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Narrativa

L' umanità, La bella e L' amore

Di Alessandro Bertante
Pubblicato il 19/04/2017

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La punta degli scarponi è consumata.

Da mezz’ora non faccio altro che fissarla mentre stringo le braccia al busto, nel tentativo di trattenere calore, tutto il calore possibile in questa mattina gelida di dicembre. Fa molto freddo, i prati sono coperti di brina, un manto di luce argentata solca il cielo immobile di Milano, la maledizione della pianura.

Tutto intorno non c’è nessuno.

Oggi non sono andato a scuola, non potevo, era impensabile. Mi sentivo impreparato a qualsiasi cosa. E adesso sono qua, rannicchiato su di una panchina al Parco Sempione, alle otto del mattino. Guardo la terra, prendo il gelo di questo inverno implacabile.

Sono troppo ingenuo per capire il mondo.

Odio i miei scarponi, non avevo abbastanza soldi e ho comperato quelli militari, usati e malconci, senza il ferro in punta non servono a niente, chissà di chi erano, un uomo o forse un giovane soldato che non ha mai fatto la guerra. Non importa più adesso, sono duri, scomodi e mi tagliano le caviglie. Non ho mai abbastanza soldi, questo è il vero problema, questo è il motivo che mi porta qui ad aspettare una persona che non conosco.

Devo potere arrivare alle cose lontane da me.

Il cappotto invece era di mio nonno, mi va piccolo ma lo indosso lo stesso: è bello, pesante perché vecchio, fatto di lana grigio scuro con i bottoni perlacei striati che sembrano arrivare da un altro tempo, quando il mondo stava ancora vicino alle mani. Io non ho memoria, non appartengo a niente, posso solo provare a inventarmi delle storie, e questo è molto pericoloso perché il vortice è vicino e non perdona, ma è una cosa nuova da fare in mezzo a centomila cose già fatte che non voglio più nemmeno… non voglio più nemmeno.

Al quartiere mi chiamano Sciacallo: Slaviero sciacallo, Slaviero pipistrello, Slaviero chi ti credi di essere? Lo fanno perché vesto di nero e perché ascolto una musica sconosciuta, marziale e aristocratica; note della solitudine che disturbano, impauriscono, portano tremori fino in fondo alla schiena. Io non ci voglio più vivere rinchiuso in quelle quattro vie di asfalto educato e ben tenuto, io non ci voglio più stare dentro una tregua di rinuncia, dove tutto è fermo, non c’è vita, il futuro è già scritto e loro non mi capiscono, mi temono e mi deridono.

Mi temono e mi deridono.

Ho rasato i capelli sulle tempie, ho cancellato i miei desideri di quiete, ho comperato un tubetto di colla che porta in testa le visioni e i pensieri maledetti, i lampi di gioia e il terrore bianco. Vi disprezzo tutti e questa finalmente è una strada dignitosa, c’è una lotta, un attrito, sono vivo. Non provateci adesso, non provate più a canzonarmi, sono cambiato, sono davanti a una porta chiusa ed è impossibile tornare indietro.

Io non ho scelta.

Il cane è vecchio e grassottello, precede una specie di carretto che avanza lungo la strada, proprio verso la panchina dove sono seduto. Come fosse una macchia sulla brina compare un altro cane, anziano anche lui ma più baldanzoso, felice del gelo invernale e di essere a spasso. Il carretto è montato su di un triciclo nero, di quelli vecchi, pesanti, da trasporto materiale, quelli che prima della guerra usavano i fruttivendoli e i panettieri. Dietro pedala un uomo, ma non riesco a vederlo, la sua faccia è quasi coperta da un grande cartello.

NEL CLERO ESISTONO IMPIANTI A ONDE CHE TORTURANO ROVINANO E UCCIDONO DA LONTANO MILIONI DI MORTI IN ITALIA.

Mi accuccio per controllare le ruote, il loro movimento. Guardo sempre verso il basso, come se da sotto potessi scoprire chissà quali segreti meccanici.

L’uomo si ferma davanti alla panchina e smonta.

Ha un megafono in mano.

Ci sono onde ovunque, mi dice.

Io annuisco, il cielo pare dargli ragione.

Con il dito punta la grossa antenna che troneggia sul parco.

Partono da quella. In ogni quartiere ne hanno costruita una, in ogni città, perfino in campagna. Ma la più grande, la più potente sta al Vaticano, con quella arrivano fino in Africa. Ne muoiono a milioni, di africani.

Si volta e tira fuori un altro cartello.

RADIO E TELEVISIONE CONTROLLATI DALLA CHIESA, BASTA VERSI DA GORILLA MA CULTURA.

