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Soggetti per il cinema/teatro

L'inseminator gabbato

Di StefanoMazzi
Pubblicato il 10/11/2017

Intermezzo "pastiche" in stile Lope De Vega. Un banchetto funebre serve anche a far giustizia alla figlia sedotta...

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L'INSEMINATOR GABBATO

di Stefano Mazzi


PERSONAGGI

GUIDO e MARTINO due lestofanti

PADRE NIZZARDO il prete

DELIA la salma

AGILULFO il padre della salma


GUIDO: (bisbigliando) Cosa ci fai lì impalato? Guarda che se non ti sbrighi di là ci fanno fuori tutto, c'è un pasticcio di melanzane che è la fine del mondo. Io sarei già sazio, ma è meglio se mi riempio ancora un po' le budella, chissà quando ci ricapita un banchetto del genere.

MARTINO: Non riesco a smettere di fissarla, guarda che splendido incarnato, sembra stia dormendo, è incantevole, non trovi?

GUIDO: Sì, carina, peccato che sia morta stecchita. In altre circostanze ti spingerei a sedurla come solo tu sai fare, ma ho l'impressione che questa cadrebbe ai tuoi piedi per non rialzarsi più. Su, da bravo, adesso vieni di là con me ad abbuffarti, se la guardi ancora un po' i genitori inizieranno a fare domande sul perché siamo qui, e stavolta non abbiamo nemmeno approntato una scusa.

MARTINO: Voglio toccarla.

GUIDO: No!

MARTINO: Ora la tocco.

GUIDO: Ma sei scemo?!

MARTINO: E dai, solo una carezza, voglio sentire quanto è morbida la pelle. E poi, ti dirò, ha un che di familiare, mi ricorda una fanciulla con la quale mi sollazzai mesi or sono, come si chiamava... forse non mi ha mai detto il suo nome.

GUIDO: La cosa non mi sorprende. Hai nettato più pavimenti tu con le braghe calate che la domestica del re. Comunque non ti riconosco più, normalmente saresti in salotto a mangiare a quattro ganasce e invece ti metti a fare il cascamorto con una che tempo un giorno olezzerà peggio di uno stoccafisso, ma guarda te se mi tocca pregarti...

MARTINO: Che vuoi che ti dica? A me l'amore mi chiude lo stomaco, (sospira) e io che pensavo che il tristo mietitore colpisse solo vecchi e storpi. Chiamalo scemo, se fossi nei suoi panni anch'io mi prenderei la vita di giovani donzelle come questa. Guardala, farà invidia al più bello fra gli angeli, lassù in cielo.

GUIDO: Ora basta, però. Sono anni che ci infiltriamo ai funerali delle famiglie più facoltose per mangiare a sbafo e mi venisse un colpo se abbiamo mai dedicato più di qualche minuto al defunto. Entri, porgi le condoglianze con un cenno della testa e, con la faccia contrita ti dedichi alle pietanze del rinfresco, poi esci dal cortile sul retro senza nemmeno dover salutare. Niente di più facile. Tu invece ti vai a impelagare con una che, perdona l'azzardo, oramai si potrà bagnare solo delle lacrime dei genitori disperati.

MARTINO: Eppure, più la guardo e più mi sembra di vedere la mia vecchia fiamma, quanto mi piaceva, peccato che mi sia dovuto sfilare in fretta dalle sue braccia alla notizia che da qualche tempo non riceveva più visita dal Marchese. Sai come sono fatto, piuttosto che ammogliarmi e far da padre a un marmocchietto vado a spalare sterco di cavallo per il resto dei miei giorni.

Entra il prete

GUIDO: Ecco, ora ci tocca fermarci ad ascoltare il rito funebre, maledetto me e quella volta che non ti ho trascinato di là a forza.

PADRE NIZZARDO: In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti...

TUTTI INSIEME: Amen.

MARTINO: Amem.

