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Narrativa

Il tuffo

Di Enrico Ernst
Pubblicato il 10/10/2017

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Mia nonna Laura è morta questa mattina, non so a che ora: semplicemente ha approfondito il sonno fino a farlo diventare, che cosa? Altro. Quando si svegliava, ultimamente, lo faceva per sorridere o per dire: «Sono stanca».

La corrente sul sasso che mi sostiene è gelida, tonificante. Alzo e poi abbasso le braccia, dò aria alle ascelle. Una coppia di anziani, seduta su un unico asciugamano, mi incita. «Se l'ha fatto lui...» dice la donna. «A momenti dovevo andarmelo a riprendere, stecchito». La donna ha occhiali da sole in evidenza, luccicanti e aggiunge: «Forza un po' di coraggio. Su». Io però prendo tempo.

L'ultima volta che sono entrato nella Residenza Niguarda, l'ultima volta che ho legato la bicicletta alla grata nell'area delimitata dal cancello, che ho attraversato sorpreso le porte automatiche, che ho buttato un occhio nella reception vuota, all'esterno si superavano i trenta gradi. Ho incontrato sulla soglia un donnone con dei boccoli neri che assomigliava alla Luisa.

Agli inizi Laura la trovavo in sedia a rotelle, minuscola. (Così - una vecchia bambina - l'ha disegnata Sofia, mia figlia, stamane. In alto a sinistra, tre cuori, l'uno dentro l'altro. Il cuore più esterno, quello che ci contiene tutti, ha la L maiuscola di Laura). Però poi la trovai per tre volte a letto; non chiesi nulla ma avevo la sensazione che fosse così indebolita, rattrappita, che non potessero nemmeno metterla seduta. Grazie alla targa fiorata in ceramica, a lato dell'ingresso della sua camera, ho scoperto il suo secondo nome. Quante cose non sapevo. Era lì da qualche giorno e già sul tavolino addossato alla parete di destra mia madre, sua figlia, aveva deposto, una decina di portafoto. Le regalammo anche una fotografia con il volto di Sofia.

A Cinisello, la imboccava una donna ucraina, che insisteva perché nonna andasse dal parrucchiere interno, per i capelli, e anche per un po' di manicure. Nonna non ci teneva e alzava gli occhi al cielo. «E mi pettina mi pettina mi pettina» diceva infastidita. La ha amata tuttavia.

L'ultima volta che sono entrato nella stanza, nonna dormiva, aveva un braccio fasciato al petto, il corpo vicino allo scomparire - rimpicciolito, diventato libellula - e in questo corpo disidratato il respiro, il semplice e potente battito del respiro si prendeva i suoi diritti totali, muoveva, passava attraverso quella bocca arroventata di buio, quasi senza denti, o con mozziconi, e resti anneriti.

Le orecchie erano attaccate non alla testa ma al cranio.

(Ringrazio Dio, se questo abbandono del corpo non le abbia procurato disagi e sofferenze).

La salutai e le parlai all'orecchio, ecco perché ho questo ricordo dell'attacco osseo - un corpo che perde carne e riscopre le fondamenta ossee, le connessioni strutturali.

Dormiva, forse sognava, ma in quali territori?

Succedeva - anche da sveglia - che si ritrovasse in una cucina a fare la cassoela per suo marito. Niguarda poi era l'anima o il nocciolo della sua infanzia e giovinezza, prima del turbine di mio nonno, che - operaio - raggiungeva il Loggione in bicicletta. Niguarda era rimasta la dimora di sua sorella Lina; ogni trasformazione ha nel cuore una resistenza, un piccolo - anche - rimasuglio di radice, una radice.

Dunque, forse, il ritorno. Se tutto l'intrecciarsi poi dei simboli e dei significati non naufraghi nell'inaspettato e nel campo inesplorato con nuovi, mai esperiti, fiori.

Non riuscii a svegliarla. Per la prima volta non ci riuscii. E mi turbinò uno sciame di pensieri. Il mio saluto, che solo a posteriori si rivelò l'ultimo, doveva essere al cospetto della sua incoscienza. Abbandonare anche un sogno, un desiderio: che se l'avessi svegliata, assistita in qualche modo non sarebbe morta.

L'avevo presa per mano, all'Ospedale, dopo la polmonite che per poco non la uccideva - ma ora, lì, era differente.

Mi sporsi per baciarla sulla fronte, che rimaneva così delicata e bianca - calda - virginale - bellissima - una venuzza di un colore blu.

Non mi decidevo a tuffarmi.

Sofia mi incitava, senza insistenza, avvolta nell'asciugamano: qualche minuto prima s'era lasciata alla corrente come un'anatrina, aveva raggiunto un masso ed era tornata da me, nuotando - e sangue e carne e pelle che reagivano alla stimolazione dell'acqua gelata, mi aveva freschissima abbracciato. Ma tuffarsi o meno restava un «fatto» mentale. Una sfida.

Uscii dalla stanza. La vicina di letto della nonna era una donna furibonda. La prima volta che l'avevo incontrata aveva urlato e insistito violentemente che la liberassero, maledetti.

Ma ecco. Dormiva. Ognuno dormiva a suo modo.

Non appena buttai un occhio nella sala da pranzo, con la televisione laggiù sempre accesa, e le finestre e un cucinino sulla destra, e l'infermiera sudamericana indaffarata e una sorta di svagato silenzio d'acquario, quando arrivai lì, tornai sui miei passi e decisi di riprovarci: trovarla sveglia e baciarla, parlarle, anche se brevemente. Era la vicina di letto ad essere desta e attraverso le traversine mi guardò con uno sguardo nero, penetrante. Parlava una lingua solamente sua. E io, stringendomi nelle spalle, come se lei potesse capirmi, e io potessi capire lei, le dissi - come se mi avesse chiesto di nonna: «Eh, dorme». E se l'avessi scossa, spinta appena per una spalla? Si sarà accorta che le ho dato il saluto estremo? (Ho barrato, sul quaderno da cui traduco queste parole, la parola «estremo»).

Non riuscii a svegliarla. Non avrei detto a nessuno che non ero riuscito a parlarle? Avrei raccontato che mi aveva riconosciuto, lucidamente, e che avevo avuto questo privilegio di una quasi normalità, di una dolcezza - finsi di fare un conto alla rovescia, per un paio di volte, senza essere davvero pronto. Ero al fiume. Dovevo tuffarmi.

Mi voltai e i due anziani, che si erano eletti pubblico, s'erano distratti. Lei aveva un viso appena arrossato poggiato sull'asciugamano, metà viso, metà bocca. Non mi sarei tuffato per esibizionismo. Almeno. O sì, o in parte. Il ragazzino Elia sguazzava nella pozza d'acqua da mezz'ora almeno. L'acqua non pareva più limpida ma torbida di terra. Eppure agitai le braccia a cerchio, trattenni il respiro in un'apnea ad effetto, e mi tuffai. Diedi due bracciate, e riemersi. Con gli occhi velati, quasi senza miopia. Molto forte, molto molto forte batteva il mio cuore. Poi nonna prese il largo, poi la sentii libera. Poi mi sedetti: alcuni piccoli pesci saltavano e ricadevano sulla superficie dell'incantato fiume.

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Ospite Belleville