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Narrativa

LEI

Di Fren Fischer
Pubblicato il 05/12/2017

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Sedevo alla mia scrivania come tutti i giorni e invece di fare i compiti componevo poesie, ecco  quando è cominciata questa storia: da una piccola bambina, che aveva bisogno di trovare un modo per entrare nel mondo. Come quel giorno, il dolore è sempre stato il mio alleato, il mio fedele compagno, in questi momenti di vuotezza di senso, ecco proprio lì quando tutto diventa grigio e scarno di significato, ecco proprio in quel momento prendo in mano i miei pensieri e li metto su carta, sperando di capirci qualcosa, ma quasi mai arrivo a qualche risultato. Oggi non fa eccezione mi ritrovo qui a scrivere con il tentativo di trovare quell’imprendibile senso che, come un fuggitivo, mi scivola per le mani ogni volta che tento di afferrarlo.

Scrivo di solito in quelle forme strampalate e sui generis che di solito appena ci si avvicina lo sguardo lo si distoglie immediatamente. Sinceramente capisco perché la scrittura sta andando verso un linguaggio più accessibile, più immediato, quasi quasi senza intrattenersi su quei temi che tanto ci infastidiscono l’anima.


Tutto quel giorno era umido e bagnato, pioveva e non intendeva smettere, guardando fuori dalla finestra una speranza mi colse: poter uscire e correre sotto la pioggia, lo desideravo tanto; ma per mia sfortuna la lezione di tedesco era cominciata da poco e mancavano ancora due ore prima di poter raggiungere la pioggia. Ero seduta sul mio banchetto vicino alla finestra, che dava sulla strada della scuola, guardavo la professoressa, ma nulla di quello che diceva aveva sfiorato per un attimo la mia mente; sedevo comodamente sulla mia seggiola e partivo con la mia immaginazione verso luoghi lontani. Quel pomeriggio pensavo a una ragazza, vicina a una piccola fiammella, che ostinata non voleva spegnersi, voleva vivere. Quella sera mi sedei sulla mia scrivania e invece di fare i compiti presi un quaderno usato con le pagine blu, strappai le pagine già scritte e incominciai “il mio lavoro” così lo chiamai, iniziai a scrivere di quella ragazza, che sedeva sul ciglio della strada sotto un portico sudicio e freddo con addosso delle coperte, cercando di riscaldarsi con un lumino. Lei era lì la vedevo nella mia mente: era stanca, infreddolita, impaurita, sola; ma non voleva lasciarsi andare al lungo sonno eterno. Richiusi il mio quaderno blu e mi misi a dormire, sorridendo e immaginando di poterla salvare.

Andavo a scuola ogni mattina in bicicletta affrontando il vento, le macchine e la pioggia, appena arrivata speravo che la giornata passasse veloce, volevo tornare a scrivere, sentivo questo entusiasmo, questa spinta vitale che dava senso alla mia giornata.

Durante le lezioni mi perdevo dietro le immagini, che mi comparivano attraverso la voce di sottofondo della professoressa, a maggior ragione se si trattava di storia, partitivo per il passato facendomi trascinare dal racconto, quel giorno mi trovavo a Parigi con Napoleone. Ecco la campanella, suonava all’impazzata, è finita la scuola, così finalmente potevo tornare a scrivere. Presi la cartella, uscì correndo dal cancello, salì sulla bici e volai come un razzo verso casa, sorridendo come mai avevo fatto. Arrivata a casa mi fiondai in camera lanciando la cartella e mi sedetti sulla scrivania, pensando a quella piccola lucina; scrivere di lei, pensai, è il modo migliore per aiutarla, è il modo per farla uscire dalla sua miseria, si è quello il modo, dare voce a quella piccola creatura che non voleva morire per strada, sola e nell’oscurità. Così cominciai a scrivere, scrivevo per la salvezza , scrivevo per quell’anima.

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