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Narrativa

L’eremita del 99° piano

Di Ambrogio Borsani
Pubblicato il 20/04/2017

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Presi la decisione più importante della mia vita a luci spente, affacciato alla grande vetrata dell'ufficio, all'ultimo piano del palazzo. Le fluorescenze di una notte senza pace tingevano la scrivania di onde bluastre. Sotto di me si apriva la sconfinata infezione di caos che tutti si ostinavano a chiamare città. Folle consumate dalle febbri, vite alla deriva in cerca di nuove febbri. All’orizzonte un grattacielo si era incendiato. In un angolo di cielo vibravano bagliori rossi, il resto era un’immensa cupola di esalazioni mefitiche. Laggiù in fondo, in cima a una torre, piccoli elicotteri nervosi attraversavano le fiamme per spegnerle. O forse per alimentarle. Gli insetti di metallo con le pale vorticose scomparivano nelle tenebre, subito dopo i fari ricomparivano sfiorando i palazzi più alti. L’aria schiumosa sembrava una placenta violacea. Non si vedevano stelle. Da tempo non si vedevano stelle.

Guardavo la scenografia malata dentro la quale recitavo la mia parte. Non riuscivo a scappare. Non esisteva un fuori. Vivevo in un mondo che non aveva centro e non aveva periferie. Ogni luogo era centro e periferia di se stesso. E io, in quel tempo, cercavo un punto fermo nella scivolosa geografia del mio pensiero. Fu lì, sul baratro aperto di quella notte che mi ritrovai.

Io, Edwin McMorran, di 59 anni, allora avevo quattro matrimoni alle spalle, sette figli, quattro by-pass e diciottotto società che mi avevano reso ricchissimo e continuavano a produrre utili.

Quella notte, solo, nel buio fosforescente del mio ufficio spento, capii che l’unico modo per uscire da quel mondo era entrare nel nebuloso labirinto dove avevano origine i miei pensieri. Da qualche anno mi chiedevo il perché di tutto. Quella vita doveva continuare fino all'ultimo respiro? Ero impegnato dal mattino alla sera ad aumentare una ricchezza di cui non vedevo nulla. Esistevano veramente i soldi che apparivano sugli schermi dei computer? E che tipo di felicità poteva darmi un mondo in cancrena? La mia vita era strettamente collegata all’operazione di accumulo. Perché? Per chi? Se il mondo non aveva futuro, perché avrei dovuto averne io? E soprattutto mi domandavo: in cosa consiste il contrario di quello che faccio ora?

Negli ultimi tempi avevo cominciato a leggere i libri che un amico mi aveva donato poco prima di scomparire nel nulla. Erano le vite dei santi e gli scritti dei Padri del Deserto. La prima scelta fu quella di staccare gli occhi dagli schermi delle borse mondiali per leggere qualche riga. Poi qualche pagina. Dopo un mese guardavo più i libri che gli schermi. Avevo la nausea dei monitor pieni di dati di mercato, di quotazioni di borsa, di strategie aziendali. Avevo la nausea dei miei collaboratori, delle segretarie premurose, delle riunioni fumose, dell'efficienza di servi idioti, delle trovate geniali di consulenti senza neuroni.

Non fu facile decidere, ma non ne potevo più. Avevo accumulato beni per dieci generazioni di sperperatori. Ma chi avrebbe sperperato dopo di me? I miei sette figli erano già stati liquidati e dopo erano spariti. Alcuni per sempre. E poi: il mondo sarebbe durato il tempo di dieci generazioni?

In quei giorni mi aveva colpito un passo delle omelie di Origene: “E chi l’ha detto che si viene al mondo per essere felici?”

Nessuno, nemmeno dentro la profondità del pensiero greco, nessuno aveva avuto il coraggio di mettere a nudo il problema spogliando la vita fino alla sua estrema oscenità.

Decisi di vivere con nulla, di nulla. Come gli antichi eremiti. Ma non avendo più deserti a disposizione, pensai di trasformare il mio ufficio in un luogo di isolamento e di meditazione.

Cominciai a liberarmi delle mie proprietà. Vendetti le azioni, vendetti i palazzi che possedevo, vendetti i quadri che avevo nelle banche e altri beni. Vendetti anche i novantotto piani della McMorran Corporation che stavano sotto di me. Di tutti gli immobili conservai solo l’ultimo piano di quel grattacielo. Il ricavato della vendita lo depositai in una banca sicura, non riuscendo a trovare un’associazione di beneficenza che non fosse corrotta.

Il luogo che per lunghi anni era stato il centro dei miei affari divenne il deserto delle mie meditazioni. Svuotato di tutti i mobili, e liberato dalle pareti, l’ultimo piano del palazzo dove aveva avuto sede il mio ufficio divenne una landa disabitata. Vi era solo una distesa di sabbia che confinava con le vetrate ai quattro lati dell’edificio.

Ricordo l’effetto del primo giorno, quando mi trovai solo lassù ad ascoltare il silenzio. “Quali che siano le tue pene, la vittoria su di esse sta nel silenzio,” diceva l’Abate Pastor. Passavo le giornate seduto per terra, con indosso un saio di cotone scuro. Era il luogo ideale per vivere l’esichia. Guardavo in alto e pregavo. Mi mettevo in angoli dove potevo vedere il cielo non disturbato da torri più alte. Quando c’era il sole sentivo attorno a me le terre dell’antico Egitto, come gli anacoreti del deserto che mi avevano ispirato. Durante le lunghe giornate leggevo le vite dei santi, Jacopo da Voragine e San Girolamo, i testi sacri dei Padri della Chiesa, principalmente Origene, Eusebio e i Padri del Deserto.

