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Noir

Intermezzino pulp

Di Leonardo Milesi
Pubblicato il 21/11/2017

Di malintenzionati, vicoli bui, incontri fortuiti e rose

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È la sera del 12 febbraio. Fa freddo e cade una pioggia fitta e sottile che s'infila sotto i vestiti. La luce dei lampioni fa luccicare le strade bagnate e il sole scivola sotto l’orizzonte, affondando le sue dita infuocate nella coltre grigia e pesante del cielo. Sembra uscito dritto dritto da quei romanzi rosa che tanto mi piacciono. Non lo dimenticherò mai. Faccio la segretaria in una piccola azienda pubblicitaria e ho un’ottima memoria, ma non è solo per questo. Ho staccato dal lavoro, sto tornando a casa e, come sempre - contro le accese raccomandazioni di mia madre -, prendo una scorciatoia che mi farà risparmiare qualche minuto. Anche se è uno solo in meno sotto quella pioggia, mi va bene. 

Questa volta, però, incontro tre uomini. Due vengono da davanti, e io un po’ mi spavento. Certo, mica capisco subito quello che vogliono fare, anche se uno certe cose le sente. Ti viene una specie di formicolio alla nuca magari, proprio all’attaccatura dei capelli, oppure senti le gambe che si fanno di gelatina o cercano di portarti da un’altra parte. A me si apre una specie di vuoto nello stomaco, come se avessi una gran fame, e mi si rizzano tutti i peli sulle braccia. I due tizi – uno più piccolo e uno grosso grosso che sembra il gorilla che avevo visto da piccola allo zoo e voleva solo le noccioline - mi vengono incontro e io cerco di guardarli di sbieco, fingendo di non prestargli attenzione, e poi faccio per girarmi e tornare indietro. È a quel punto che sento una cosa dura premere contro la schiena, giù in fondo sulla spina dorsale. La canna d’acciaio di una pistola. Non ci vuole mica un genio per capirlo. Un terzo uomo mi sta alle spalle. Altro che pelle d’oca, mi viene una gran paura e due goccine credo proprio di averle fatte. Getto uno strillo, ma mi muore subito in gola e mi esce una cosa stranissima che sembro un pollo scannato. Gli altri due sono ormai vicinissimi e sento l’alito pesante di quello che mi ha bloccata da dietro.

Hanno il volto coperto, ma un dettaglio lo colgo. Gli occhi di quello grosso, che sembra febbricitante. Paiono due perline piccole e lucide, come quelle biglie che si usano per gli occhi degli animali impagliati, sembrano gli occhietti di una donnola imbalsamata, ecco. E hanno una strana luce, quasi rossastra.

Comunque, quello alle mie spalle mi strappa la borsetta, sghignazzando, e mi lancia contro il muro di mattoni del vicolo. Cado a terra, mi strappo i collant e mi sbuccio un po’ le ginocchia e i palmi delle mani. Perdo l’ombrello e i capelli mi ricadono tutti bagnati sulla faccia. Non ci vedo molto bene e intanto inizio a piagnucolare per la gran gioia dei tre che se la ridono di gusto. Allora mi metto in ginocchio e fra un singhiozzo e l’altro chiedo di lasciarmi andare, poco m’importa se supplicare non è decoroso. Voglio uscirne viva e giuro su Dio, mamma, da oggi in poi ti darò retta e prenderò la strada più lunga, pioggia, grandine o neve, persino con un uragano in vista prendo quella più lunga. Ecco cosa penso.

