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Narrativa

Kitsch

Di anna siccardi - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 24/12/2017

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Dio fu ringraziato a gran voce, e ripetutamente, il giorno in cui arrivò Armen.

Il suo compito era quello di spurgare, pulire, lubrificare e lenire. E quindi svanire, farsi nebbia, perdersi nella carta da parati.

E invece era Armen. Che alla fine del primo giorno radunò me e mia sorella, sbigottite, per dirci ora pensiamo a noi, che restiamo. Ci risparmiò i soliti elenchi lusinghieri sugli aspetti positivi della situazione e i pronostici di rito conditi di umana pietà. Armeggiò nella sua borsa di cuoio e ne estrasse un sacchetto consunto e a questo punto fu la sovrapposizione di due figure così distanti – lo spacciatore e l’infermiere, in un uomo di nome Armen – a lasciarci sbigottite.

Lui la viveva così. Entrava nelle case dei morenti con i suoi camici bianchi, le mani robuste e le bocce di fisiologica, ma entrava per i vivi. O per coloro che, presumibilmente, lo sarebbero stati ancora un po’. I vivi sono quelli che se la passano peggio, diceva, ed è una di quelle cose che, per assurdo, fa piacere sentirsi dire.

Comunque, quella stessa persona che si prendeva cura del corpo di nostra madre, per noi mistico e spaventoso, la stessa persona, con l’accento bastardo di chi è nato e vissuto armeno finchè non ha avuto il coraggio o l’occasione di riparare in California, Armen, insomma, ci copriva d’erba.

Fu una specie di finale in casa. Alternativamente, ma insieme, si tifava ora per la vita ora per la morte, a seconda della piega del giorno. Ma di tifare per la morte, voglio dire, ci vergognavamo tutti, e non ce lo siamo detti mai.

In compenso, imparammo a farci le canne. Solo tra di noi, solo a casa. Solo con Armen.

La prima fu rivelatrice. Anziché spararci fuori – come in cuor nostro speravamo: Armen a modo suo l’aveva garantito – ci risucchiò dentro. Dentro alla stupidità dei pensieri, al loro essere senza conseguenze. Le ipotesi senza tesi e le perplessità sul sistema causa-effetto. Ricordo la sensazione, anzi la certezza, che oltre a noi ci fosse qualcun altro in casa, ma non riuscivo a ricordare chi potesse essere nè a capire dove fosse. Era sempre in un'altra stanza. 

Il sospetto che l’accesso alla follia fosse così facile e incustodito ci confuse, ma Armen procedeva sicuro, attraversando quei nostri giorni strani con intollerabile grazia.

E fumava, fumava, fumava. E poi parlava.

Raccontava con gli occhi luccicanti – non erano lacrime, era un torrente più profondo - di quando andava al canile, ogni mese, e portava via i cani decrepiti, quelli che stavano per tirare la zampa. Non i cuccioli, ma i moribondi. Li portava a casa e si facevano compagnia aspettando la morte. Poi, a cose fatte, li portava dal suo amico veterinario che si occupava dello smaltimento e che ogni volta gli offriva una sigaretta e una pacca sulla spalla.

Da noi portò Kitsch, un incrocio bizzarro tra un volpino, un bassotto e una dozzina di altri bastardi. Il risultato era una specie di corgi, tipo i cani della Regina, ma dopo un grave incidente.

Kitsch sbavava piano sui nostri tappeti cinesi, cosa che sarebbe bastata a stroncare definitivamente nostra madre, ma in effetti lei, in quella casa, non c’era già quasi più.

Armen non ricordava quando esattamente il cane avesse perduto il controllo della salivazione, forse era stato quando aveva perduto la vista, appena dopo aver perso il pelo, appena prima di perdere i denti. Il suo rantolo intermittente accompagnava le nostre chiacchiere notturne, che si liberavano a nastro nella penombra della sala, ancorati solo a tratti dal timore che Kitsch ci tirasse le cuoia tra i piedi. Possibilità che, tutto sommato, contribuiva a distrarci da scenari peggiori.

Questo è l’ultimo, mi disse Armen una sera.

L’ultimo cane rottame, chiesi io.

No, l’ultimo paziente terminale, disse lui con un sorriso e un certo pudore per quella parola feroce.

Voglio tornare a casa mia, aggiunse.

In Armenia, chiesi io.

In California, disse lui.

A fare il mestiere che amo di più, disse ancora.

Lo spacciatore? L’infermiere? Non chiesi nulla, mi rassegnai alla doppiezza connaturata a quell’uomo così cinico e così buono. Rimasi in silenzio a soppesare l’aria della notte che entrava dalla finestra. Non riuscivo a capire quale fosse il suo mestiere e quale la missione, o come l’avrebbe chiamata lui in quel suo slang vagamente new age. Avevo fumato troppo.

Accompagnare le persone alla morte. Accompagnare i cani alla morte. Traghettare quelli che restano da una sponda all’altra del baratro, piccolo o grande che sia, per forti o deboli che siano i passeggeri, con la stessa funambolica cura.

Era l’alba quando Kitsch gorgogliò il suo ultimo rantolo sul tappeto blu cobalto, lasciandosi dietro un grumo soffice di schiuma chiara. Io e Armen ci scambiammo uno sguardo sospeso, uno sguardo che era già lì da un pezzo e che noi ci limitammo a riempire.

Poi raccolse Kitsch dal tappeto e disse mi dispiace per la macchia. Torno tra pochissimo, aggiunse, e uscì dalla porta di casa con Kitsch in braccio come una sposa.

Io andai in cucina a prendere uno straccio e mi accorsi di barcollare nella luce bianca e promettente del giorno. Quante mattine, prima della scuola, in quella cucina inondata di sole. Quanti risvegli in un mondo in cui non c’era ancora la morte, né l’erba, né Armen, né Kitch.

Voltai le spalle al sole e a quell’infanzia che – ora lo so - sarebbe rimasta lì per sempre e tornai nella sala sfuocata dai fumi dell’erba.

Inginocchiata sul tappeto, mi misi a fregare la macchia di bava con lo straccio. Povero Kitsch, non l’avevo neanche accarezzato, eppure sarebbe bastato niente. Comparve mia sorella, gli occhi pesanti di sonno e un sorriso in linea perfetta con il mistero di quel nuovo mattino e con tutto quanto di bello avrei voluto dirle.

Armen se n'è andato, le dissi. Non tornerà.

Lei alzò le spalle. Ti aiuto io a pulire, mi disse. 

Poi si inginocchiò vicino a me, senza fare nulla. Lo straccio era uno solo, e lei rimase lì, a guardarmi sfregare forte.  

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