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Narrativa

Infanzia

Di Enrico Ernst
Pubblicato il 16/10/2017

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Infanzia. Volume 3


Inavvertitamente, ascoltando solo una parte di me, disapprovandomi, metto la mano sulla porta e la spingo con un lieve cigolio.
Appare la stanza inondata di luce, quasi en plein air.
La Madonna di Raffaello dietro la testiera del letto in ferro battuto, ridicola (mi viene da ridere), mia madre con il seno penzoloni e il
cespuglio chiaro, avanti e indietro, avanti e indietro, come indaffarata in un esercizio ginnico davanti alla portafinestra che dà sul balcone - e mio padre invece sulla poltrona dalle linee sinuose, e foderata in una orribile stoffa a fiori, che siede a gambe incrociate, occhiali come unici vestiti, con il sesso a batacchio, e il cespuglio nerissimo, e quasi completamente glabro sul petto e sulle gambe, in posizione da pensatore. Prima di prendere un libro, o il giornale, ripiegato sul comodino.

La scena non ha molto di sessuale. Niente scene primarie. Si tratta di un esperimento. Solo una agitazione di pendolo: essere nudi per misurare lo spazio.
Mio padre prende da un ripiano posizionato a metà del comodino un libretto rosso. Un manuale di guerriglia attribuito a Che Guevara. Lo apre e ride. Mia madre fa un passo di danza. Presto, dopo aver disegnato una ruota sulle mani, se ne andrà via lontano.

Devo essere invisibile, perché i miei genitori continuano a leggere o danzare come se non esistessi. So che passerò attraverso di loro, per raggiungere il balcone origine della luce.
Il vento muove senza sosta le tendine di licra bianche. Inequivocabilmente, è l'invito al vuoto. Un seducente invito di sirena.
Mio padre ha lasciato delle ciabatte bordeaux, senza fondo, a fianco del letto. Le infilo. Mia madre... non c'è già più... doveva essere troppo leggera senza vestiti.
Si è trovata un altro uomo, un tale con la barba folta da Karl Marx, che si guarda, a gambe incrociate sul letto, un collezionabile dedicato agli aerei da guerra, e si schiaccia un foruncolo appena sopra la pancia.

L'uomo di mia madre, davanti alla finestra estiva di un appartamento con pareti spoglie da qualche parte a Cologno Sud. Case popolari. Moquette. Ora mia madre ha una larga gonna nera zingaresca e una camicetta bianca da educanda, e una specie di sguardo triste che penetra oltre le portefinestre. Mio padre invece ha la gola glabra, nascosta dal lupetto, piena di tagliuzzi provocata da un rasoio monolama. Alla televisione la voce di Gianfranco Funari, che modera una specie di scontro tra gruppi di uomini appollaiati su tribune contrapposte... è sera, e c'è un odore di fritto, tipo pensione a Rimini, un calendario regalato dal ristorante cinese di via Farini Amicizia - i fagioli in insalata con il tonno...

Come potevo non aver visto, in un angolo della camera, un angolo buio e ingombro, una televisione? Devono avercela messa lì i miei nonni, che vivono al piano di sopra, hanno una cassapanca e un mobile con scrivania a scomparsa, e la televisione è su di una credenza pesante, con un bugnato ottocentesco.
Mio nonno ha gli interni della Fiat rossoneri, compra il Giornale di Montanelli, è contrario e sbraita contro i panettoni sui marciapiedi, il telegiornale lo invita spessissimo a un'opinione favorevole alla pena di morte. "E anche oggi non si muore di fame". Sputerà in faccia a Montanelli quando si allontanerà dal Giornale e voterà con convinzione prima Lega poi Forza Italia (dopo aver votato per una vita il Psdi di Longo e Cariglia). Dallas, e Falcon Crest. Jeeg Robot d'acciaio, due puntate uguali, una il primo pomeriggio, una la sera. L'uomo tigre e uno sbocco plastico di sangue.

In un solo momento, mentre equilibrista cammino dentro la stanza, rivedo tutta la televisione (persino le televendite notturne, o le commedie scollacciate notturne, o i seni e i tanga o i mutandoni di Colpo grosso) che ho masticato, cancellato, nascosto chissà dove, in migliaia di ore perdute. Potrò forse scrollarla come sabbia infilata tra il sandalo e il piede nudo?


