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Saggi Brevi

La coscienza simbolica

Di Emanuele Scalise
Pubblicato il 15/11/2017

La categorizzazione della realtà da parte dell'essere umano

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Per quale ragione l’uomo ha cominciato a domandarsi il perché delle cose? Cosa lo ha spinto a chiedersi il motivo della sua esistenza? Perché ha dovuto ritagliarsi un mondo sulla terra, sostituendo l’ordine cosmico con un ordine antropomorfo per poter continuare a vivere la relazione con la realtà?

Queste domande potrebbero spingere a pensare che l’uomo sia l’animale meno naturale che esista. Ma è possibile che dalla natura venga generato un essere innaturale?

Fatto sta che l’uomo, a un certo punto della sua evoluzione, comincia a sentirsi straniero sulla terra. Tramite il suo logos intuisce l’indifferenza della sua esistenza da parte del Logos universale. Senza progetti o fini la natura sembra ignorare le aspirazioni umane. Senza riuscire a cogliere l’armonia invisibile l’umano inizia quel processo significante verso cui investire di senso e valore qualsiasi cosa si ponesse davanti al suo sguardo. In questo modo si posiziona al centro della circonferenza dell’essere e da punto di vista marginale si colloca al centro. Attraverso la logica e il linguaggio comincia la sua opera dominatrice verso le cose, categorizzando la realtà in uno schema a lui congeniale.

L’ambivalenza e l’assurdo sono spazzati via, e con loro una realtà contraddittoria ritenuta infantile, onirica, folle. I miti e le religioni fanno coincidere l’inizio di questo processo con una colpa, un’infrazione, un male che squarcia le proprie radici per creare da sé un mondo del tutto arbitrario.

La coscienza simbolica, sede della consapevolezza dell’impossibilità di possedere una verità universale, viene progressivamente sostituita da una coscienza che segna, stringendo lo spettro infinito di significati che ogni oggetto può assumere.

Per Nietzsche comincia il declino della civiltà, in particolare occidentale: la sua origine coincide con la sua condanna.

Quindi è tutto un errore? Questa nostra peculiarità d’approccio alle cose non è altro che una patologia cronica destinata a distruggere il corpo che la ospita?

Difficile affermarlo, anche perché la teoria evoluzionistica ipotizza che il raziocinio altro non è che uno strumento evolutivo per sopravvivere a determinate condizioni di relazione con l’ambiente circostante.

Il pericolo però è che il progresso della ragione si paga con la perdita della realtà, la sua assolutizzazione porta a convincerci che il mondo che percepiamo sia il mondo e non uno dei tanti possibili. Per questo motivo siamo portati a sfruttare le risorse, gli animali e i nostri simili solo per i nostri benefici, scadendo in un assurdo solipsismo in cui qualsiasi realtà oggettiva viene risolta dal nostro pensiero, ignorando tutte le possibili realtà soggettive.

L’uomo incontra sempre una realtà limitata dal suo stesso strumento di sopravvivenza che ha dovuto limitare le cose, e quindi anche se stesso. Esiste la possibilità di esperire l’Oltre?

Jung ci soccorre con il suo tentativo di descrivere il Sé. Ben lungi dall’essere considerato simile all’inconscio concettualizzato da Freud, il Sé junghiano rappresenta l’intero spettro dell’esistenza.

Un po’ come lo spettro luminoso o sonoro in cui noi percepiamo sono un range ristretto di frequenze, allo stesso modo noi percepiamo un range limitato di realtà.

Oltre c’è il Tutto, il Tao, il Sé.

Il simbolo, il paradosso, l’ironia e la gioia tragica rappresentano esempi di espressioni inesauribili dalla nostra logica, rimanendo gravide di rinvii a quel mondo che abbiamo impoverito. 

Queste manifestazioni sono ponti che sono ancora in grado di connetterci con il non esprimibile, permettendoci di rinnegare l’Io e l’attaccamento assoluto alla propria ragione per dispiegarci a quell’origine da cui la stessa ragione si origina.

Fare ciò permette di non arrendersi alla datità dell’oggetto, perché se tutto è già determinato quale libertà di scelta rimarrebbe all’individuo?

La libertà consiste nel potere di plasmare tutto quello che al soggetto appare ingiusto. Le più grandi rivoluzioni culturali sono state un’azione verso qualunque sapere che veniva considerato già determinato ed esaurito di significato. L’incontro con il Sé relativizza quello sguardo che si impone come il punto di vista verso le cose, per riconoscere l’egual valore di altre visioni di mondo che desiderano dignità e ascolto.

Mettere in discussione la supremazia concettuale di ogni tempo è un’azione atta a dimostrare l’infondatezza della pretesa di poter scegliere cosa è bene o male per altri soggetti. Smantellare il muro delle convinzioni totalizzanti permette di ricominciare da capo per far posto a visioni di mondo di altri soggetti fino a quel momento esclusi. Anche se la Storia dimostra quanto quest’atto venga molte volte frainteso o incompreso, si tratta della cosa giusta da fare se si vuole includere altre soggettività da ascoltare per far comunicare cosa è più giusto per loro e poter contribuire all’arricchimento della realtà in cui ci troviamo vivere insieme.

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