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Fantastico

L'uomo con gli amuleti (Parte V)

Di Luca Gramoni
Pubblicato il 28/11/2017

Giunti al finale, Daniel incontra finalmente la persona che può liberarlo dalla maledizione. Ma non tutto andrà secondo i piani.

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L’uomo si girò e Daniel ebbe modo di notare la fisionomia del suo interlocutore. Occhi azzurri penetranti, pelle color rame e barba leggermente incolta che conferiva all’uomo un aspetto più ruvido. “Chi ti manda, ragazzo?” chiese l’uomo con accento sempre dell’est ma molto meno marcato del ragazzo col coltello.

Daniel gli spiegò come era venuto a conoscenza del suo nome e quello che gli era successo negli ultimi giorni. L’uomo stette qualche secondo in silenzio e poi parlò:

“L’uomo che hai conosciuto… Umberto Croce, ha dato fuoco al mio campo. E ha ucciso due donne e una bambina. Mia figlia, un’amica di mia figlia… e mia nipote. E per cosa poi? Perché occupiamo questo territorio. Odio. Soltanto odio. È tutta la vita che ci convivo, ma quando il vostro odio vi porta a dover decidere quale vita merita di essere vissuta e quale invece non è ritenuta degna, arriva il momento in cui è impossibile restare nascosti. Io possiedo dei poteri. Poteri che mi sono stati tramandati da mio padre, e mio padre li ha ereditati da suo padre, ed è così da numerose generazioni. È il retaggio contro una vita fatta di odio e pregiudizi. Il solo modo per combattere.”

Daniel aveva sentito tante storie su questo popolo, ma ora che per la prima volta si era trovato faccia a faccia con questa realtà sentiva di non esserne poi così impaurito, anzi era un piacere ascoltare questo tale T’maekh, se così si chiamava.

“Quello che è successo a tua figlia” disse Daniel, “Sappi che non lo approvo. Io non ho niente a che fare con quella bestia di Croce.”

L’uomo fece una smorfia simile a un sorriso: “Lo vedo nei tuoi occhi. Tu sei un uomo buono, e c’è tanta umanità nel tuo cuore.”

“Grazie, T’maekh. È così che ti chiami?”

“Il mio vero nome è Branko Todorovic. Quello è solo un soprannome. Vuol dire ‘Testa calda’”

“Testa calda?” ribatté Daniel incuriosito.

“Si, proprio così. mio padre mi chiamava sempre così quando da bambino ne combinavo una delle mie. Ero un bambino molto irruento. Lui invece si faceva chiamare Havraha, che significa ‘Viaggiatore’. Ha viaggiato molto nella sua vita, ha cambiato più di venti paesi.”

“E tu da quanto sei qui?” chiese Daniel.

“Qui in Italia dal 1992” rispose Branko, “la guerra in Jugoslavia ci costrinse a scappare. Trovammo rifugio nel vostro paese, questa è la quinta città in cui mi stabilisco, e visto il clima che sta crescendo credo proprio che ci toccherà scappare nuovamente.”

Daniel scosse la testa mostrando solidarietà all’uomo: “Mi dispiace, mi dispiace davvero” riuscì solo a dire.

Branko abbassò lo sguardo rivolgendo l’attenzione alla mano di Daniel: “Quell’uomo ti ha lanciato una maledizione, mi sbaglio?”

Daniel sollevò la sua mano e vide che ora era tutto il palmo ad essere sbiadito.

“Mio Dio, vorrei tanto fermarmi a chiacchierare ma… pare proprio che io stia scomparendo” Daniel esplose in una fragorosa ed inaspettata risata e subito dopo Branko rise insieme a lui.

“Non ti preoccupare figliolo, ho quello che fa per te.”

Si alzò dal tavolo e sparì in una stanza posteriore, quando tornò aveva un flacone in mano.

“Questo potrebbe aiutarti. Devi solo prendere una bevanda e una persona che non ti stia particolarmente simpatica, in modo da trasmettergli la tua maledizione.”

