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Fantastico

L'uomo con gli amuleti (Parte IV)

Di Luca Gramoni
Pubblicato il 27/11/2017

Daniel riesce a scoprire qualcosa di più sul passato dell'uomo con gli amuleti. Nel frattempo cerca di trovare un modo per liberarsi dalla maledizione.

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“Daniel, dove vai?” chiese Sofia vedendolo correre verso l’uscita.

“Ho dimenticato di controllare una cosa in negozio, torno subito”, quando finì la frase era già fuori di casa. Non sapeva cosa fare né come comportarsi, ma sentiva come se scappando via di casa, e cioè da quello che normalmente dovrebbe trasmettere più sicurezza, potesse in qualche modo fuggire anche dal suo problema. Camminò per la città, vide un bar semi vuoto, entrò e ordinò un whiskey. Erano le dieci di mattina ma sembrava non saperlo, il tempo era l’ultimo dei suoi pensieri.

Versò nella sua gola metà bicchiere in un solo sorso, poi alzò lo sguardo alla sua destra verso il televisore da ventotto pollici appeso alla parete. Notizie di cronaca scorrevano in sovrimpressione mentre il giornalista parlava di un fatto che destò l’attenzione di Daniel:

“Arrestati due uomini di nazionalità italiana che il mese scorso diedero fuoco a un campo rom provocando la morte di due donne e un bambino. Interrogati dalla polizia, hanno rivelato il nome di un terzo complice: si tratta di Umberto Croce, deputato del Nuovo Partito Nazionalista sparito da diversi giorni. Di lui sembra si siano perse le tracce. Questo fatto potrebbe gravare notevolmente sulle sorti del partito in vista delle elezioni.”

Daniel guardò attentamente la foto dell’uomo trasmessa dalla tv, e nonostante avesse la vista annebbiata dal whiskey che aveva assunto a stomaco vuoto riconobbe quel tizio e per poco non fece cadere il bicchiere. Non vi era alcun dubbio: era lui, l’uomo degli amuleti.

Quando tornò a casa Sofia e Massimo non c’erano. Trovò un biglietto sul frigo con su scritto Sono in stazione a prendere i miei, ci vediamo più tardi. I suoi genitori erano tornati dal loro viaggio, e probabilmente Sofia gliene aveva parlato la sera prima ma francamente non se lo ricordava.

Continuava a pensare all’uomo degli amuleti.

Il campo rom.

La maledizione.

Lui.

T’maekh.

Stando al delirio di quell’uomo, T’maekh aveva gettato una maledizione addosso a Croce, ma per quale motivo? Per via del campo rom? C’erano pochi elementi a disposizione, ma insieme potevano avere un senso. Croce aveva dato fuoco al campo rom insieme a due complici, e questo tizio che si fa chiamare T’maekh, probabilmente un rom dotato di particolari abilità che abitava nel campo sul quale è stato appiccato il fuoco, si è vendicato di lui infliggendogli una maledizione. Impossibile? Sì. Ma anche il dito che stava scomparendo sembrava essere impossibile fino a qualche giorno prima.

Non gli restava che una cosa da fare: andare al campo rom.

Approfittò dell’assenza di Sofia così da non dare spiegazioni, e si diresse verso l’ex area industriale della città, dove ora sorgeva il campo rom. Era un’area delimitata dalle mura appartenenti alle ex fabbriche, ormai ridotte a strutture pericolanti pieni di spuntoni di ferro arrugginito che fuoriuscivano dalle crepe come serpi minacciose. All’interno un vasto prato verde, ora incenerito a causa dell’incendio recente. Daniel entrò e vide una serie di roulotte e capanne disposte sul prato. Qua e là poteva scorgere colonne di pneumatici e attrezzature varie. All’esterno di alcune roulotte erano state ricavate delle tende supportate da semplici tronchi di legno piantati nel terreno. Niente di stabile. Daniel si avvicinava con passo timido quando alle sue spalle sentì una voce con accento dell’est: “Chi cazzo sei tu?”.

Si girò e vide due ragazzi di carnagione scura, sembravano fratelli. L’odore che emanavano non era particolarmente invitante. Uno dei due tirò fuori un coltello e lo puntò al petto di Daniel: “Che ci fai qua?”. Avrebbe voluto dare una risposta ad effetto come quelle che si sentono nei film ma non gli uscì niente di particolarmente coraggioso, e decise quindi di arrivare subito alla questione: “Io.. sto cercando una persona.”

“Persona? Chi è persona? Qui nessuno ti conosce.”

“Lo so, ma io devo parlare con questa persona. Si chiama T’maekh.”

I due si guardarono negli occhi poi il primo, quello che finora aveva parlato, tornò a rivolgersi a Daniel: “Dammi orologio.”

Sapevo che sarebbe finita così, pensò sconsolato Daniel.

“E i soldi” esordì il secondo. “Tu hai soldi, tira fuori i soldi.”

“Va bene, va bene, calma. Non ho molti soldi ma posso darveli. Voi però mi portate da lui?”

Quando Daniel ebbe finito di slacciarsi l’orologio il primo glielo prese dalla mano e poi gli disse di seguirlo.

Si allontanarono dal campo ed entrarono in quello che sembrava essere la struttura ossea dell’ex fabbrica. Dove ora camminava Daniel probabilmente una volta scorrevano nastri trasportatori contenenti chissà quale materiale. Entrarono in quello che una volta doveva essere stato un ufficio, e seduto ad un tavolo di spalle un individuo con una giacca nera. Il ragazzo col coltello disse qualche parola in una lingua diversa da quella di Daniel e l’uomo con la giacca gli fece cenno con la mano di andarsene.

“Tu non fare scherzi.” disse il ragazzo a Daniel, che ora si trovava solo con quell’uomo.

“Sei tu T’maekh?”

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