Arrivo al balcone. Oltre la soglia. Libero. Addossati spalle al muro, figure snodabili, l'uomo ragno soprattutto fa per difendersi, contorto in una smorfia fisica - la Torcia Umana ha perso la tutina, ed è spellato, rossissimo. Io mi avvicino. Ma non sono già miei, sono indipendenti, non vogliono essere toccati.
La fine del mondo, che ho per tre giorni organizzato, per liberarmi da un vecchio modo di giocare, è già avvenuta. Le stanze hanno smesso di ospitare montagne, foreste, anfratti di boschi e di roccia, e i corridoi hanno finito di estendersi come spazi interstellari, non ospitano più battaglie laser, smarrimenti, svenimenti di stelle, e nascite di soli oltre la porta laccata del bagno.
Tutto tace. Volto le spalle al sole. Mi aggiro, avanti e indietro, da una stanza all'altra. Solo polvere di meteoriti, un telefono a muro grigio, lo spioncino. Mio padre si è messo ad annaffiare il basilico e mia madre è seduta in ballatoio fuori dalla porta. Vicino all'ascensore. Ha in mano un mazzo di fiori, delle margherite colore arancio


I vicini, ammaestratori di uccelli rari e macellai, hanno lasciato aperto la porta d'ingresso, lasciando intravedere la loro scomparsa (o sono morti o sono in viaggio e mi chiamano, vieni a vedere la nostra casa, vieni, vuoi un biscotto? aspetta che ce l'ho in quel mobiletto lassù, prendo la scala). Una coppia di anziani, dalle ossa fragilissime, e i capelli fini, lei uno scricciolo con una lunghissima coda avvolta sul cucuzzolo della testa, lui un uomo che ha sempre mangiato troppo, con uno sformato frak o un panciotto grigio e argento. Ultimamente non arrivava a chiudersi la patta dei calzoni neri eleganti.
Ora, attraverso lo sconfinato spacco prospettico del pianerottolo, piume verde iridescenti volano come se si fosse rotto un cuscino, e una bistecca liquida sanguinolenta dorme e continua a gocciolare sangue scuro su un vecchio tavolo con ripiano in marmo.
Quello è un confine, potrò sognare di attraversarlo. Sono andati, e chissà dove, e per sempre, ma rimangono, abitano, lei cuce un calzino con l'uovo di legno, lui si strappa un pelo dalla guancia rubizza, allo specchio, con una pinzetta. Di nuovo aspiro al vento, di nuovo vi saluto miei cari vecchi saggi. Non potrò che vivere.

Il balconcino è quadrato, invaso dal sole, e le mie mani bambine si appendono alle sbarre. Mi stacco dal corpo che vedo dall'alto e mi alzo in volo, a zig zag. Mio padre si passa un fazzoletto sugli occhi appannati, mia madre sospira profonda per tutto l'amore che dà ansia, e spaesamento.

Càpito in un solaio, dove il bambino come la più piccola delle matrioske è contenuta dalla più grande senza le bamboline intermedie. Ho gli occhiali senza montatura, e il sottotetto ha forature di finestre, e si aprono sostenendosi ad aste pieghevoli. Il posto che preferisco per vedere il cielo, anche di notte, sono tutte le stelle che bastano al mio cuore. Un semplice materasso è ora il mio letto, e avvolta in una coperta ruvida marrone con bordi marroni più scuri, dorme una donna dai capelli neri corvini e lunghi. Un piccolo russare.
Da qualche parte più in basso fischia la caffettiera, e tracima dal pentolino il latte, qualcuno spegnerà il fuoco.
Mio padre, dai capelli bianchi e il viso pieno di puntini, dorme sulla sdraio, un sonno traditore, che gli alza i calzini corti sui polpacci ancora robusti. Mia madre stringe la bocca a culo di gallina, davanti allo specchio, come se qualcuno le stesse facendo una foto, e si tocca le pieghe dell'ascella glabra, e appoggia gli enormi occhiali sul mobiletto sopra il lavello. 

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Ospite Belleville