formando granelli di sabbia. All’ingresso, uno degli impiegati stava dritto sulle punte, ordinando la fila con la sigaretta tra le mani. I cerchi di fumo abbracciavano dal primo all’ultimo dei clienti, nascondendone la posizione. Di fronte, il macellaio aspettava impaziente l’uscita dei clienti indaffarati a comprare il pane, sicuro che sarebbero andati subito dopo ad acquistargli della carne. Era sempre stato così e lo sarebbe stato anche oggi. Un uomo tagliava la tranquilla abitudine della strada portando una trave di legno robusto in direzione del falegname, attento a non sporcare il vestito bianco. Un giovane ebreo si dirigeva verso la sinagoga in fondo alla strada sicuro di sé e di quello che sapeva.

L’uomo rientrò con la testa nella sua stanza disordinata e mai più curata. I suoi pochi affetti lasciati su un comodino zoppicante e i vestiti bucati nell’armadio. I fiori appassiti nei vasi del davanzale. Guardò nuovamente per la strada e vide il corriere della posta affannarsi a distribuire chissà quali importanti, necessarie, comuni, inutili lettere. L’uomo pensò a quando a distribuire le lettere era proprio lui. Adesso aspettava un sussidio, che gli spettava per legge o forse non gli spettava, non lo sapeva più, non gli interessava più. Gli avevano detto che non poteva presentarsi a lavoro ancora ubriaco dalla sera prima, ma non era questo. Ora il macellaio, proprio quello di fronte al panificio, aveva smesso di fargli credito. Dopo tutte quelle buste e quelle partite a carte dopo il lavoro. Aveva impegnato il piano, il violino, la credenza, la fede dei suoi genitori. Gli rimaneva solo il fucile da caccia; lì, nell’armadio dei vestiti. Poi sarebbe finito come il suonatore di fisarmonica all’angolo della strada, cieco per una guerra tanto celebrata e ora dimenticata.

Julia per la strada camminava con un filoncino nella mano sinistra. Il dirigente della posta balzò fiori in mano con il cappello afflosciato sulla testa e lei diresse le gambe verso il suo amore. Non l’aveva più vista da quando era stato licenziato alle poste e da un amore corrisposto. Non per aver alzato il gomito, questo era certo. Ora la cosa che più gli mancava era spedirle le lettere scritte di suo pugno.

L’uomo alla finestra tornò nel cuore della sua stanza. Aprì l’armadio e imbracciò il fucile, tra i fiori appassiti del suo davanzale. 

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