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Erotico

La finestra

Di Hollyy
Pubblicato il 06/11/2017

Chi c’e dietro la tenda?

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Ero una ragazzetta piccola quando mia madre ci portava con se’ ad Italia 61, per farci allenare sull’unico percorso ginnico che esisteva in città. 

Correvamo io, lei e mio fratello, alternando ripetute con gli esercizi agli attrezzi.

Finché mia madre un pomeriggio,verso sera, mi disse in modo perentorio:” Non ti girare!”.

Io, allora, rallentai il passo, fingendo una fitta alla milza e, mentre mi tenevo il fianco sinistro con una mano, alzai lo sguardo verso la costruzione di cemento armato abbandonata.

Lì c’era un uomo, robusto e barbuto. Nudo.

Io lo guardavo con un interesse scientifico, lo stesso con cui osservavo di sottecchi i corpi ignudi davanti cui sfilavamo in corsa sulla barchetta dei cugini croati, in estate.

Ero curiosa soprattutto dei maschi e di quella loro volontà di esibire il loro coso. Come fosse un trofeo.

Sempre voltati verso l’avanti. 

Il più delle volte con lo sguardo fiero, con le braccia puntate sui fianchi ad esibire quel cosetto sotto  le pance molli.

Perciò mi colpì lui.

 Stava lì immobile con le braccia lungo i fianchi e nel buio non si scorgeva niente. Neanche mentre mia madre urlava al primo podista che incontro’ in senso contrario:” C’è un maniaco!”.

Dopo pochi giorni iniziai le medie.

Andavo e tornavo da scuola da sola ed il più delle volte per abbreviare il percorso, attraversavo il giardinetto su cui si affacciavano i finestroni di un complesso residenziale.

Una mattina, mentre pensavo all’interrogazione della seconda ora, vidi un coso enorme sbucare da dietro una tenda da un finestrone del piano terra. Mi trovavo quasi alla sua altezza.

Mai in tutti quegli anni di studi scientifici avevo visto un coso di quelle dimensioni, cosicché mi fermai a guardarlo, cercando di non dare troppo nell’occhio.

Pensavo fosse uno scherzo di qualche ragazzetto per attirare la mia attenzione. Ed un poco ero lusingata, perché allora, ero la più piccola della classe, chiusa nel poncho che mia madre mi aveva arrangiato per non spendere soldi, da cui spuntavano due braccia piccole con cui tenevo i libri con l’elastico. E due gambe magrette dentro i pantaloni troppo larghi, stretti solo al fondo dagli scaldamuscoli, rosa e a brillantini. 

Perché nessuno dei miei compagni mi guardava tanto.

Così ogni mattina avevo preso a passare davanti a quella vetrina e mi fermavo ad osservare le pieghe, e la forma, inclinando un po’ la testa di lato e chiedendomi che ragazzetto ci potesse essere la’ dietro. Magari qualcuno a cui piacevo.

Finché il segreto divenne incontenibile e così invitai la mia vicina di casa a venire a scuola con me:” Ti voglio far vedere una cosa”, le dissi un mezzogiorno all’uscita, strizzandole l’occhietto.

Così la mattina dopo la portai davanti alla finestra, con la stessa gioia di chi sta per confidarti un grande segreto.

Lei lo guardò senza entusiasmo, poi mi disse:” Andiamo”, senza una parola di più.

E di lì non ci volle più passare.

Dopo qualche giorno mia madre tornò a casa tutta agitata.

Era stata a farsi i capelli dalla madre della mia vicina e continuava ad urlarmi contro.

“Mi ha detto la madre di Barbara che ha pianto tutto il giorno, una settimana fa. È tornata a casa sconvolta, per colpa tua.

Ma che ho fatto di male nella vita” mi urlò “ per meritare una figlia come te? Una maniaca. Ecco, cosa sei”. Di nuovo quella parola, a cui non riuscivo a dare una connotazione precisa.

E io ho taciuto per pudore.

Perché non ho avuto il coraggio di dirlo a mia madre che Barbara alle feste l’avevo vista mentre infilava la mano nella patta di Riccardo e la muoveva come quando si sbatte un vasetto di yogurt, prima di gustarlo.

 E insomma, allora, che non facesse tante scene per un coso che stava lì impalato senza far del male a nessuno.


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