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Narrativa

L'amore che strappa i capelli. L'uomo pesce

Di Luca Bellan
Pubblicato il 13/06/2017

L'amore è un elemento volatile. Da respirare, da inseguire prima che svanisca

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L’uomo pesce si sveglia, stira le braccia, allunga il collo ed esala le prime bolle della giornata, che salgono in superficie e gli rimettono a posto il mondo indicando la direzione in cui trovare il sole. Nel sonno il suo mondo perde memoria e tutte le direzioni diventano acqua nera e il sopra si confonde col sotto e a destra non c’è destra e a sinistra ci si perde e solo le bolle, ritrovando la verticale come una scala d’ossigeno, ricostruiscono un senso per lo spazio.

L’uomo pesce risale di poco, quel tanto che basta per vedere la luce che filtra al di sotto della superficie del mare e svegliare gli occhi intorpiditi dai sonni abissali in cui è caduto senza far sogni: però l’uomo pesce passa tutta la sua giornata a sognare con gli occhi attenti e la notte ha bisogno di riposare davvero, senza scosse all’anima e senza le immagini e senza le musiche insensate e le cose stonate che popolano i sogni, che ti arrovellano o ti assalgono o ti cullano senza chiedere permesso, ha bisogno di sopire i tormenti e riposare perché sa che persino la marea di notte riposa e il mare che non sta mai fermo soggiace al silenzio delle pause e dei vuoti.

Strofina il corpo tra i banchi di pesce, per rubare un po’ di riflessi dalle scaglie dei nuotatori più bravi e diventare più veloce e lucente, per tingersi di ogni colore e sembrare meno pesante, come fanno gli spruzzi sugli scogli, spaccati dai raggi del sole che ne scompongono il bianco in una miriade di sfumature. Sorvola nuotando pigramente le praterie marine, che ciondolano al moto ondoso come capelli di ballerine e si sofferma qua e là ad osservare il moto pigro delle ofiure, quelle vermiglie che sembrano di sangue e quelle color zafferano che fuori dall’acqua sarebbero spente e passa con rispetto sulle colonie acute dei ricci di mare che sembrano bere le correnti dalle piccole bocche.

Respira e nuota, respira e nuota, al passaggio delle mante apre le braccia come un omaggio e se trova il gruppo dei delfini radunato per la pesca li segue solo per ascoltarli ridere.

Quando il sole è già orgoglioso e spande la sua luce come coriandoli sulle onde, si avvicina agli scogli dove comincia il mondo duro e fragoroso su cui gli uomini pesanti sono costretti a camminare coi piedi dentro la terra e le bolle non si riesce a vederle e il respiro non gorgoglia e il sole secca la pelle, si mette a nuotare con il viso rivolto verso la superficie, lentamente, in attesa che compaia l’immagine che dà volto al suo desiderio, nuota con calma e aspetta che si affacci la donna uccello.

La donna uccello si sveglia, recupera la testa graziosa da sotto le piume dell’ala in cui ha dormito, la donna uccello dorme con la testa al sicuro perché nulla svegli i suoi sogni, durante il giorno deve stare troppo attenta alle traiettorie per riuscire a sognare, ma la notte, quando il cielo diventa piccolo dentro lo spazio del suo cuore e il volo non ha più regole da rispettare, può abbandonarsi ai simboli senza incontrare ostacoli e senza venti contrari o ascensionali maligne.

La donna uccello si sveglia e si liscia le piume, le riordina controllando i graffi per assicurarsi un volo senza rischi e ripara gli strappi se ne trova, allarga piano le ali e le prova, prima lentamente poi mimando pian piano il movimento del battito nell’aria ancora inoffensiva del risveglio, poi sbattendole due o tre volte in un principio di decollo, per collaudare il distacco, e muove le penne timoniere per ripassare l’ordine delle direzioni.

Ancora arruffata come i primi pensieri che le salgono agli occhi, canta qualche nota per salutare il giorno, gonfiando il seno per riempire il petto d’aria nuova, si stira e scioglie piano tutti i nodi nei capelli perché la velocità nell’aria non le faccia male alla testa, allunga il collo e rovescia il capo tra le spalle, ad occhi chiusi, assapora il sole nuovo che è tornato a visitare il mondo.

Ora è pronta, la donna uccello accenna qualche passo e poi è distacco e le ali battono l’aria per sollevarla in alto, inizia il primo volo circolare, come una ricognizione, per verificare che le cose non si siano mosse e non siano mutate nottetempo senza avvisare o non sembrino diverse agli occhi ancora sfocati che le guardano, e va su, mette insieme

brividi e certezze e si muove sulle correnti intrecciando traiettorie come un tessuto di fili invisibili il cui disegno lei conosce perfettamente e sa seguire fino a che sia necessario seguirlo per poi abbandonarlo con scarti esaltanti o picchiate ripidissime.

La donna uccello vola sopra il mondo di minuscole cose che da lassù sono tutte uguali e per questo si dicono insignificanti, tutto ha senso finché c’è peso e forma e da là nulla ne ha, la donna uccello assaggia le correnti e sceglie tra i venti quello che dalle alture soffia col sapore migliore per spingere al largo le vele e si dirige al mare, gustando tutta la forza che dà la libertà di poter portare dove si vuole la propria direzione.

Giunta alla costa inizia a ridare peso e forma agli oggetti, abbassandosi verso la volgarità della materia, deve individuare la costa e la riga più blu che indica il mare o la schiuma che segnala le onde e iniziare la discesa verso gli scogli, in direzione di un punto noto che lei conosce a menadito, come rotta mandata a memoria, quindi plana sicura verso il punto in cui toccherà il suolo.

Atterra, ripiega le ali e socchiude gli occhi tra spruzzi salati, perché la bellezza del mare nei primi istanti in cui ne godi è sempre accecante, assaggia il sapore del sale che rende e aspetta, perché sa che verrà o perché percepisce che lui è già nei pressi che nuota, la donna uccello si affaccia sull’acqua e aspetta che l’uomo pesce la guardi e, vedendola magnifica com’è, salga ancora una volta in superficie per baciarla.

E’ un tempo brevissimo che dura un respiro, gli occhi dell’uomo pesce emergono verso il viso della donna uccello, lei si prepara con gli occhi chiusi e aspetta di baciare le labbra che sanno di mare dell’uomo pesce: per un istante lui emerge al mondo dell’ossigeno libero, per un momento lei s’immerge nel mondo in cui non si respira e non c’è abbastanza aria per battere le ali, e un bacio li ubriaca come folli che non sanno più in che mondo siano mentre stanno rovesciati l’uno dentro l’altro.

L’uomo pesce e la donna uccello si fondono per pochi istanti ogni giorno, con forza disperata e violenta, perché sono figli di mondi contrari, aggrappati a codici inconciliabili, sono figli di cieli simmetrici e contrari, uno lieve e uno umido, e gli dei cui sottostanno hanno volontà opposte come cariche elettriche che si respingono e li costringono a trasformare ogni giorno l’aria e l’umido in un incendio: un bacio perfetto, che dura il tempo di un bacio.

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