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Storico

Le photographe

Di Antonio Donadio
Pubblicato il 22/10/2017

Endre Friedmann e Gerta Pohorylle si incontrarono a Parigi nel 1934, entrambi poco più che ventenni, entrambi esuli per motivi politici. Cosa c’entrano con Robert Capa, protagonista di questa storia vent’anni dopo?

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56 giorni. Vo Nguyen Giap ha impiegato cinquantasei giorni a issare la sua bandiera rossa sul bunker di Dien Bien Phu. Ormai secondo molti la guerra è finita, persa. Lachapelle e le sue truppe continuano a obbedire agli ordini e io continuo a seguirli. Nemmeno loro ci credono più. Sono pochi quelli che credono nella guerra che combattono, soprattutto se non lo fanno per se stessi. Magari all’inizio. Poi, visto l’orrore, si combatte solo per rabbia, disperazione, paura o Dio solo sa cos’altro. È facile credere nella “propria” guerra da un salotto dall’altro lato del mondo. Eppure il sangue che ha bagnato il vecchio continente ancora non si è asciugato del tutto. Al sangue mi sono abituato. Sono giunto alla conclusione che non ha alcun senso questo combattere, morire, fare foto. Un inferno che gli uomini si sono fabbricati da soli. Credo di averlo capito poco più di dieci anni fa, nell’agosto del ’43, sulle montagne della Sicilia. C’era stato un tempo in cui in alcune guerre ci credevo. Ci credeva anche lei, forse più di me. È passato troppo tempo, ho visto troppe guerre e sono molto stanco. Ma è l’unica cosa che so fare.
Piove da giorni e nelle prossime settimane sarà peggio, inizierà anche a fare più caldo. Le zanzare già mi divorano. Ho voglia di tornare a Parigi. Succede sempre: quando sarò tornato a Parigi mi stuferò di stare lì, della banalità delle cose, delle persone, delle conversazioni. La considero la mia casa, ma in questi anni è cambiata. Buffo: non avrei mai immaginato di parlare come un vecchio ad appena quarant’anni. Ho nostalgia, nostalgia di tutto: il senso di libertà, il vino a stomaco vuoto, gli ideali, gli occhi di lei, le passeggiate, l’ingenuità, le idee folli, le risate. Ma ho visto troppe guerre. Il nord Africa, la maledetta Spagna, la Sicilia, Israele… Ho visto stati nascere e persone morire. E milioni di altre persone hanno visto coi miei occhi. Hanno visto luce impressa, attutita dalla lente, filtrata, rivelata, ricopiata. Ma come potevo fare? Come fare in modo che sentissero il rumore degli spari che irrompe nel padiglione auricolare, perfora il timpano e si imprime nel cervello come la luce sullo strato di cristalli di alogenuro? Come potevo dare l’idea della polvere da sparo che brucia nel naso prima di cedere il passo all’odore dolciastro dei corpi distesi? I volti dei soldati condannati, quelli dei bambini senza più nulla. Dovevo far ascoltare, annusare, toccare attraverso gli occhi. Dovevo farlo per me e per lei. E allora mi avvicinavo sempre di più. La tensione che attorciglia le budella appena prima degli assalti, la paura folle nel mentre, la disperazione del dopo. La gratitudine di essere vivo. La colpa di essere vivo. Immortalo la battaglia da dentro la battaglia.

Maledette zanzare!


La pioggia aveva appena concesso una breve tregua e la colonna di soldati avanzava nella radura. I militari, sotto un cielo troppo grande e troppo grigio, avevano gli occhi stanchi di chi combatte una guerra lunga. Un uomo sulla quarantina, fisico prestante e naso aquilino, si staccò con passo deciso dall’incedere mesto delle truppe. Si diresse verso un terrapieno alla destra del corteo e, passandosi una mano tra i capelli corvini con la riga da un lato, iniziò a scalarlo. Anche se non avesse avuto la sua Leica al collo chiunque avrebbe potuto riconoscerlo dalle sopracciglia estremamente folte. Una volta giunto in cima fece qualche passo brandendo la macchina fotografica con entrambe le mani. Avvicinò la faccia al mirino e scattando la foto spostò un piede a sinistra. Un altro clic si sovrappose a quello dell’arnese che reggeva. La deflagrazione squarciò l’aria, la terra, le lenti, la carne.


Nelle orecchie ormai sorde risuonava la marcia funebre di Chopin, la stessa marcia funebre di quel primo agosto di anni prima. Si rese conto che gli restavano da vivere non più che pochi attimi. Pensò al sorriso di Gerda, alle serate nei cafè annoiati. Entrambi esuli e giovani e innamorati e pieni di ideali. Quanto avrebbe voluto un ultimo sorso di congac prima crepare! Pensò a quella notte che ebbero la grande idea che avrebbe segnato le loro carriere, le loro vite e le loro morti. Poi capì di essere già morto quasi vent’anni prima sotto i cingoli di un carro armato, all’alba del 27 agosto 1937, insieme all’unica donna che avesse amato e che in un certo senso lo aveva “concepito”; quasi non ricordava più di essersi chiamato Endre in un’altra vita.


La gamba toccò terra a pochi metri dal corpo al quale era appartenuta.


“Robert! Robert!”

“Le photographe est mort!"

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