“Vuoi dire che qualcun altro…”

“Esattamente. Versa il liquido in un bicchiere d’acqua o vino o quello che vuoi tu e fallo bere a una persona che meriti di prendersi la tua maledizione. E tu sarai salvo.”

Daniel prese il flaconcino e ringraziò Branko “T’maekh” Todorovic.

Gli porse la mano e si diedero una sincera e affettuosa stretta di mano.

Tornando a casa Daniel aveva già le idee chiare su chi trasmettere la propria maledizione: Massimo.

Entrò in casa e ancora non c’era nessuno, aprì il mobiletto dei liquori e aprì la bottiglia di Martini; ogni giorno il cognato, prima di cena, ne beveva un bicchiere insieme a qualche stuzzichino.

Una volta ebbe a ridire quando, aprendo il mobiletto, non trovò la bottiglia poiché sua sorella si era dimenticata di comprarla. Daniel ancora una volta dovette trattenersi, ma il nervoso che aveva quella sera gli rovinò la cena. Richiuse la bottiglia e si sentì eccitato in maniera un tantino macabra. Quando riaprì gli occhi realizzò di aver dormito abbondantemente un paio d’ore. Era in camera sua e sentì un chiacchierio venire dalla sala.

Cercò di darsi un aspetto presentabile e uscì dalla stanza, non prima di essersi messo la mano in tasca. Quando fece il suo ingresso trovò un gruppo di persone riunite intorno al tavolo, il primo ad accorgersi di lui fu Massimo che iniziò ad intonare a squarciagola “Tanti auguri a te, tanti auguri a teee”

“Ma che diavolo..?”

Intorno a quel tavolo c’erano le tre persone più care che aveva, i suoi genitori e Sofia. E accanto a sua moglie i genitori di lei e Massimo appena tornati dal loro viaggio.

“Lo so, lo so che il tuo compleanno è domani.” Disse Massimo con tono stranamente gioviale.

“Ma ho voluto farti questa sorpresa per farmi perdonare del mio scarso rendimento lavorativo. Era pur sempre un’occasione per stare tutti insieme no? E poi dovevo farmi perdonare per aver spifferato in giro della tua collezione di coralli, ma devi stare tranquillo. Le persone con cui ne avevo parlato, non mi ricordo nemmeno per quale motivo, ora non sono più in giro. Si trovano in carcere. Come sapete ho delle amicizie alquanto bizzarre.”

“In carcere?”

“Sì, hai presente l’incendio in quel campo rom? Ecco due di loro li conoscevo. Un giorno ho parlato a loro del negozio e dei tuoi coralli ma ti prometto che non ne parlerò più con nessuno se è questo che vuoi.” Daniel non sapeva cosa rispondere ma si limitò a dire soltanto di non preoccuparsi, che tutto era a posto ma non lo disse con particolare convinzione.

“Ah, e data l’occasione ho perfino deciso di sacrificare il mio amatissimo Martini per inaugurare i festeggiamenti, noi ne abbiamo già preso un sorso, vuoi unirti a noi?” così dicendo Massimo porse un bicchiere di Martini a Daniel che lo prese con una velocità di movimento pari a quella di un ottantenne zoppo su una strada in salita.

“Coraggio figliolo” lo incitò suo padre “Un goccio d’alcool non ha mai ucciso a nessuno. Se non ti chiami Philip Seymour Hoffman.”

I genitori di Sofia erano più sorridenti e nitidi che mai agli occhi di Daniel.

“Poche chiacchiere e brindiamo all’uomo che si ingroppa mia figlia.”

“Sergio..” Lo rimproverò la moglie.

Massimo prese di nuovo la parola: “Un brindisi: a mio cognato.” Fecero cin cin e il rumore dei cristalli echeggiò in tutta la stanza. “Auguri Daniel…e che tutti i dispiaceri spariscano”.

E non solo quelli, pensò Daniel.

E sorseggiò il suo bicchiere di Martini.

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