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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

La babysitter

Di ValeriaG
Pubblicato il 05/09/2017

Un bambino, in un periodo e in una città che non conosciamo, si diverte a girovagare per Via Nazionale, la via dove la sua babysitter lo accompagna tutti i mercoledì e venerdì.

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I giorni che preferivo in assoluto durante la settimana erano il mercoledì e il venerdì dopo le lezioni fino all’ora di cena. Erano i giorni in cui Maria mi veniva a prendere all’uscita di scuola, l’aspettavo al cancello e ogni volta che sentivo la sua voce chiamarmi tremavo tutto. Maria mi portava in giro per la città con la sua auto, prendevo posto sui sedili anteriori, al suo fianco, come un vero adulto avrebbe fatto. Invece mamma non mi permetteva di sedermi davanti, secondo lei era «Pericoloso» e dovevo per forza stare dietro, con le cinture ben allacciate. A Maria non importava se agganciassi le cinture o se sporgessi il braccio fuori dal finestrino fino a sfiorare le altre macchine, lei guidava tranquillamente per la strada che aveva deciso di percorrere, superando a volte con il rosso gli incroci e suonando il clacson quando lo riteneva più necessario.

La sua meta era Via Nazionale, a mamma diceva che mi portava lì perché c’era una pasticceria con un parco giochi interno dove potevo svagarmi, ma io sapevo che i suoi interessi erano altri. Lì in Via Nazionale c’era Sandro, che passava i suoi pomeriggi tra la sala scommesse e il bar all’angolo. Ogni volta che lo incontravamo aveva un bicchiere trasparente con qualcosa dentro che puzzava tanto da incendiarmi le narici del naso.

Sandro era simpatico, si vestiva con i jeans strappati sulle ginocchia e gli scarponi di pelle, le sue mani erano grosse e le dita sempre incrostate di roba bianca, tipo farina, come quando mamma preparava la pizza il sabato sera per me e papà. Ma Sandro lavorava con il cemento, metteva a posto le case quando la gente lo chiamava e, una volta che si intascava un paio di banconote a fine giornata, decideva di spendere i risparmi nell’ippica.

A quel tempo non capivo come si comportavano gli adulti e in realtà neanche mi interessava. Quei mercoledì e venerdì per me erano i pomeriggi in cui andavo in esplorazione della via, con un cappello in testa fingevo di essere un cacciatore di tesori e sfuggivo agli occhi di Maria per un paio d’ore. La prima tappa era la panetteria di fronte alla sala scommesse: ad attrarmi erano i colori vivaci delle vetrine, il rosa pastello e il celeste chiaro, il profumo del pane appena sfornato, della pizza bianca e delle pagnotte, le voci dei clienti che ordinavano questo o quello, un chilo di ciriola romana o sette panini al latte. Quel viavai di persone mi catturava, ogni volta che veniva servito qualcuno che poi usciva dal negozio, altri due entravano e continuava così fino a sera. I proprietari, moglie e marito di una certa età, mi allungavano un pezzo di pizza o un panino, senza neanche sapere come mi chiamavo.

Accanto alla panetteria c’era un tabaccaio e quella era la seconda fermata del mio giro. Lì i proprietari non erano gentili come i due precedenti, ma mi permettevano di entrare e giocare con gli accendini a forma di auto, cane, gatto, cornetta del telefono e via dicendo. Mio padre aveva un accendino simile, era a forma di libro e lo lasciava sulla sua scrivania quando andava a lavoro. Chissà, forse l’aveva comprato lì, ma domandarglielo significava che poi avrebbe scoperto le mie avventure e non ero stupido da rischiare tanto.

In tabaccheria spendevo poco tempo, perché poco più in là c’era la famosa pasticceria con i giochi interni. Se non compravi un dolcetto, non ti era permesso entrare nei giochi, così una volta facevo finta di essere il figlio di un cliente, quella dopo il nipote di un altro. Nei giochi incrociavo bambini e bambine della mia età, alcuni addirittura più piccoli, con le labbra sporche di zucchero a velo e le mani di cioccolato. Comunque non mi trattenevo a lungo nei giochi, quei gonfiabili colorati e la piscina di palline erano frequentati da troppi bambini e mi veniva il nervoso litigare per chi doveva saltare sul gommone o fare lo scivolo.

Poi un pomeriggio ebbi una discussione con un bambino più grande e grosso di me.

«Ti ho visto che sei da solo», aveva detto lui, con l’aria minacciosa. «Non hai comprato niente. Vattene prima che lo dico a mia madre che poi lo dice a quelli che comandano qua e ti cacciano via».

«Io resto quanto mi pare e piace, mio padre è laggiù», avevo risposto, indicando un punto impreciso oltre la sua spalla.

«Quale è tuo padre?».

«Quello con i baffi seduto accanto a mia madre».

«Non è vero».

«Vai da lui», avevo detto. «Chiedigli se si chiama Piero».

Il ragazzino, certo di avermi incastrato, era uscito dai giochi per andare dall’uomo con i baffi. Quando gli aveva chiesto il suo nome e quello aveva risposto «Piero», il bambino mi aveva indicato e l’uomo aveva annuito con convinzione, tant’è che non mi aveva più dato fastidio. Il mercoledì successivo fu mia premura ringraziare il panettiere per avermi aiutato e lui mi allungò una focaccia, consigliandomi di tenermi alla larga da attaccabrighe come quelli.

Quando le ore di esplorazione giungevano alla loro fine, cominciavo lentamente ad avviarmi verso il centro scommesse, dove ero sicuro che avrei ritrovato Sandro e, di conseguenza, Maria.

Infatti anche quella volta lei era proprio lì, fuori dalla sala che chiacchierava con lui. Stava ridendo a squarciagola, forse a una sua battuta. Si copriva la bocca con le mani, guardando dritto negli occhi Sandro. C’era un modo di fare nei suoi movimenti, quasi sensuale, un modo che non passava inosservato. Chiunque avrebbe detto che Maria era innamorata persa di quell’uomo.

Intanto la giornata era giunta al termine, attendevo il momento in cui Maria si sarebbe allontanata da Sandro e mi avrebbe cercato, come se si fosse ricordata di me tutto d’un tratto, per riaccompagnarmi a casa e sfilare dal portafogli di mia madre quante più banconote possibili.

Ma Maria non mi venne a cercare, quella sera. Si erano nascosti in una via secondaria, ero riuscito a trovarli. Maria non muoveva un muscolo. Sandro, sempre più ubriaco e sempre più sporco, aveva infilato la mano grossa e incrostata di pittura nelle sue mutandine.

Maria rimase immobile, non riuscì neanche a piangere mentre Sandro si tirò giù i pantaloni e cominciò a muoversi dietro di lei.

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