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Narrativa

Invece di crescere - part #2

Di Binskij
Pubblicato il 24/05/2017

Certe amicizie rigettano con prepotenza l'etichetta "amicizia" e affittano perennemente un limbo ammobiliato, al limite dell'abitabile, dove tutto è lecito.

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E così, avulsi più che mai dal contesto che ci attornia, entriamo in un'apnea di resoconti, tutti rigorosamente TUOI, delle TUE avventure strampalate, al limite della sceneggiatura cinematografica, delle TUE relazioni amorose disfunzionali, del sesso e della droga che imbevono ogni appartamento che abiti, in ogni città europea e non in cui ti ritrovi, per casi fortuiti, a vivere. Sei il Jack Kerouac della situazione, potresti riempirci rotoli di carta igienica a non finire scrivendo i dettagli delle vicende in cui ti cacci. TU, calamita di eventi, pianetino immerso in un campo gravitazionale esagerato rispetto alla tua ridotta massa.

Io non posso far altro che prestarmi all'ascolto, intervallato da raffiche di commenti partoriti dalla parte più sarcastica e curiosa di me. Ci fa compagnia la mia eterna spalla, la terza S. della serata, colei che ha assorbito sempre e solo flash indiretti e intermittenti di ciò che io e te siamo (stati). Ma abbastanza luminosi per farle comprendere, come del resto come sta avvenendo anche adesso, che siamo confinati in una porzione di Cosmo che galleggia a sé stante dagli altri.

E i drink annacquati giungono al termine, decido che s'è fatto tardi, per la mia versione di studentessa universitaria fintamente diligente. Ripenso a come questa tipologia di "tardi" sia in realtà immensamente presto rispetto alla dimensione che il tardi assumeva nelle notti d'estate (e d'inverno, qualsiasi stagione portava una buona scusa) con te per boschi, campi, viali, autostrade, un paio d'anni fa.

Scanso abilmente (il Fato clemente lo fa per me) la tua richiesta, supplichevole quanto maliziosa, di offrirti un passaggio a casa. Sto scansando la me stessa che divento quando rimango sola con te e i tuoi poteri paranormali di annullare ogni riferimento temporale e coordinata spaziale. La me stessa che non sa proferire un NO.

Mi alzo in piedi, tu rimani un cucciolo d'homo sapiens dipinto sul divanetto, immobile, senza la minima volontà di andarsene. Mi guardi col naso all'insù, come fai fin troppo spesso (e mi hai attaccato questa mania) con la luna.

S: "Oh... più passa il tempo più... Invece di crescere, ti trovo sempre più... Tenera."

DA CHE PULPITO. Spalanco le braccia, come si fa con i bambini quando li inviti a raggiungerti, quando vuoi comunicare loro fiducia, per buttarsi che li prendi di sicuro perché sei fabbricata per farlo. Recepisci al volo l'esortazione e dunque leniamo tutto con un abbraccio, uno dei tuoi analgesici preferiti dopo la morfina. E affondo il naso nell'incavo della tua spalla, non annuso nulla, respiro solo la prospettiva soffocante e liberatoria (non c'è ossimoro più azzeccato) di non vederti più per altri mesi e mesi. E sento il tintinnio delle chiavi che hai appese al passante sopra il gluteo destro, nemmeno il custode di Azkaban ce l'ha così folto il mazzo di chiavi, sembra che ti consentano l'accesso a qualsiasi cosa. Sembra che tutti i tuoi amici ti abbiano affidato una copia della loro chiave di casa in caso la smarriscano, il che sarebbe esilarante, dato che sei tu l'essere meno affidabile dell'universo. Dovresti attaccartele con un piercing sulla fronte per non perderle.

Faccio aderire con cura il mio corpo al tuo, per ricordarti che sono molto meno magra di quel che sembra; per ricordarmi che tu sei almeno un paio di cm più alto di quel che sembra. Che siamo ancora bravi a comporre gli strati di una cipolla, di quelle rosso-violetto, di Tropea. Abbraccio tutte le canzoni che mi hai regalato e cantato a squarciagola in questi anni, abbraccio le tue fragilità così palesi e accecanti che forse sono proprio la tua forza. La forza d'abbraccio di un marsupiale che, assolutamente inadatto alla sopravvivenza, sopravvive ancora, per puro caso, sfidando ogni legge probabilistica.

Stacco il viso immerso nel tuo collo, senza che le braccia si divincolino dall'abbraccio. Ci fissiamo quasi naso-contro-naso, con grande indecisione ma scevri dall'imbarazzo, soltanto divertiti. Come sempre, laureati nell'essere giullari di corte.

Voglio stamparti un bacio addosso con una prepotenza ferina e allo stesso tempo con la delicatezza di un soffio, così a caso davanti a tutti, come se fossi di mia proprietà dall'alba dei tempi. Ridacchiamo e optiamo per un rapido compromesso in quella zona borderline dove la guancia si confonde alla bocca.

Uscendo, una folla raggrumata all'ingresso non accenna a dissiparsi, anche se ci sarebbe molto altro spazio per ripararsi dalla pioggia oltre a quella tettoia. Anche se ha smesso di piovere da un sacco. Sembra che quel tappo di gente sia stato collocato lì apposta per ritardare la nostra separazione. O forse, al contrario, per facilitare il de-sintonizzarsi dei nostri sguardi, il perderci tra sconosciuti.

Un attimo prima di riuscire a fuggire dalla massa, qualcuno mi tocca la coscia, con un pizzicotto lieve e familiare, un ultimo saluto.

Ciao, Monkey.

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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