Pregavo. Come aveva detto l’abate Evagrio Pontico anch’io ripetevo: “Prega con timore e tremore, con ardore, sobrietà e vigilanza.” E tuttavia non credevo in Dio. Di questo ero certo. Semplicemente cercavo una disciplina contraria a quella che avevo praticato in precedenza.

A poco a poco dimenticai le insensate vibrazioni delle mie giornate precedenti. Riunioni dall’alba alla sera, collaboratori infidi che sognavano un giorno di farmi fuori e intanto obbedivano come servi bavosi. Dimenticai le notti in cui mi svegliavo per vedere come aprivano i mercati dei paesi dove era appena spuntato il sole, le telefonate al mio segretario per dare indicazioni di movimenti finanziari. Non era vivere. Ma questo è un altro discorso. Ancora oggi non so cosa sia vivere. Ho solo cambiato radicalmente vita. Quattro by-pass erano un prezzo ancora basso per il tipo di vita che facevo. Ma poi quella notte nel mio ufficio avevo preso la decisione.

Lì al novantanovesimo piano del mio grattacielo ogni mattina, all’alba, l’ascensore si apriva e arrivava Erich, il mio fedelissimo collaboratore che aveva cominciato con me come fattorino a quindici anni. Erich era l’unico ad avere la chiave dell’ultimo piano, e il suo compito era di portarmi ogni giorno un pezzo di pane, una brocca d’acqua, dieci datteri e dei fichi secchi. Di Erich mi fidavo ciecamente. Lui aveva la firma sul mio conto in banca per prelevarsi lo stipendio che meritava e per i miei ridottissimi bisogni.

Mi esercitavo nel digiuno e in certi periodi riuscivo a vivere come sant’Ilarione, mangiando solo quindici fichi secchi dopo il tramonto. Poi presi a leggere anche i testi di Confucio, di Budda e di Lao Tse. Leggevo, guardavo il cielo, le cime dei grattacieli erano come gli spuntoni di roccia nel deserto del basso Egitto.

Le mie notti si erano svuotate dagli incubi del reale. Finalmente sognavo immagini astratte. Forme geometriche e colori. Di giorno sedevo sulla sabbia nella posizione del loto, guardavo verso il cielo. Evitavo di avvicinarmi troppo alle vetrate per non vedere la città giù in basso, che continuava la sua attività cancerosa fabbricando metastasi per tutti. Le uniche realtà che entravano nel mio campo visivo erano le cime dei grattacieli più alti, la scia di qualche aereo. E queste immagini non bastavano a deviare le meditazioni.

Ma qualche mese dopo la mia conversione il maligno trovò il modo di arrivare lassù, fino al deserto del novantanovesimo piano. Un mattino, mentre stavo seduto sulla sabbia a leggere Basilio di Cesarea, improvvisamente una nebbia giallastra avvolse le vetrate del mio eremo. Pensai fossero esalazioni di un qualche incendio. Ma poi si udì anche un forte rumore meccanico e dalla nebbia apparve davanti alle mie vetrate un elicottero. Mi prese una certa inquietudine, pensai a un mezzo della polizia in qualche strana manovra. L’elicottero stava fermo all’altezza del mio piano, sospeso nell’aria davanti a me. Appena mi accorsi che il pilota era una donna lei si era già tolta la tuta con un semplice gesto della lampo. Feci appena in tempo a scorgere il suo corpo nudo e subito mi buttai bocconi sul pavimento a pregare. Mentalmente cercai di chiudere quella visione in un vaso, seguendo il pensiero dell’Abate Pastor: “Se si chiude un serpente o uno scorpione in un vaso e poi lo si tappa, dopo un certo tempo finirà per soffocare. Lo stesso avviene per i cattivi pensieri che il demonio fa germogliare in noi; a poco a poco soffocati dalla pazienza di colui che li ha avuti.”

Pregai fino a quando il rumore dell’elicottero si allontanò: avevo respinto la tentazione del demonio che mi invitava a tornare alla vita di prima. Del resto i Padri del Deserto lo dicevano: più ti avvicini al punto centrale della vita ascetica, più il demonio tenterà di riportarti indietro.

Non sapevo ancora che il diavolo più temibile, l’unico capace veramente di mettere fine alle mie meditazioni, era l’uomo.

Dopo un anno di eremitaggio infatti la polizia irruppe nel mio deserto privato e mi buttò fuori per strada. Seppi più tardi che la banca che custodiva tutti i miei averi era fallita. Intanto la società alla quale avevo venduto il palazzo, tranne l’ultimo piano, aveva approfittato della circostanza per comprare il novantesimo piano da Erich, al quale io, riponendo in lui la massima fiducia, l’avevo intestato.

Finii sul marciapiede a fare il mendicante. Conobbi un’altra verità della vita. Di fronte alla disperazione di chi non ha nulla capii che persino la possibilità di meditare era un lusso.

L’unica consolazione, nella disperata condizione di mendicante, mi venne da due compagni di strada, due ottimi ladri che si presero cura di me e riuscirono persino a consolarmi. Che il destino sia sempre generoso con voi, cari Jerzy e Miguel. So che avete commesso qualche omicidio, ma chi può giudicare gli uomini umiliati dalla prepotenza del mondo? Mi avete salvato e condotto nella comunità dove ora vivo. Grazie Jerzy, grazie Miguel.

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di Ambrogio Borsani

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