Sono lì in ginocchio, con i capelli fradici, le calze strappate, mani e ginocchia sbucciate, che piango e imploro e loro ridono sempre più forte, ululando alla pioggia. Il sole è tramontato completamente e la luce dei lampioni lì arriva poco. Mi urlano addosso una serie di porcherie che si mescolano alla pioggia lurida e all’acqua sporca della strada e mi insozzano tutta, impregnando i vestiti, scorrendo sulla mia pelle, bagnandomi le labbra e entrando in bocca, aperta per le mie inutili preghiere. Ma prima che possano farmi altro, quello piccolo, il primo ad aver smesso di ridere e di insultarmi e che ha iniziato a sollevare il labbro mostrando i denti in un ghigno, fa una smorfia che pare sorpreso. Spalanca gli occhi e gli esce dalla gola un gemito, più un gorgoglio in effetti. Gli altri non capiscono cosa stia succedendo e - diciamocelo - nemmeno io lo so, ma smetto subito di piangere. Solo qualche singhiozzo sommesso. Il tipo cade a terra e dietro di lui c’è la sagoma di un uomo con impermeabile e cappello di feltro leggermente inclinato sul sopracciglio, come l’investigatore in quel film che mi piace tanto, quello che cerca il falcone, interpretato da Humphrey Bogart. Mica un vero falcone, una statuetta di gran valore però. Sam Spade, ecco! Mi piacciono tanto i vecchi film. Ad ogni modo, il tizio cade e pare morto e l’uomo con l’impermeabile tiene in mano uno di quei bastoni che danno la scossa, lo so perché ricordo ancora il filo blu tremolante che sfrigola sotto l'acqua. Gli altri due allora, quello con la pistola e l’uomo-donnola, dicono una serie di parolacce e gli chiedono chi si crede di essere, e giù a ridere ancora. Quello con la pistola fa un commento sull’abbigliamento di Bogart e in un altro attacco di risa si porta le mani alla pancia. Ma l’altro non dice nulla. Li guarda e basta. Poi chiede a me con voce calda e tranquilla: “Sta bene, signorina?”. Oh cavolo!, non riesco a dire nulla tranne forse un gridolino striminzito e faccio cenno di sì e allora i due gli si lanciano contro, ma lui non si muove. Disarma il primo torcendogli in maniera innaturale il polso e lo lascia a piagnucolare per terra. L’omone tira fuori un coltello a serramanico e fa scattare la lama. Si guardano per qualche secondo girando in tondo, come leoni. Mi pare un’eternità e penso che il mio Sam non ce la farà perché sarà sì e no la metà di quell’altro. Dopo anni che durano solo qualche secondo, l’uomo-donnola balza in avanti con agilità sorprendente vista la mole, ma quello con l’impermeabile è già da un’altra parte, si è spostato un centimetro a destra e ha schivato l’affondo. Lo colpisce alla nuca, poi gli volteggia attorno e l’altro sferra colpi a destra e sinistra disorientato, lacerando la cortina di pioggia. Mi pare di sentire lo sfrin sfrin della lama che taglia le gocce d’acqua, eppure so che questo non è possibile. Dopo qualche altro volteggio e qualche altro affondo a vuoto, con poche, rapide, precise mosse l’uomo con l’impermeabile mette K.O. l'uomo-donnola. 

E io per tutto il tempo rimango a terra, probabilmente a bocca spalancata. Mi succede così quando sono sorpresa, che posso farci? Mia mamma mi dice sempre di chiuderla perché un giorno o l’altro finirà per caderci dentro una vespa, ma io mica riesco a ricordarmi di farlo. È come se mi si svitassero dei bulloni e la mascella cadesse giù, allora quando ritorno in me stringo di nuovo i bulloni. Questo lo diceva sempre papà, invece. Pace all'anima sua.

Ricordo ancora il rumore dei tacchi delle sue scarpe, le scarpe del mio Sam, mentre si avvicina allungando la mano per aiutarmi a rimettermi in piedi. Ricordo ancora la sensazione della pelle morbida dei suoi guanti sotto le mie dita bagnate. Raccoglie la borsa da terra e me la restituisce, chiedendomi ancora una volta se sto bene. 

Mi accompagna fino al portone di casa e quando lascio il suo braccio, mi dà una rosa, comparsa magicamente nella sua mano.

È una rosa Violet Carson, lo ricordo perché è la mia preferita.

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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StefanoMazzi ha votato il racconto

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