GUIDO: Si dice Amen, diavolo di un senzadio!

MARTINO: Ti sbagli, io da oggi una Dea ce l'ho. Ed ora smettila di starnazzare, sto assistendo ad una messa in suo onore.

GUIDO: Oh sì, scusami. D'altronde è chiaro quanto anche lei sia irrimediabilmente attratta da te. Non riesce a staccarti gli occhi di dosso.

PADRE NIZZARDO: (alza la voce, stizzito) Vere Sanctus es, Domine, fons omnis sanctitatis...

MARTINO: Visto? Se non la smetti di dare fastidio a me e alla mia Dea il nostro fido soldato in Cristo te le darà di santa ragione. E adesso chiudi quella boccaccia, non voglio più sentire la tua voce fino alla fine della funzione.

GUIDO: Tranquillo, me ne staro buono buono qui nell'angolo. Chissà che non ci riesca di uscire da qui senza farci cacciare a bastonate. Tanto lo stomaco l'ho già bello gonfio di leccornie, al contrario di te. Ma ti avverto, se una volta fuori ti azzardi a lamentarti per la fame, le bastonate che non hai preso qui, le avrai da me.

MARTINO: Sì, come no, bravo. Ora cuciti quella bocca.

DON NIZZARDO: Benedicat vos omnipotens Deus, Pater et Filius et Spiritus sanctus. Ite, Missa est.

GUIDO: Prima a destra e poi a sinistra. Manco il segno della croce ti sai fare!

AGILULFO: (rivolto agli astanti) Carissimi, Vi ringrazio a nome della famiglia per essere intervenuti a nostro sostegno in questo giorno di mestizia. Vi chiedo ora di avvicinarvi alla bara per dare continuità ad un rito poco usuale, ma tanto caro alla nostra antica casata. Che il bacio di ognuno di Voi innalzi di un passo l'anima della nostra amata Delia verso il Regno dei Cieli. Dopo di me, prego.

La folla si mette in ordine per baciare la salma, Guido e Martino chiudono la fila.

GUIDO: Ti è andata bene, direi. Spero sia superfluo raccomandarti di contenere il fuoco dei tuoi lombi e di limitarti ad un casto bacio in fronte. E le mani bene in vista, mi raccomando. Quanto a me, spero di riuscire a tener giù il lauto pasto, mi si ribalta lo stomaco al pensiero di posare le mie labbra su quel viso gelido.

MARTINO: Bada alle tue di mani, piuttosto. Ho visto come guardavi la mia Dea durante la funzione. Tocca a te, fai in fretta e sfiorala appena, se non vuoi passare un brutto quarto d'ora.

GUIDO: (si rialza dopo il bacio) Non capisco, per essere morta da ore è ancora piuttosto calda.

MARTINO: È il mio amore che la mantiene. Fatti da parte, ora tocca a me.

Al posarsi delle labbra di Martino, Delia si rianima e lo cinge in un abbraccio. Martino, mezzo morto per lo spavento, tenta di divincolarsi mentre le tende sullo fondo si spalancano a svelare un altare agghindato di tutto punto. Interviene il padre.

AGILULFO: Mettiti calmo, Martino. Ché nessun morto risuscita per un lestofante come te. La mia Delia la conosci, immagino, e tra qualche mese conoscerai anche il pargolo che hai schizzato dentro di lei. Ben consci del tuo debole per i banchetti altrui, abbiamo architettato questa messinscena per metterti davanti ai tuoi doveri. Padre Nizzardo sarà ben lieto di apporre il sigillo di Cristo su questa promessa, e di testimoni ce n'è a bizzeffe. (Batte le mani) Orsù, abbiamo un matrimonio da celebrare! (A parte, rivolto a Martino) Puoi rifiutarti, se vuoi, ma hai visto da te quanto siam pratici di funerali.

GUIDO: Ben ti sta! Così impari a mettere il cuore prima dello stomaco.


FINE

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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