Non mi interessa quello che fa la Chiesa, gli dico.

Lui mi guarda come se fossi un pazzo. Si gira scuotendo la testa, mentre appoggia il cartello e il megafono. Sorride quando dal carretto tira fuori un terzo cane infreddolito, più piccolo e più vecchio degli altri due, avvolto in una rattoppata coperta di lana.

Lei è L’umanità, è molto freddolosa. Gli altri due si chiamano La bella e L’amore.

Hai scelto dei nomi molto strani.

Sono i nomi giusti, quelli che dovevo usare. I nomi sono importanti ragazzo, non volano via insieme ai pensieri, rimangono per tutti, anche per te che non li vuoi sapere e che non credi nell’onda, ma ti assicuro, ragazzo, che lei crede in te.

L’uomo si siede di fianco a me sulla panchina.

Per un po’ non parliamo, lui accarezza L’umanità accucciata sulle sue gambe.

Perché sei qua da solo? mi chiede.

Sto aspettando una persona.

Hai un bel cappotto.

Il rumore degli zoccoli sembra arrivare da lontano ma, voltata la testa, sono già a pochi metri da noi. Due cavalleggeri dei carabinieri entrano dalla porta settentrionale del parco. Sono altissimi, fieri ed eleganti, con le sciabole che splendono nel riflesso ghiacciato della luce invernale. Sfilano davanti alla panchina molto lentamente ma senza fermarsi.

Buongiorno C.T., la prossima volta che torniamo su questa strada non voglio più vedere il carretto, dice con tono fermo ma gentile il primo dei due. Io osservo i cavalli, sono belli e poderosi. Dove finiranno questi signori? Perché cavalcano ancora?

Queste sono le storie che non esistono.

Sto parlando con un giovane amico, questo ragazzo qua, il vecchio mi indica con il dito, appena ho finito me ne vado.

L’ufficiale mi valuta, fa un cenno con la testa e continua con il suo passo.

Accompagniamo con lo sguardo i carabinieri finché non girano dietro una piccola collina. C.T. mi dà una pacca sulla spalla e sghignazza.

Adesso ti faccio vedere, ragazzo dei sogni, ti faccio vedere il putiferio della vera cultura.

Scatta in piedi e tira fuori dal carretto una latta di vernice e un vecchio pennello.

Velocissimo, scrive per terra.

POPOLO BUE, LA CHIESA ASSASSINA CHE UCCIDI COLL’ONDA.

Si toglie il cappello e fa un inchino.

Queste sono le storie che non esistono.

Mi alzo dalla panchina e comincio ad applaudire. Abbasso i gorilla, abbasso l’onda, evviva gli africani e il putiferio della vera cultura. Ed è come se il mondo facesse una capriola di bellezza e la persona che sto aspettando smettesse di essere importante, come non è importante quello che mi deve consegnare, non è importante il denaro e la scuola alla quale non tornerò mai più. Sono in piedi dentro al parco vuoto, davanti a un vecchio bislacco, e batto le mani mentre il suo sorriso è luminosissimo e lo so bene che non ci rivedremo un’altra volta e che i suoi giorni stanno per finire e oggi, in questo desolato mattino di gelo dell’orribile inverno 1983, io testimone nella città dei giovani morti, sono contento e spensierato come un bambino e ancora batto le mani e ancora penso alla lacerazione del mondo, ma non importa, alle solitudini, ma non importa, penso allo sguardo che muta il pensiero, alle ombre profonde, allo sciacallo, alla sua anima e ai suoi silenzi, ai baratri che ci attendono e che ci perderanno, ma me ne fotto, grato all’istante non ripetibile. Il vecchio sghignazza e batte le mani anche lui mentre saltella circondato dai suoi cani in festa: La bella, L’amore e L’umanità. Finché, improvvisamente ma come doveva essere, la giravolta conclude il suo percorso e noi ritorniamo al punto di partenza.

C.T. fa un fischio di raduno e monta sul carretto.

Torneranno i cavalieri, Alessio, un giorno torneranno. Saranno milioni e neanche l’onda potrà fermarli, parlerà loro senza avere risposta. Noi staremo a guardare e perderemo ogni cosa, anche quelle che non ci sono mai appartenute. Nel deserto del mondo la luce sarà bellissima.

Il vecchio comincia a pedalare. Lentissimo lo vedo avanzare verso il Castello. Si volta, anche i suoi cani si fermano.

Non c’è rimasto più niente da fare qua.

Io annuisco. E torno a guardare la punta degli scarponi.

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Ospite Belleville