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Autobiografia

Legami a tempo determinato

Pubblicato il 27/12/2017

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Mi si avvicina una persona a me molto cara, stiracchiando sulle labbra un sorriso enigmatico. Uno di quei sorrisi che, come candele colorano un volto di luci, ma soprattutto di ombre. Non avevo mai incontrato nulla di simile su quel viso e ho probabilmente assunto un’espressione sorpresa: vedo i suoi occhi riempirsi del mio stupore. Guardandomi, pronuncia lentamente, emozionata: ho un piano.

Lascio cadere questa frase nel silenzio, in attesa di ulteriori chiarimenti.

Con l’ultimo giorno di gennaio, tutto avrà fine.

Mi spiega quindi, senza fornirne le motivazioni (né io oso chiederle), di avere appena scelto una data arbitraria per la fine della relazione più importante della sua vita. Dopo un attimo di pausa, la osservo, ci parlo. È una persona per me importantissima, che mi è stata vicina quasi ogni giorno degli ultimi ventiquattro anni. La mia prima reazione non può che essere di sgomento, sgrano gli occhi, impallidisco. Non è qui a chiedermi un parere, la sua decisione sembra irrevocabile, lo deduco dalla sua serenità, dall’armonia dei movimenti. Forse sente solo il bisogno di pronunciare ad alta voce un’idea che per troppo tempo è stata solo pensata. La gestazione è conclusa e io sono chiamato ad assistere al parto di una simile atrocità. Vorrei provare a comprenderla, pagherei per riuscirci. Ma come capire chi decide di incatenare la leggera imprevedibilità dei rapporti umani con ceppi così saldi? Come stare vicino a una persona che è pronta a sacrificare la casualità dell’emozione, marchiandola a fuoco con la sterilità di una data? Mi sfugge e ho paura di non poterle essere d’aiuto o di conforto. Il buon senso mi induce a darle pacati consigli, poi cerco con vivacità di stornarla da una scelta che mi spiazza, che trovo come minimo disumana, oscena. Sento di essere di fronte a un boia spietato che quando giungerà il giorno dell’esecuzione non avrà nemmeno un ultimo sguardo di dolce pietà per un condannato a lei così caro. La ghigliottina lascerà cadere impietosa la sua lama e nonostante gli schizzi di sangue che riempiranno l’aria, lei trascorrerà una nottata piacevole. Vorrei gridarle in faccia che la trovo brutale, insensibile. Mi limito ad annuire con la testa e lentamente sprofondo in un silenzio fatto di mille pensieri.

Non sono una persona che ama fermarsi alla superficie, né mi piace limitarmi a una prima opinione su un argomento. Mi costringo quindi a immaginare come sarebbe il mondo se ogni legame fosse gestito come intende fare la persona a me molto cara.


Inaspettatamente, immagino un mondo bellissimo, in cui nessun legame è mai tirato troppo, fino a sfilacciarsi. Ogni nodo è reciso un attimo prima di perdere la sua robustezza e il ricordo che se ne conserva è esattamente quello di un nodo, forte invidiabile, tenace. Non il ricordo di una corda fragile che, rompendosi, ci ha lasciato col culo per terra. Penso a tutte le persone scivolate negli anni tra le maglie della mia vita. Andate via, un poco alla volta, sotto voce. Mi sforzo di rievocare persone un tempo importantissime, centrali, ormai ombre nella notte della memoria.


Ricordo di una birra, di una stretta di mano, di un abbraccio. Gesti comuni e scambiati migliaia di volte con quel pugno di individui ormai evaporati e lontani nel tempo. Non avrei mai potuto immaginare che esattamente quella birra bevuta in fretta, quella stretta di mano poco salda, quell’abbraccio di circostanza sarebbero stati gli ultimi. E dunque, non sarebbe forse stato meglio avere la brillante idea di interrompere quelle relazioni, così di punto in bianco? Senza un preavviso, senza un motivo. Col solo scopo di gustare senza filtri gli ultimi attimi a noi concessi, creando un ricordo resistente alle insidie del tempo. Individuare in anticipo un confine temporale. Oggi ci sei, domani no. Come sarebbe andati allora quegli ultimi incontri, forti della certezza che altri non ce ne sarebbero stati? Che sapore avrebbe avuto quella birra, che vigore quella stretta, che morbidezza quell’abbraccio? Avrei bevuto, più lentamente, non sarei tornato presto a casa per studiare il giorno dopo; ne avrei ricordato il colore, la consistenza, persino la marca. Avrei avuto l’istinto infantile di non separarmi da quell’abbraccio e quella mano l’avrei stritolata, avido di un ultimissimo contatto. Vi avrei guardato negli occhi, intensamente, senza aggiungere nulla. Sì, se solo avessi avuto questa idea brillante un poco prima, sarebbe andata decisamente meglio.


In un film il momento più importante è il finale, quello che dà significato alla intera vicenda narrata. Per ogni persona avrei avuto un finale su misura, che avrebbe dato un senso, alla luce del quale rileggere la storia del nostro legame. E invece mi ritrovo ad abbandonare ai lati della strada figure importanti, senza riuscire a ricordare che pochissimi, inutili, dettagli, del nostro ultimo incontro.


Cerco ora con lo sguardo la persona a me molto cara e le concedo un sorriso tenerissimo. E’ mia sorella. Forse sono stato troppo duro nei giudizi. Forse anche lei è alla ricerca di emozioni che la aiutino a Vivere - o almeno a sopravvivere - e non c’è nulla di perverso e disumano nel trattare la relazione più importante della sua vita come fosse un contratto a tempo determinato. Non comunico con lei, non ci sono mai riuscito e non ci riesco ora, nonostante ci si voglia bene; non oso chiederle nulla.


Mi limito a sorriderle e a sperare che in fondo almeno un poco si sia simili.



liberamente tratto da una storia vera

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Sara Noemi ha votato il racconto

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anna siccardi ha votato il racconto

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Kadermaria Aly ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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