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Narrativa

L'autunno in cui smise di piovere

Di Luca Bellan
Pubblicato il 18/10/2017

Una storia che inizia al terzo accordo ben riuscito in un garage di Seattle e finisce su YouTube nell'era delle notizie false che fanno male come quelle vere

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Nell’autunno in cui smise di piovere avevo quarantasette anni, un figlio, tre cani, nessun lavoro e il cassetto dei sogni pieno di fallimenti. Durante l’estate Cornell se n’era andato nel modo peggiore di cui un uomo disponga per dire che era vivo e molta parte dei miei vent’anni si era dileguata col suo sorriso di poeta spaventato. Niente più rivoluzioni, niente rivincita dei giusti, niente crocifissioni di nobili signore, niente da bere, fine. Non avevo più nemmeno numeri da chiamare, le rubriche digitali s’erano mangiate tutti gli scarabocchi che avevo appuntato e che avevo diligentemente dimenticato nelle scatole in attesa di tempi migliori, come la siccità si era mangiata il buono delle castagne e l’abbondanza dell’uva trasformandole in ricordi. I cani al parco pisciavano su una terra che sembrava cemento, il cielo seguitava imperterrito a proporre una mezza estate in pieno ottobre e le sorgenti erano sterili come volumi di storia. L’autunno in cui smise di piovere pensai che, se non avessi avuto quel piccolo uomo che al mattino saltava nel letto come un fantasma piovuto dal buio, avrei volentieri seguito Cornell. Non avevo nulla, non avevo realizzato nulla, avevo vissuto abbastanza da non desiderare più nulla. Tentavo il più spesso possibile di andare a scalare, cosa che ha sempre fatto da antidoto alla saggezza svuotandomi l’anima con il suo singolare yoga d’insensatezza. Le nuvole di tanto in tanto sorvolavano violacee l’autunno senza degnarlo, come a prenderlo in giro, promettendo senza mantenere: era doloroso starle a guardare, come un amore che ha fatto la valigia per un treno sul quale sai che non è già più tuo. Cerca l’appoggio, tasta la roccia, sposta il peso, stai, rinvia e passa oltre, fino alla sosta, senza pensare, volare non è un opzione ma una forte resistenza al peso dell’aria che ti vorrebbe fermo al suolo. Ripassavo la lunga e bella stagione del grunge, canzone per canzone, col suo profumo di spirito adolescenziale. Troppa eroina aveva ucciso gioventù da quattro ottave senza pensarci tanto, gli accordi erano sempre violenti come un corpo nudo che ti chiede di fargli qualcosa di bello, ma molti protagonisti dell’onda erano diventati padri satolli coi capelli più corti e la Tesla per andare su e giù per le colline californiane. Io ero ancora vivo ma la musica si era deteriorata per colpa della sua perfezione digitale, i produttori in gamba cenavano a cinque stelle e se ne fregavano dell’arte, il sudore schizzato sulla folla era diventato un articolo da supermercato. Prima o poi pioverà, forse resterò sveglio per vedere l’acqua scendere ancora, forse resterò perché il futuro arriva comunque, anche se il mondo la terra i sogni hanno avuto una sete così tremenda che quasi ci restavamo tutti. Pensavo cose così, tanto per tirare fino al prossimo angolo, per finire una bottiglia che sapeva di sabbia e non prometteva alcun sogno ma donava finalmente il sonno. “Perché in realtà sono partito da un pezzo e devi lasciare ch’io voli per conto mio, potrebbe essere troppo tardi e il nostro tempo già finito”.

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di Luca Bellan

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